Viaggio in Iraq

Nico Andriani

Intervista ai due fotoreporter freelance Alfredo Giangaspero e Lorenzo Scoraggi

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L’Iraq non fa più notizia. Questa è la tragica realtà di uno dei posti più turbolenti al mondo, che dopo la sua democratizzazione forzata si ritrova sull’orlo di una guerra civile nonostante le rassicurazioni o meglio il silenzio mediatico che circonda la fase più delicata della storia delle terre dove la civiltà è sorta.

Il silenzio delle informazioni, dovuto all’impossibilità di poter girare per le strade di Baghdad, Bassora, Nassirya e documentarsi in maniera seria e sicura, a meno che non si sia al seguito di un contingente militare, sono perciò facile strumento di manipolazione ed è per questo che le informazioni che ci arrivano sono molto parziali, e ci donano un’immagine alquanto errata e sfumata dell’Iraq.

Nel loro piccolo, il viaggio dei due fotoreporter freelance, il terlizzese Alfredo Giangaspero e il bitontino Lorenzo Scaraggi (residente a Ruvo) nei territori presidiati dal contingente italiano, è riuscito a darci uno spaccato della vita iraqena e dei soldati d’istanza nelle basi militari finora sconosciuto:

-Quanto è durato il viaggio e dove siete stati?
Siamo partiti il 21marzo con il volo charter affittato dai militari Roma Fiumicino-Abu Dhabi e da lì con un C130 dell’aeronautica militare abbiamo raggiunto l’Iraq, per poi ritornare il 31 con un C130 Tallil-Pisa con scalo nell’aeroporto militare di Pratica di Mare.
Siamo stati ospitati a Tal’il, fuori dalle porte di Nassirya nella Base Italo-rumena (il contingente italiano fa parte della Italian Joint task force) di Camp Mittica, ospiti della Brigata Sassari del comandanteNatalino Madeddu, che della missione “Antica Babilonia 9” (il 9 indica il 9° turno di brigata, ad intervalli regolari infatti ci sono successioni nel cambio di comando, la stessa Brigata Sassari tra l’altro era al comando durante il famigerato attacco terroristico subito dagli italiani nella base) sotto il comando inglese del generale Cooper.
Il campo si trova nella bolla di sicurezza, dove stanzia la forza multi-nazionale che comprende anche la base americana, l’aeroporto militare dell’ex dittatore Saddam e la ziqqurat.

-Che operazioni avete seguito?
Siamo stati sia all’interno di Camp Mittica che fuori, abbiamo seguito la consegna degli aiuti umanitari da parte del M.S.U. (Multinational Specialized Unit) e del corpo italiano della Croce Rossa in un villaggio a 40km da Nassirya, Al Batah, che è un’operazione abbastanza abituale, oltre ad eventi più straordinari come la consegna di 14case (consistono in un patio centrale con 14 moduli abitativi intorno per le famiglie) e quella di un generatore alla presenza del governatore di Nassiryah e del comandante italiano, oltre ad aver assistito ad un ritrovamento archeologico nei pressi della ziqqurat.

-Qual è lo scenario che avete trovato?
Vi è praticamente un’unica arteria stradale asfaltata completamente circondata dal deserto.
Quando passavano i convogli militari si vedevano capanne dalle cui tende iniziavano a correre tanti bambini verso la strada; appena abbandonata la strada principale e incrociato quella sterrata, i bambini iniziavano a seguirci anche perché il viaggio era rallentato per assicurare il tragitto e, nel passaggio da un villaggio all’altro, si aggiungevano altri bambini dagli altri villaggi.
Il clima che si respirava è un clima alquanto disteso, visto che almeno nella nostra zona gli italiani svolgono un servizio di utilità pubblica, mentre gli americani si limitano a fare esclusivamente servizio di scorta ai convogli merci che viaggiano sulla Tampa, la strada principale che collega Baghdad a Bassora e ai porti del Kuwait.
I villaggi sono fatti di paglia e fango, e siamo stati molto colpiti dalla presenza delle donne vestite di nero e “scoperte” gradualmente.
Abbiamo scoperto infatti che le donne iniziano a scoprirsi pian piano a seconda degli anni di matrimonio e l’età, per cui le anziane sono quelle più scoperte insieme alle bambine, che invece indossano colori sgargianti. Le giovani spose invece indossano addirittura i guanti per non lasciar intravedere alcuna parte del loro corpo se non gli occhi, e tutto questo perché adesso, dopo che è stato destituito Saddam che aveva creato uno stato socialista laico, la zona è a maggioranza sciita ed è stata reintrodotta la legge coranica (c’è da chiedersi perché non si intervenga a difesa di questo “sopruso” visto che la guerra in Afghanistan è avvenuta per estirpare i talebani e la loro legge coranica, nda).

-Quali sono i loro bisogni fondamentali?
Il loro bisogno fondamentale è l’acqua. Manca acqua potabile e la prima cosa che i bambini ti dicono appena ti vedono è “Mr! Water!” nel merito degli aiuti che sono stati distribuiti abbiamo distribuito zainetti e banchi per la scuola annessa al villaggio (fatta anch’essa di paglia e fango).
I bambini, scalzi i cui piedi sono dello stesso colore e sembrano avere la stessa struttura della terra, ci chiedevano scarpe. I loro vestiti tra l’altro sono di fortuna, derivanti anche da altre distribuzioni.
Durante la consegna c’era un uso particolare: si creavano dei capannelli dove, mentre gli uomini andavano a racogliere i pacchi, una donna anziana sorvegliava quelli già raccolti, fino a quando gli stessi uomini non tornavano coi pickup e caricavano i prodotti.
Dobbiamo dire che c’è stato spesso il rischio da parte delle autorità di incorrere in una mafia dei prodotti della Croce Rossa, visto che spesso i prodotti venivano venduti ai mercati dei villaggi.
C’è povertà assoluta e le uniche possibilità di “ricchezza” sono quelle di essere pastori e quindi provvedere alla sussistenza con gli allevamenti, oppure possedere una piccola attività commerciale in città.

-Di cosa si compongono gli aiuti?
Una cassa di aiuti umanitari contiene 3kg di Farina di tipo 0, 3 kg di riso, 1kg di zucchero, 1lt di olio di semi, 1kg di pasta, 1 kg di pomodori pelati, 2kg di fagioli secchi, 1 kg di lenticchie secche, 1 kg di sale fino, 1 succo di frutta, probabilmente da litro e viene dato anche un pacco d’acqua da almeno 15 lt. Purtroppo manca acqua sorgiva e l’unica acqua che ricevono è quella del Kuwait depurata. Il terreno stesso è argilloso e permeabile per cui ci sono pozzanghere stagnanti dovute anche a leggere precipitazioni che non vengono assorbite completamente che diventano fogne a cielo aperto, dove è possibile vedere nelle oasi verdi persone che lavano le proprie macchine e bambini che sguazzano dentro l’acqua utilizzata per il lavaggio.

-Come si svolge la consegna degli aiuti?
Una delegazione ristretta di soldati va in un villaggio per stringere accordi col capovillaggio e fissare il giorno della consegna degli aiuti. Il giorno stabilito una pattuglia si reca in avanscoperta per avere la conferma per la consegna e allora può partire il convoglio degli aiuti.
Purtroppo in Iraq non hanno la dimensione del tempo e spesso gli aiuti vengono rimandati perché il capovillaggio è assente, come successo una volta in quanto questi, che è l’unico che può dare l’ok per la consegna degli aiuti era assente perché ad un funerale ed i cimiteri in Iraq si trovano solo nelle città sante sciite.
Altro fattore importante è l’attesa, il che è un segnale di rispetto e adeguamento alla loro cultura.
Il capovillaggio (tra l’altro è l’unico che indossa scarpe tipo mocassino in pelle ad indicare la sua importanza e ricchezza) infatti, dopo la consegna degli aiuti, ci invita a casa e ringrazia offrendo tè e caffè.

-Abbiamo parlato di rispetto reciproco, qual è a tal proposito il rapporto con gli italiani?
Che sia condivisibile o meno la presenza italiana in Iraq discutibile a livello politico, ciò che ho visto è che il rapporto con i capivillaggio e quelli del contingente italiano è all’insegna del rispetto reciproco, concetto che abbiamo sentito ripetere 4/5volte nei discorsi che si scambiavano.
Il rapporto è all’insegna della stima e della reciproca fiducia, anche perché gli italiani sono coloro che forniscono sostegno e aiuto a queste popolazioni, così come c’è sempre un po’ di sana propaganda durante la consegna, con distribuzione di bandierine italiane.

(prossimamente la seconda parte)

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