C’era una volta la Murgia

Nicolò Marino Ceci
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“Cavalli, muli, asini erano tutto; da loro dipendevano gli uomini, i contadini, i pastori.”C’era una volta la natura, c’era una volta la murgia, c’era una volta un uomo che la rispettava e la amava, perché da essa dipendeva e con essa doveva sempre e comunque fare i conti. Questa è la favola, perché di favola si tratta, di un uomo che viveva uno splendido rapporto simbiotico con il paesaggio e con ciò che esso era e rappresentava. È la favola di un’economia agricola che non mirava ai facili guadagni ma che badava sempre al mantenimento dell’equilibrio idro-geologico dell’ambiente.

Una volta si curava l’ambiente, si viveva immersi nell’armonia della murgia, in masserie, trascorrendo tutta la giornata a far pascolare le greggi, tosando le pecore, riposandosi su massi di roccia dalle forme curiose e caratteristiche e pensando, riflettendo, scrutando con una pagliuzza in bocca, la purezza di una murgia incontaminata, mungendo le mucche, allevando il “cavallo della Murgia”, unica specie in Italia e nel mondo, considerato uno degli esemplari più belli e interessanti di tutto il mondo equino.

Ci si svegliava con il sorgere del sole e si ammirava la stupefacente rarità di piante come le graminacee, le ferule, gli asfodeli, il biancospino, le raverelle, i fragni, le cocifere, le “orchidee della murgia”, circondati dalla “steppa Mediterranea”, attualmente presente esclusivamente nell’Italia peninsulare. Penso a tutto ciò mentre ascolto le parole partecipate e vibranti del professor Michele Lotito che il 28/1, nel “salone De Paù” della biblioteca comunale di Terlizzi, descrive una murgia personificata, raccontata quasi come una donna affascinante e interessante, dai tratti attraenti, travolgenti e stravolgenti; e mentre guardo alcune delle sue grandi foto tratte dalla sua collezione privata di 5000 pezzi circa, cerco di cogliere l’amore e la passione con cui queste sono state realizzate.

In quegli scorci murgiani osservo quadretti caratteristici e variopinti in cui si alternano colori dei più vari e più sgargianti. L’animus di quei fiori, alberi, piante, pietre che giunge all’occhio e al cuore dell’osservatore vuole però essere uno spunto per riflettere criticamente sul presente della murgia e sul futuro che da questo presente si svilupperà, usando come parametro di controllo il suo passato glorioso e magnifico. Sono scatti che hanno la duplice funzione di farci conoscere e apprezzare la bellezza di questo immenso patrimonio naturale e floro-faunistico, visto che la murgia vanta 1500 specie diverse e uniche, delle quali 1103 sono spontanee, che rappresentano nella loro interezza il 25% delle specie presenti sul territorio nazionale, che sono quindi circa 6000.

Lo stato attuale della nostra cara murgia, tanto bistrattata, sottovalutata e svenduta al miglior offerente è critico ed eufemisticamente preoccupante dato che quello che noi abbiamo l’onore di osservare sono gli “ossi di seppia” della favola che essa è stata fino a qualche tempo fa, ciò che di tutto quello rimane, dello splendore di un paesaggio incontaminato che solo recentemente ha cominciato a essere calpestato. Studi accurati hanno infatti provato che della fitta rete di masserie, alcune delle quali sono risultate essere di notevole interesse architettonico, che erano abitate e riempite di calore umano, ora non rimane praticamente quasi più niente, essendo per il 90% abbandonate e lasciate in disuso, in preda alle bramosie mercenarie di spietati killer delle costruzioni che talvolta distruggono, talvolta trafugano interne cisterne, gradini, pietre pregiate, sculture, statue secolari, pavimenti sottoforma di mosaici, plinti dei camini e altro ancora.

Molti stanno contribuendo allo scempio di queste costruzioni tradizionali e storiche, per abbellire le proprie ville o salotti o terrazzi. Il desolante abbandono non si riscontra solo per le masserie ma possiamo addirittura statuire che è la caratteristica principale dell’intero altopiano murgiano soggetto pertanto a devastazione, inquinamento, vandalismo e spietramento.

Lo spietramento è una particolare pratica di bonifica che non può essere altrimenti definita, in questo caso, criminale, perché consiste nel frantumare le pietre dei terreni per ammucchiarle alla rinfusa qui o lì, deturpando doppiamente il paesaggio che non solo ne vien fuori mutilato ma anche violato nei suoi tratti caratteristici, storici e secolari, dato che le terre abitualmente dedicate al pascolo, vengono ora trasformate in seminativi con l’utilizzo di grandi e costosi macchinari, per le colture foraggiere, al fine di favorire le attività zootecniche.

Il bilancio di queste attività, dinamiche, situazioni è che non c’è controllo e i proprietari delle terre continuano a spietrare per avere finanziamenti. In questo modo:

1)cessano le forme di godimento comunitario che i pascoli garantivano;
2)scompare la vegetazione;
3)scompaiono doline, inghiottitoi, gravi, che sono inghiottitoi di forma maggiore che sulla murgia sono i più profondi dell’Italia meridionale, come quelli di Farauall, Ferraterra e Scoparella, falde sotterranee, che possono raggiungere i 400 metri sotto il livello del mare, voragini, tutti fenomeni insomma tipici del carsismo, piuttosto radicato in terra di Puglia, ma forse non ancora per molto.

 Com’è possibile che l’uomo, presente su queste terre dal 2700 A. C., dalle dimensioni di 200-250 ettari separati da centinaia di km di muretti a secco, custodite gelosamente per secoli, siano negli appena ultimi decenni in “pericolo di estinzione-trasformazione”? Dobbiamo impegnarci a salvaguardare questo grande parco naturale difendendolo dalle mire aggressive di spietati imprenditori e commercianti, senza etica e senza scrupoli, proteggendo questo immenso patrimonio e lasciandogli, accanto, l’aggettivo “naturale”, e non “economico-commerciale”. 

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