“Abbiamo 7 anni di tempo: non ci è concesso sbagliare. Ci vuole impegno.”

Nicolò Marino Ceci
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“E’ l’ultima chance. Non ci è concesso sbagliare: se sbagliamo [colpevolmente] ora non ci rialzeremo più, non potremo più rimanere in corsia e saremo costretti a non rientrare più nella ‘fascia 1’. Non possiamo permetterci il lusso di fare bene: dobbiamo provare il doppio, anche il triplo salto mortale. Spero che questa metafora renda l’idea della situazione [agghiacciante e] inquietante che vive la nostra regione oggi. Speriamo di farcela. E’ questo il mio augurio di Natale cui possa seguire un vero cambiamento corale. Penso che abbiamo parlato di cose utili stasera”.

Queste sono le parole, preziose e pressanti con cui il presidente della Regione Nichi Vendola ha chiuso l’importante conferenza, organizzata dal coordinamento terlizzese della Margherita “Aldo Moro”, tenutosi il 19 dicembre 2005 nel palazzo nobiliare Guastamacchia di Terlizzi dal titolo "consorzi ASI e politica industriale per la Puglia”, vedendo tra i numerosi relatori anche autorità come Pietro Pepe, Presidente del Consiglio regionale, Gerolamo Grassi, coordinatore regionale della Margherita, Sandro Frisullo, Vice Presidente della regione.

 Nel suggestivo e accogliente scenario del palazzo suddetto si è affrontato lo scottante e delicato problema “sviluppo della Puglia e prospettive per il futuro” a 360°, con tinte forti e drammatiche e numeri scoraggianti e sconfortanti che dicono che nel solo anno 2004 ci sono stati 3000 licenziamenti mentre in tutta l’area mediterranea le uniche forze che stanno consolidando i loro crescenti primati sono Russia e Cina, alimentando una concorrenza spinosa, spigliata, spiazzante e spietata e senza esclusione di colpi, in cui la nostra tanto “ragionata” regione rischia di sprofondare per sempre, rischiando anche e comunque di non essere più in grado di risalire la china dal baratro di un’atrofizzazione economica dilagante e senza argini.

Terlizzi, Modugno. Due situazioni così diverse ma così uguali. Mentre Terlizzi infatti risulta essere un’area sconosciuta nel quadro industriale del barese, con un “cardiogramma industriale” praticamente piatto, prossimo alla zero, la città di Modugno ha una zona industriale che è cresciuta in un vuoto normativo, senza essere diretta e regolata in alcun modo, da precise direttive, inscrivendo tutto ciò in una questione ambientale preoccupante con polveri, fumi e odori, mai stati previsti da alcuna pianificazione preventiva.

Queste sono le due situazioni-tipo del settore industriale in Puglia: infatti si vive un’industria che quasi non c’è o è poco presente (Terlizzi) e dove c’è, sopravvive in un’anarchia regolamentare e normativa (Modugno). Il problema di fondo, che è quello che si è cercato di segnalare, smembrandolo in ogni sua minima parte, dettaglio e particolare, capire e comprendere è essenzialmente e sostanzialmente organizzativo-strutturale: nella nostra regione c’è una disorganizzazione da imputare alla mancanza radicale e radicata di una precisa pianificazione industriale e dell’edilizia industriale.

Dunque ”perché non c’è sistema?”La risposta sta nel grave e non trascurabile fatto che non esistono né piccole, né grandi imprese e la media impresa non arriva neanche al 5%. “Le nostre imprese sono al 95%  lillipuziani incapaci di competere con il Gulliver della globalizzazione.”E’ un grosso handicap il nostro, che affonda tuttavia le sue radici in lunghi anni di malgoverno e di cattiva a amministrazione, dal mandato di Fitto senior a quello, inquieto e inquietante di Fitto junior.

Gli anni ’90 sono stati anni di euforia produttiva, un florido, fiorente e felice momento dell’industria pugliese. A questa fase ne è però seguita un’altra di stallo, anzi di recessione che ha visto la propria bandiera rappresentativa nell’amministrazione Fitto junior la quale non ha infatti mai avuto una visione chiara, integrale, globale e razionale del quadro economico, non riuscendo a preparare un credibile piano organico di politica industriale: si può parlare quasi addirittura di opposizione della passata amministrazione allo sviluppo, dovuta evidentemente a scarsa conoscenza della materia e a grave carenza di politica e cultura organizzativa; la logistica è venuta totalmente meno.

Se poi contestualizziamo quanto detto in una cornice, quella economica italiana ornata da inefficienza e crisi profonda, tipiche di un empasse senza precedenti, ben si comprende che non c’è assolutamente tempo. Bisogna fare presto, subito e in fretta. La nostra regione si pone come emblema di un mezzogiorno anacronistico in cui infatti la voglia di fare, le risorse umane, intellettuali e fisiche ci sono-si pensi alla fuga imponente e continua di cervelli e braccia verso il nord industrializzato e organizzato-e premono fortemente per esprimersi.

Non si può andare avanti innanzitutto, con un mondo del lavoro in cui molto è lasciato al caso o alla circostanza, in cui c’è un enorme quantità di manovali o braccianti che fanno testo solo in quanto tasselli dell’”universo del sommerso”, lavorando in nero, in cui persiste un alto numero di infortuni sul lavoro, 3,4 volte superiori a quelli che ha l’intera Germania, con un numero scandaloso di “caduti sul lavoro”, nella gran parte giovani, inesperti e inconsapevolmente ignoranti degli “strumenti del mestiere”, più simile a un bollettino di guerra, in cui gli stessi giovani hanno paura di andare avanti, di crescere, di cercare un lavoro che non esiste. Sono troppi anni che la Puglia è ferma.

L’arma che abbiamo è creare una super-provincialità che faccia sistema, che faccia apparato regionale per compensare alle singole e innumerevoli defaillances. “Tutti insieme possiamo far risorgere la nostra terra […] bisogna costruire pertanto il futuro dell’area industriale e[ a tal proposito] è in atto un processo di ascolto che cerca risposte di tipo governativo ”. Il metodo che dunque si può e si deve trovare e, adottare e attuare è quello della concertazione, “un percorso di innovazione e sviluppo che al centro deve avere la persona”. Bisogna inoltre provocare la crescita di una classe dirigente, visto che si registra nella regione la mancanza di una classe dirigente economica, industriale, politica, turistica, culturale: essa infatti potrebbe, dovrebbe, anzi deve essere il timone di questa crescita che tanto si cerca affannosamente; se cresce la classe dirigente, cresce, si sviluppa e si rinnova la Puglia.

Aggregazione, innovazione, stabilizzazione del lavoro: le nostre imprese devono avere infatti non solo una vis attractiva ma anche una capacità di mantenimento per permanere sul territorio, aprendo così le porte del futuro. In questo senso i consorzi ASI (abbreviazione di Associazione Sviluppo Industriale) non possono che essere una risorsa in più da non sottovalutare e anzi da valorizzare</strong>; nonostante infatti gli anni innegabili del triste commissariamento, che da essere una situazione provvisoria, sta diventando purtroppo stabile, essi sono un valore aggiunto, un plus-valore per il mezzogiorno e pertanto, alla luce di ciò bisogna riflettere seriamente su di essi, sulle risorse di cui dispongono e sulle prospettive che possono aprire.

Ci vuole passione, impegno, coesione formale e sostanziale, cooperazione e interazione per fare della Puglia non un insieme di frammenti, ma un mosaico di tanti tasselli, che si arricchisca sempre più. Insomma bisogna crescere con un solo limite, la valutazione di impatto ambientale, dando la possibilità alle varie zone industriali di risorgere e anche a quella del barese, eredità onerosa e onorevole perchè sorta 60 anni fa ad opera di uomini come il grande statista Aldo Moro.

Bisogna andare in contro-tendenza, considerando la Puglia una risorsa da valorizzare e non una questione utile per far demagogia in campagna elettorale, e un problema da evitare, da trascurare e da abbandonare negli austeri archivi di un’alienante burocrazia, a elezioni avvenute, a causa di tanta, troppa, tetra, tattica inettitudine e imbarazzante, imbavagliante e imbecille superficialità.  

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