Piccole gocce
Iniziativa della Gioventù Francescana in Mozambico
“Un sorriso come se ne vedono pochi mi accoglie mentre sto avvicinandomi ad una mamà (signora) comodamente seduta su un mucchio di rifiuti ormai vecchi di alcuni mesi. Un barattolo arrugginito (ma solo all’esterno!) con la duplice funzione di pentola e di piatto. Riso di colore giallo da cui deduco che deve essere stato cucinato con zafferano. La mamà mangia felice. A pochi metri da lei una bimbetta di 8 o 9 anni.
Tra le mani una coscia di pollo da gustare lentamente. Anche lei era molto felice. “ Tiscile mamà” (Buongiorno mamà) ; “Tiscile papà”(“papà” è il modo in cui le donne si rivolgono agli uomini), “Come state?” , “ Oggi stiamo bene” e mi mostra il riso allo zafferano proveniente sicuramente dai rifiuti di qualche albergo della città.
Lo aveva raccolto insieme alla coscia di pollo. Un poco di acqua per poterlo riscaldare nel barattolo di rame e il pranzo era servito. Le ho sorriso anch’io mostrandomi felice per lei e per la figlia. “ Oggi ci è andata bene domani non sappiamo”. Le faccio alcune domande per poter conoscere un po’ meglio la sua situazione: abbandonata dal marito con alcuni figli da crescere. Un classico in Mozambico. Ma niente paura: grazie a Dio c’è Mamma Discarica!
Josè, 9 anni, aspetto da ometto sicuro di sé, gioca nella discarica. Ha delle ferite sui polpacci. Sembrano bruciature e sanguinano. Non ho un disinfettante vero e proprio con me ma le pulisco le ferite con una salvietta medica. Dico ad Edù ( colui che mi ha introdotto in questo mondo) che vorrei parlare con i genitori di Josè. Sono preoccupato che il bimbo abbia qualche grave infezione e vorrei portarlo in ospedale.
“ Papà anche mia nuora e suo figlio ( Laura e Custodio) non stanno bene.” mi dice una mamà che ha ascoltato il mio discorso con Edù. Fissiamo un giorno per andare tutti insieme in ospedale.
Josè grazie a Dio sta bene. Le ferite guariranno in breve. Laura, 24 anni e Custodio suo figlio di 18 mesi non stanno bene. Gli antiretrovirali (il virus AIDS) saranno i loro compagni di viaggio fino a quando Dio vorrà. La dottoressa mi chiama nel suo studio con una espressione funerea e mi comunica la notizia.”
Questo passo è preso da un articolo di fra Domenico Maria Mirizzi, missionario in Mozambico che rende testimonianza dalla tragica realtà di Maputo. Il frate sarà a Terlizzi il giorno 26 marzo per testimoniare questa realtà durante la celebrazione della messa presso la Chiesa dei PP Cappuccini (via P.Fiore) alle ore 9.30.
Tale esigenza nasce dal desiderio della Gioventù Francescana di Terlizzi di rendere testimonianza ad una realtà amara eppure cronaca di tutti i giorni in questi paesi di terzo e quarto mondo.
La Gioventù Francescana, in virtù della spiritualità missionaria che la contraddistingue, è impegnata nella realizzazione di un progetto in Mozambico il quale mira a risolvere un considerevole problema che attanaglia la gente povera della capitale Maputo: la Discarica dove molti poveri, e di questi soprattutto bambini, pur di sopravvivere si nutrono degli avanzi e del cibo “succulento” che i grandi ristoranti del paese destinano alla discarica. Ciò scatena disastrose conseguenze che si materializzano in serie malattie per tutti i “figli di questa discarica”.
Le foto presentate, non sono state presentate per creare compassione, ma per interrogarci su come possa essere possibile che in altre parti del Globo esistano realtà così paradossali, che non avrebbero spazio nella nostra fantasia di occidentali:
“Unga ciavi è una delle pochissime espressioni in lingua Ronga ( dialetto locale della città di Maputo e dintorni) che ho imparato durante le nostre sempre più frequenti visite alla discarica municipale. “Non aver paura” è questo il suo significato. La uso per rassicurare i bambini che non sono abituati a vedere avalungo (uomini bianchi) in questo luogo di disperazione e dolore già metabolizzati.
La dico prima a me stesso: non aver paura di conoscere e vedere. Non avere paura della gioia di quella bimba che sotto i tuoi occhi mangia una coscia di pollo proveniente da chissà quale ricco albergo.
Non avere paura di vedere João che proprio mentre parla con te d’improvviso ti lascia per correre e saltare sul camion dei rifiuti che sta arrivando. Dopo un po’ lo vedo allontanarsi con una busta con dentro dei molluschi puzzolenti. Non aver paura di capire che quello sarà il pranzo per João e per i suoi figli.
Non avere paura di conoscere i problemi di Simeão. 11 anni, genitori morti vive con la nonna e il suo fratellino più piccolo. Tirano a campare da quello che Simeão riesce ad estorcere dalla discarica.
Non avere paura di ascoltare quella mamma che ti parla del figlio ammalato di malaria da una settimana e ancora non è andata in ospedale perché non ha soldi sufficienti.
Non avere paura di vedere le manovre dei camion dei rifiuti che incuranti delle persone che si accalcano intorno si muovono a velocità elevate. Tre mesi fa un bimbo è rimasto schiacciato.
La paura più grande da superare è quella di capire che la discarica è diventata l’unica fonte di sostentamento per una intera popolazione. Ci fosse anche solo un’altra possibilità loro non sarebbero lì.
“Non vogliamo andare a rubare” mi dicevano quando gli domandavo perché erano in posto così poco ospitale. “Non ci piace stare qui ma non abbiamo altra scelta”. “Padre ci aiuti a venirne fuori, un lavoro qualsiasi l’importante è andare via da questa tristezza”
La comunità cristiana in quei luoghi sta così portando avanti un programma su più fronti per dare una risposta adeguata e definitiva a questo enorme problema che coinvolge migliaia di persone perché non siano più costrette a vivere una vita così indegna per degli esseri umani:
• In primo luogo mandare scuola i bambini.
• Per gli adulti che hanno bisogno di lavoro, sempre con la comunità cristiana stiamo costituendo una Associazione che abbia come obbiettivo il recupero umano- psicologico –sociale di tali persone. Il nome della Associazione è “Akuva mita veni utomi” (A.Mi.V.U.) che in lingua Ronga significa “ Perché abbiano vita”. Le idee fondamentali sono quelle di creare piccole iniziative agricole o di artigianato e anche per gli adulti prevedere dei corsi di formazione umana.
• Un altro obbiettivo è quello di far togliere la discarica dal luogo in cui si trova. Praticamente attualmente è in pieno centro abitato. C’è solo un viottolo di qualche metro che separa le case dalle montagne di rifiuti.
Per dare un contributo, piccolo eppure vitale, i ragazzi della gioventù francescana hanno deciso di creare una collaborazione economica e non con i PP Cappuccini di S. Fara che operano in questi luoghi così intrisi di miseria e abbandono:
“Dovessero chiedermi quanto costa una vita umana qui in Mozambico oggi risponderei: 60 euro.
Cecilia, 24 anni, conosciuta nella “lixeira” ( discarica) è ammalata da più di una settimana. Incontro sua madre sempre nel suddetto luogo e mi informa della situazione di sua figlia: “ Padre Cecilia non sta bene ha dolori alla testa e alla colonna vertebrale”.
Dal piccolo della mia esperienza penso che deve trattarsi di malaria. Il giorno seguente andiamo in un Centro di Saude. Alla infermiera chiedo di fare oltre al test della malaria anche quello dell’AIDS e psicologicamente mi predispongo al peggio.
Dopo una abbondante mezz’oretta l’infermiera mi chiama e dal suo volto sereno capisco che il peggio è stato evitato: Cecilia non ha l’AIDS e anche il test della malaria è risultato negativo.
Ero quasi in macchina quando mi sento chiamare dalla suora-dottoressa la quale mi chiede quello che era successo. In breve le spiego che non era il caso di preoccuparsi: Cecilia non aveva né malaria né Aids e che i dolori sarebbero scomparsi in breve.
Era quello che il medico ci aveva detto. Lei mi chiede di vedere i risultati delle analisi del sangue. Appena li vede ha un sussulto. Mi dice che c’è un valore nelle analisi molto basso e che bisogna ricoverarla di urgenza. Mi dice che tale ricovero costerà un pochetto e mi chiede se sono disposto a pagare. Non ci penso nemmeno un decimo di secondo e la risposta è si. In meno di 5 minuti la povera Cecilia è a letto con una flebo nel braccio. Misuriamo la febbre: 40 gradi. Ho temuto il peggio.
Dopo con calma la suora mi spiega che si tratta di un tipo di malaria resistente che sfugge al controllo del test e che non si può curare con le normali compresse di chinino ma è necessaria una cura intensiva. Per due interi giorni la nostra ammalata rimane in cura intensiva ma la febbre non accennava ad abbassarsi.
Mi chiedono informazioni su Cecilia, dove viveva, quello che faceva. Le rispondo che l’ho conosciuta nella discarica. La suora dottoressa allora pensa che abbia qualche altro tipo di infezione oltre alla malaria. Probabilmente deve aver mangiato qualche rifiuto che le ha provocato tifo o qualcosa del genere. Fortunatamente queste sospette malattie rimangono tali. Le analisi danno esito negativo. L’unica soluzione è cambiare il tipo di chinino da somministrare.
Al momento di lasciare l’ospedale vado a pagare il conto: 1800.000 meticais pari a circa 60 euro. La famiglia di Cecilia non avrebbe mai potuto pagare una somma del genere. Vivono circa dieci persone nella stessa casa e l’unica che lavora è mamà Amelia che ha un salario di 600.000 meticais al mese, pari a circa 20 euro.
Cecilia è solo un caso, ma la maggior parte della popolazione non può permettersi le cure fondamentali e i più poveri, come quelli che vivono nella discarica neppure si avvicinano a certe strutture ospedaliere sapendo di non avere denaro per pagare.
60 euro per noi europei sono una sciocchezza qui in Mozambico valgono una vita umana.”
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