Radici: guardare all’ indietro per andare avanti.
“Non sono storico dei grandi, ma storico e raccontatore dei piccoli, del piccolo ma grande operaio terlizzese che ha costruito con amore e umiltà la storia di Terlizzi; il mio è un riflettere sugli avvenimenti della [ Terlizzi che fu ], nel senso più didascalico della realtà passata. La storia non è solo dei grandi, ma la storia dell’uomo è dei grandi e dei piccoli, dei ricchi e dei poveri, morti ma ancora vivi tra noi.[…Questa è] la continuità storica che rivive nel presente attraverso dialetti, fiabe e racconti. Questa non è curiosità ma storia”.
109 racconti per un potente, integrale e maestoso collage di esperienze di infanzia, adolescenza, giovinezza, insomma, di vita, il massimo comune denominatore di questi racconti e di pagine che grondano di eleganza, sacrificio e di una consapevolezza grave e sentita di ciò che è stato, di ciò che è successo, di ciò che è vissuto, di ciò che è stato vissuto. Questa è senile poesia, ma prima di ciò è l’ultima fatica letteraria di un ormai maturo Giuseppe Grassi, la cui attività letteraria è partita dal raccontare piccole cose per arrivare a “fare Storia”, a narrare in un’opera di quotidianità, politica e religione, un universo cittadino che rappresenta le nostre radici.
Questa è inoltre anche la risposta che il saccente scrittore dà a un presente che sembra svanire sotto i nostri occhi, sotto i nostri piedi, immanentemente alla nostra infinita finitudine fisica, mentale, storica, che sembra tingersi tutto di tinte uniformi e omogenee in una nebbia fitta di indifferenza e vitrea normalità, in cui tutto scivola, tutto scorre come fosse un corso di acqua, appunto panta rei. Tutto diventa oleoso, untuoso, suglioso, viscido, inafferrabile, impalpabile e non ci si può più riferire a niente, “aggrappare” a nulla, basare su certezze: i valori si stanno sciogliendo, smaterializzando preda delle gigantesche fauci di un relativismo spietato che demolisce lasciando dietro solo incertezze amletiane e sventra ideali nei quali hanno creduto e con i quali sono cresciute intere generazioni. Radici.
Radici appunto: il titolo non è dato a caso ma è il frutto di una scelta consapevole e sapiente di chi vede in esse la risposta al mostro del “relativo” che regna nelle nostre coscienze, quasi fosse un incubo proiettato nella realtà dal nostro inconscio. Forti e robuste radici infatti portano a una grande e forte civiltà. Grassi, intelligente stratega del vivere cerca e trova utili risposte e necessari punti di riferimento in valori antichi, quelli che hanno reso della vita dei nostri ascendendenti, veri e propri modelli di vita, modus vivendi di umili e semplici contadini, da seguire, capire, ma anche da interpretare perché “il piccolo può diventare grande se sappiamo leggerlo, conoscerlo e comprenderlo”.
Non archeologia ma apertura al nuovo, poggiandosi su solide e radicate radici di un microcosmo paesano e campagnolo, scavando nella rimembranza per poter comprendere gli errori fatti e rifatti per correggere un presente che poi sarà futuro, poi passato e ancora presente. Sul filo che collega così il passato al presente, che ci dice ciò che siamo perché siamo stati e perché siamo ciò che siamo stati, il “giovane” scrittore e professore non nasconde però una velata amarezza ed è proprio questo il motore del suo libro e del suo pensare.
Insomma si erige alto e forte il bisogno di recuperare il passato e il passato terlizzese che se anche tale non deve essere abbandonato all’oblio ma riscoperto sconfiggendo il pregiudizio:”il passato è passato” perché come Bacone diceva “ gli antichi siamo noi”, cioè portiamo sulle nostre umane spalle il fardello della storia passata, causa, fondamento e giustificazione di un presente-futuro.“La storia ci appartiene. A me. A noi. A tutti.”La storia siamo noi”, in un continuo strentgh verso il futuro, forti e consapevoli di radici solide e di un passato con il quale noi possiamo anche chiudere, ma che lui non chiuderà mai con noi.
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