A secco

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Milioni di metri cubi d’acqua evaporati. Produzioni agricole e allevamenti in crisi. Gli effetti del cambiamento climatico mettono in ginocchio un territorio da sempre sitibondo. Il longform realizzato da LiveNetwork per “Scrivo da un paese che non esiste”, progetto di Anso finanziato da Google

Giuseppe Cantatore e Giuseppe Di Bisceglie. Riprese e montaggio Francesco De Marinis

“Scrivo da un paese che non esiste” è un progetto di Anso, l’Associazione Nazionale della Stampa Online, finanziato da Google News Initiative, che raccoglie le voci delle testate giornalistiche locali per raccontare l’impatto del cambiamento climatico in ogni angolo d’Italia.

Ispirato al celebre incipit di Giampaolo Pansa sul disastro del Vajont, questo progetto di quality journalism dà voce a chi vive e racconta il cambiamento in prima persona. Un mosaico di inchieste, reportage e storie che, pezzo dopo pezzo, compongono un’immagine inedita e allarmante del nostro Paese.

I progetti più significativi delle testate locali sono stati selezionati in base alla qualità e all’originalità e poi presentati pubblicamente durante il Festival Glocal Anso svolto a Varese dal 7 al 10 novembre scorsi.

Tra questi c’è anche il longform realizzato da LiveNetwork che racconta la drammatica situazione del nostro territorio sul fronte del cambiamento climatico, con particolare riferimento alla mancanza d’acqua su Murgia e dintorni. Tra i vari contenuti proposti, c’è un video reportage girato nei mesi scorsi sulle sponde del lago Serra di Corvo – invaso al confine tra Puglia e Basilicata, delimitato dalla diga del Basentello, dove le zolle aride hanno preso il posto dell’acqua per decine e decine di metri – e un’intervista al presidente nazionale di Unapol, Tommaso Loiodice, sul legame tra siccità e ulivi.

Il racconto collettivo con cui le testate locali – da Trapani alla Val d’Aosta – parlano dell’Italia trasformata dal cambiamento climatico, è interamente pubblicato sul sito https://ilclimastacambiando.it .

 

L’11 agosto 2024 è una data che il mondo dell’agricoltura pugliese, in particolare quello di Capitanata, ricorderà a lungo. È la data in cui sono stati rilasciati gli ultimi due milioni di metri cubi di acqua disponibili per uso irriguo della diga di Occhito, il più grande invaso artificiale al confine tra Puglia e Molise.

Esattamente un anno prima la disponibilità idrica era di 170milioni di metri cubi. A distanza di 365 giorni la disponibilità si è ridotta ad appena 46milioni di metri cubi, un quarto dell’anno precedente, facendo scattare il blocco per uso irriguo, così da evitare l’emergenza per usi civili.

Già da diverse settimane gli agricoltori pugliesi si stavano preparando al peggio. La lunga serie di incontri tra rappresentanti delle associazioni di categoria e figure istituzionali, nel tentativo di trovare una soluzione nell’immediato, non è stata proficua. La chiusura dei rubinetti ha tolto il velo da una serie di problematiche che da tempo agricoltori e allevatori hanno sollevato ma che ancora non sono state risolte.

Zolle aride per decine e decine di metri: così "evapora" l'invaso del Basentello

La terra spaccata dal sole lì dove, fino a non troppo tempo fa, era tutto sommerso. Il colpo d’occhio del lago Serra di Corvo, invaso al confine tra Puglia e Basilicata, nei territori di Gravina e Genzano di Lucania, delimitato dalla diga del Basentello, offre senza dubbio una rappresentazione plastica della mancanza d’acqua su Murgia e dintorni. Zolle aride per decine e decine di metri che aumentano la sofferenza di un territorio da sempre sitibondo.

Negli ultimi anni, la situazione dell’invaso è peggiorata in fretta. «Il livello del lago si è di molto abbassato, basta guardare i bordi dello sbarramento della diga per rendersi conto dove arrivava l’acqua un tempo e dove arriva oggi» spiega Pietro Amendolara, fotografo e profondo conoscitore di questi luoghi. Nel 2022 l’abbassamento del livello dell’acqua ha persino fatto riemergere un vecchio ponte che collegava la strada tra Basentello e Irsina. «Un fatto che generò molto scalpore tra gli agricoltori i quali, a valle, utilizzano quest’acqua per irrigare i campi. Ci fu anche una manifestazione di protesta da parte dei contadini che si presentarono sullo sbarramento con i trattori».

Secondo i dati diffusi dall’autorità di bacino distrettuale dell’Appennino meridionale della Basilicata, nel settembre 2019 il “volume invasato netto” del lago era di 18.734.933 metri cubi. Anno dopo anno, il livello è sceso prima a 15.6 milioni, poi a 13.2, quindi in picchiata fino ai 4 del 2022. Dopo una piccola risalita nel 2023 (6.9 milioni), nel 2024 i dati sono crollati e a settembre di quest’anno si contano appena 131.233 metri cubi. In pratica, in cinque anni l’invaso ha perso 18 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua.

«È il segno di qualcosa che sta cambiando – sottolinea Amendolara – dobbiamo sperare che questa oasi di pace possa continuare ad avere acqua».

L'invaso del Basentello a secco
I dati dell'autorità di bacino sulla diga del Basentello

Produzioni in ginocchio

Intanto si contano i danni. La richiesta dello stato di calamità naturale e i ristori che ne conseguiranno sono soltanto una “toppa” annuale ad un problema divenuto ormai strutturale. Le perdite stimate oscillano tra il 40% e il 60%, con alcuni settori particolarmente compromessi, come quello del grano duro, che ha subito un crollo significativo della produzione.

Non è rimasto indenne nemmeno il settore vitivinicolo. Le elevate temperature e la mancanza di piogge hanno accelerato la maturazione dell’uva, costringendo i viticoltori ad avviare la campagna di raccolta dell’uva da vino e dell’uva da tavola con 15-20 giorni di anticipo rispetto al calendario tradizionale. Nonostante la qualità del prodotto non sembri essere compromessa, si registra un netto calo della resa, fenomeno che mette a rischio la competitività dei produttori locali sui mercati nazionali e internazionali.

Un altro settore duramente colpito è quello della mandorla pugliese, per il quale si prevede una riduzione della produzione pari al 60%. Anche l’olivicoltura, simbolo della tradizione agricola regionale, non è immune alle difficoltà: la produzione di olio d’oliva potrebbe subire una riduzione del 30% rispetto all’anno scorso, principalmente a causa della scarsa disponibilità di acqua per l’irrigazione. La crisi idrica non riguarda solo le colture estive e autunnali, ma sta già influenzando negativamente le semine di verdure e ortaggi che dovrebbero essere raccolti nei mesi invernali.

Siccità, una minaccia anche per gli allevamenti

Pecore al pascolo a ridosso del lago Serra di Corvo © Pietro Amendolara

«Di periodi siccitosi ne abbiamo vissuti molti, anche negli anni scorsi, ma una situazione del genere davvero non si era mai vista prima» è il grido disperato di Leonardo Santucci, allevatore di Monte Sant’Angelo.

Nella città dei due siti Unesco, per non far morire di sete i propri animali e provvedere alla loro igiene e a quella delle stalle, gli allevatori hanno dovuto comprare l’acqua, facendola arrivare in autobotti. Il Comune ha dovuto fare la propria parte, offrendo ristori agli allevatori per coprire parzialmente le spese. Senz’acqua anche il foraggio ha cominciato a scarseggiare, con l’effetto di una riduzione anche delle produzioni di latte. Un effetto domino di enormi dimensioni.

La situazione nel Nord Barese

Non è soltanto l’area del foggiano ad aver risentito dell’estate siccitosa. Il problema è diffuso e non ha risparmiato nessuna delle sei province pugliesi. A Corato, città simbolo della produzione olivicola grazie alla cultivar Coratina, la siccità ha messo in crisi il settore.

I pozzi non ce la fanno più. Il livello della falda si è abbassato e, in una terra che dista appena otto chilometri dal mare, i pozzi hanno iniziato a idrare acqua salmastra.

«Acqua marina» afferma allarmato l’agronomo Salvatore Bucci, imprenditore agricolo e presidente di una comunione irrigua. Un’acqua inservibile se non dannosa alle piante che sarebbero corrose dall’alta concentrazione di sale.  «Le pompe – ricorda il dottor Bucci – stanno avendo grossi problemi, perché con l’abbassamento del livello occorre un maggior consumo anche di energia».

Il timore di chi lavora la terra è il rischio di una repentina desertificazione che si tradurrebbe in una emergenza sociale senza precedenti. «Non possiamo vivere di emergenze; eventuali ristori derivanti dallo stato di calamità non risolverebbero il problema. È una questione climatica che rischia di alimentare problemi di natura economica e persino di approvvigionamento di cibo e prodotti. Siamo preoccupati» aggiunge Bucci.

Le stesse perplessità e gli stessi timori sono condivisi da Tommaso Loiodice, presidente nazionale Unapol, Unione nazionale associazioni produttori olivicoli.

Siccità e ulivi, l'intervista al presidente nazionale di Unapol, Tommaso Loiodice

Il ruolo della Regione

Il 31 luglio scorso, la giunta regionale pugliese ha approvato il piano di emergenza per il superamento della crisi idrica 2024-2025, documento predisposto da Arif, Acque del Sud, Acquedotto Pugliese e dalla stessa Regione per definire provvedimenti e interventi strutturali a breve, medio e lungo termine.

Tra gli interventi a medio termine, ipotizzati dall’assessore all’agricoltura pugliese Donato Pentassuglia, c’è la realizzazione di impianti per il riuso delle acque di depurazione. «Nel medio periodo, con una collaborazione forte con Acquedotto Pugliese, stiamo ragionando sull’accelerare il riuso delle acque di depurazione, così da metterle a disposizione del servizio agricolo irriguo. Questo ci consentirà di liberare acqua a scopo umano e a scopo di allevamento, poiché anche per gli allevamenti è necessario fornire acqua potabile» ha ribadito l’assessore all’indomani dell’approvazione del piano di emergenza.

La crisi idrica in Puglia è ormai una realtà strutturale e richiede interventi urgenti e di lungo periodo. Senza un’azione decisa, il rischio è che la siccità continui a erodere le basi dell’agricoltura e dell’intero sistema produttivo pugliese.

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Commenti

  • Donato Rana (utente non verificato)

    Se invece di scrivere tanto per farlo prima si studiasse un po’ la storia di Terlizzi si appurerebbe che tra il 1802 e il 1805 (senza le automobili e prima che la rivoluzione industriale prendesse piede) nel nostro territorio piovve solo 3 volte e una contemporanea invasione di cavallette (detti bruchi nei documenti dell’epoca) portò ad una carestia epocale. Con un livello igienico indicibilmente basso per via della carenza d’acqua si ebbe una notevolissima mortalità; eppure con il lavoro e con indicibili sacrifici tutto fu superato. Ci vuole più spirito di sacrificio e meno enfasi.