Coronavirus, tra il grande esodo e la grande pazienza: le voci di chi è rimasto nella zona rossa

© Tranilive
Abbiamo ascoltato alcuni dei nostri concittadini, rimasti in Lombardia o nelle province incluse nella zona rossa nell’ultimo Dpcm. Voci di chi ha scelto una strada di responsabilità, pur con qualche sacrificio
Alla fine è arrivato anche per noi il momento del tutti contro tutti, del dito puntato contro chi ha paura, chi ha scelto di fuggire dalla zona rossa mentre il governo chiedeva di fermare gli spostamenti, di additare gli incauti, di telefonare le forze dell’ordine per segnalare il vicino di casa, il figlio della dirimpettaia o la signora della strada. Una domenica, quella dell’8 marzo, che ricorderemo con il sorriso amaro della sconfitta sul piano sociale, umano e politico. Nella grande baraonda di ieri è calato un velo trasparente su chi è rimasto, su chi ha rinunciato al ritorno al Sud, abbiamo contattato alcuni amici e lettori, chiedendo loro un pensiero.
“Si respira una strana sensazione. Ieri siamo stati in centro e c’era una calma piacevole, che ti dava l’opportunità di guardare la città sotto occhi diversi. Ma poi ti fermi e pensi che Milano non è questo. Piazza Duomo è sempre animata da brusio, suoni, rumori. Ma oggi tutto questo non c’è e manca. E’ strano descriverlo, perché di solito siamo alla ricerca della tranquillità e magari si scelgono le piazze centrali, ma tranquille per poter chiacchierare e passeggiare con amici, ma adesso il rumoreggiare tipico della città non c’è. In settimana, o meglio dalle 9 alle 18, la situazione è normale. La gente va a lavoro, le macchine trafficano le strade dalla città. Dopo le 18 si sente il cambiamento. Non siamo abituati a vedere la Milano che non si ferma mai, ferma ma se è necessario per bloccare e/o limitare il contagio, allora la preferiamo così”, Raffaele e Monica, Milano.
“Vivo a Pavia dal 2006, lavoro a Milano da circa un anno e nutro profonda gratitudine verso la Lombardia, regione che mi ha accolto dopo il liceo. A distanza di quasi 14 anni dal mio cambio di residenza, continuo a presentarmi come pugliese e pavese d’adozione. Amo Trani e la presento sempre a tutti quelli che non la conoscono, come una delle più belle città del sud. Per l’amore incondizionato che mi lega alla Puglia, ho deciso di rimanere qui sin dal primo caso a Codogno. È un senso di responsabilità che ho verso tutti i miei connazionali, da nord a sud. Pur non avendo mai avuto alcun sintomo, non ho mai voluto rischiare essere il veicolo del virus. E lo devo soprattutto alla mia famiglia, nonostante mi manchi profondamente (a questo punto non so neanche se riuscirò a vederla durante le vacanze di Pasqua). Continuerò qui la mia vita “normalmente”, anche se adesso i sentimenti di paura e ansia stanno prendendo il sopravvento di tanto in tanto. Ho seguito sin dall’inizio le regole, riducendo spostamenti e socialità. Se il Coronavirus deve essere sconfitto, lo si deve fare tutti insieme, collaborando e rinunciando a una parte della nostra libertà”, Leonardo, Pavia.
“Viviamo a Milano da quasi due anni, mai l’ avremmo immaginato.nMilano ci ha tolto tanto ma ci ha regalato molte avventure e gioie.nDall’allarme di diffusione del Coronavirus nel lodigiano mai ci è balenata l’idea di ritornare a casa, a Trani.nI genitori preoccupati inizialmente ci hanno consigliato amorevolmente di “scendere” con le dovute precauzioni, per poi dirci di rimanere qui a Milano. nA prescindere dai consigli, per noi non c’è mai stata una scelta nel scendere o nel rimanere, è normale in questa situazione di emergenza sanitaria stare dove si è. nSiamo rammaricati nel veder l’esodo irresponsabile.nSicuramente tra loro ci saranno quelli che hanno criticato sia il sud e sia gli immigrati, i perseguitati da guerre civili, magari da oggi rifletteranno. Facile parlar quando non si vivono certe situazioni.nQui nelle zone rosse non ci sono bombe, ma misure di precauzione per salvaguardare la popolazione intera.nCi dispiace sentir discorsi di “nord” e “sud”, siamo tutti italiani!nnConduciamo la vita di sempre, andiamo a lavoro spostandoci con i mezzi pubblici, ormai vuoti. nPasseggiamo in via Torino e Duomo in situazione di incredulità, vie che sino a qualche settimana fa erano gremite ora si presentano deserte.nOggi negozi chiusi, persino la Rinascente.n Noi rimaniamo qui nella nostra normalità, impastando pasta per focaccia per risentire il profumo di casa.nStiamo bene”. Ottavia e Antonio, Milano
“Quando la tua comfort zone viene improvvisamente minata, ti ritrovi in un turbinio di emozioni la cui sensazione è quella di essere la pallina di un flipper. Sono giorni carichi di tensione, lo percepisci già al mattino, quando entri in metro e la gente distoglie lo sguardo dai propri smartphone osservandoti con fare sospetto e interrogativo, come se tu potessi essere un possibile nemico. In azienda le difficoltà non tardano ad arrivare, tutti gli eventi sono annullati a data da destinarsi, e il timore è quello di non riuscire a stare a galla nei prossimi mesi. Milano è una coraggiosa guerriera, è in ginocchio da due settimane ma cerca di rialzarsi, di combattere, di lottare ma ricade inerme sull’asfalto. La città è semi deserta, oggi bar e attività commerciali chiudono i battenti al tramonto e la sensazione è quella di essere ad Agosto ma di avere freddo. Quello che emerge con prepotenza è la nostra urgenza di sicurezza, la stessa che ha mosso, la scorsa sera, sia studenti che lavoratori fuori sede, ad accaparrarsi irresponsabilmente un posto a sedere nell’ultimo intercity notte che partiva da Milano per il sud. E mentre un’orda di gente correva imprudente in stazione centrale, io arrabbiata, temevo per i miei familiari, per i miei amici e per la mia amata Puglia che è troppo debole e priva di mezzi e risorse per far fronte ad un’emergenza di tale portata. Il pensiero di poter tornare a Trani non mi ha sfiorato la mente. Non è eroismo, è senso civico. Credo che in questo momento storico, sia necessario pensare al plurale per tutelarci, proteggerci e preservare i soggetti più a rischio. Mai come oggi siamo tutti rematori su una stessa canoa, non dobbiamo remare contro, dobbiamo guardare il medesimo orizzonte, lo stesso che ci incanta nelle notti d’estate”. Bibiana, Milano.
“Credo che la fuga di notizie, la bozza che circolava, sia stata la vera ragione del panico che ha spinto la gente a prendere auto e treno per andar via da Milano a mezzanotte. L’ipotesi che si potesse essere in una zona rossa ha mandato fuori di testa la gente. La bozza l’ho letta anch’io e mi è sembrata incompleta ma non sembrava di certo un fake. I titoloni del tipo “Lombardia chiusa” hanno completato il lavoro. Non so come affronterò questi giorni ma credo normalmente, abbiamo fatto solo una settimana di smart working ma continueremo ad andare in ufficio credo. Vita sociale ridotta sicuramente. Milano non si ferma forse è stato uno slogan troppo azzardato, forse dovremmo fermarci un po’, rallentare. Sono andato a cena qualche giorno fa e nel ristorante in zona Navigli le distanze non erano di certo rispettate, poi ho preso un caffè in un bar e invece i gestori mi chiedevano di aspettare il mio turno a distanza dal cliente che era già al banco. Quindi c’è molta autonomia anche in questo, qualcuno ha percepito di più il pericolo contagio forse, altri meno”, Felice, Milano.
“A me cinicamente viene da dire che non meritiamo la libertà di cui godiamo. Nessuno ci ha obbligati a stare a casa, nessuno ci ha vietato di partire. Il problema è capire che ogni decisione personale ha una ricaduta sociale. Se io oggi decido di partire sto decidendo egoisticamente di assumermi il rischio di contagiare altri: amici e parenti. Oggi sappiamo che potremmo essere contagiosi anche da asintomatici. Capisco la paura che ti rapisce quando ti dicono che non rivedrai la tua famiglia, che potresti star male e starai male da solo a 900km da casa e allora vorresti scappare. Restare, non partire, è difficile. Dopotutto la paura attiva due risposte e una di queste è sicuramente la fuga. Ma poi dopo la paura devi porti la domanda, deve venirti un dubbio. Mi prendo la responsabilità di diffondere il virus? È questo che manca, che non abbiamo. La consapevolezza di avere una responsabilità personale” Simona, Milano.
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