Viaggio in Iraq: 2° parte

Nico Andriani

La seconda parte dell’intervista ad Alfredo Giangaspero e Lorenzo Scoraggi

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-Quali sono le altre operazioni che avete seguito?
Durante i nostri voli in elicottero abbiamo potuto sorvolare e fotografare ad una certa distanza dati i divieti di sorvolo per questioni di sicurezza l’area di Nassirya (nome esatto An Nasiriyah) che seppure nel deserto è molto fertile vista la sua posizione sull’Eufrate e nonostante Saddam avesse deviato le canalizzazioni dalle zone a maggioranza sciita, l’intera zona militare, la raffineria adiacente alla base (oggetto di un reportage RAINEWS24) e il ponte di Nassirya, importante ponte presidiato giorno e notte dagli italiani e al centro della famosa “Battaglia dei Ponti”, durante la guerra.

Con i mezzi di Terra invece abbiamo visitato il Camp Ur, la base donata agli americani alla 3° brigata dell’esercito iraqeno che viene addestrato dall’esercito e dai carabinieri (è in fase di costituzione la 2°brigata).

Abbiamo seguito le fasi dell’addestramento teorico e sul campo dell’esercito irakeno (Iraqi Army) e della polizia locale, con simulazioni di check point e disinnesco di ordigni con la supervisione della sezione artificieri. Gli agenti che si addestrano fuori dall’orario di servizio, composto per circa il 90% da soldati e poliziotti del vecchio regime, abituati ad un buon uso delle armi. Molti di loro infatti hanno alle spalle 3guerre ma necessitano di strumenti logistico-organizzativi ed ormai pressoché indipendenti nel loro lavoro.
Inoltre abbiamo fatto un servizio fotografico sulle donne soldato, sul reparto cinofili e su un importante ritrovamento archeologico avvenuto nei pressi della ziqqurat.

-Quale sarebbe?
È un ritrovamento documentato anche su La Repubblica del 28marzo con un articolo a firma Cadalanu.
Si legge nella nota del 23 marzo diffusa dal magg. Marco Mele, capo della cellula di pubblica informazione, l’avvenuto ritrovamento di una pietra angolare che commemora la costruzione del tempio di Nanna da parte del Re di Ur. Ur-Namma, fondatore della terza dinastia di Ur.

Il reperto, un masso di dolerite del 2100 a.C., dal peso di circa 200kg che giaceva accanto alla ziqqurat, riporta l’incisione “Ur-Namma, re di Ur, colui che il tempio di Nanna ha costruito”, così come letto dal Prof. Giovanni Pettinato, ordinario di Assiologia presso l’Università di Roma “La Sapienza”, ed è poi stato trasferito presso il Museo di An Nasiryah dove sarà poi esposta.

-Perché avete scelto l’Iraq?
(Lorenzo) Noi abbiamo fatto questa scelta perché viviamo il nostro lavoro come una “missione”.
Per un giornalista è praticamente impossibile entrare in Iraq a meno che non sia embedded oppure sia accreditato dal Ministero della Difesa oppure si lavori per qualche agenzia o testata e si provi a muoversi da soli, ma l’unico modo per avere rapporti sicuri con la popolazione è uscire con i militari.

L’informazione è perciò quasi inesistente: una cosa che non si dice è che il reato più diffuso in Iraq è il rapimento, rapimenti-lampo dietro riscatto e che, dopo l’emergenza dell’occupazione, la malavita ha continuato questa abitudine riempiendola di carica politica e ideologica, così come non si dice che gli americani stanno subendo un secondo Vietnam perché la guerriglia gioca sulla sorpresa e gioca con la complicità della popolazione perciò a loro resta solamente la possibilità di muoversi per via aerea. Chi rischia di più sono sempre i pubblici ufficiali.

(Alfredo) Infatti va scissa una componente non ancora messa in evidenza: l’uccisione dei poliziotti iraqeni non avviene solo a causa all’occupazione, ma è anche a causa della guerra civile tra sciiti e sunniti, per fortuna a Nassirya la situazione è tranquilla perché è a maggioranza sciita.
Ciò che sappiamo è confuso e plasmato dalla propaganda mentre la realtà è ciò che non si racconta: l’Iraq è un posto turbolento i cui disordini non sono classificabili tra democratizzazione o guerra civile ma piuttosto rientrano in più ampi piani di scontro, come la questione curda in atto ed etnica più in generale.

-Qual è la situazione di Baghdad?
La situazione è grave e molto più complessa.
Abbiamo parlato con i carabinieri di scorta all’ex ambasciatore italiano a Baghdad De Martino e ci hanno presentato una situazione di continue esplosioni. Baghdad si trova praticamente tra due fuochi, quello dei terroristi e quello degli americani, dove questi ultimi vivono con la fobia di un attacco e agiscono praticamente senza regole.

I convogli USA ad esempio intimano di rimanere a distanza con cartelli spesso non chiari, anche perché in Iraq non c’è una lingua ufficiale ma piuttosto tanti dialetti, soprattutto tra i civili, perciò se ti avvicini incoscientemente perché non capisci ciò che è scritto sul cartello rischi di essere sparato.

Per gli Americani è routine sparare anche perché c’è da dire che l’esercito è composto soprattutto da ragazzini, ispanici e afroamericani che vivono nel terrore e che spesso vengono trasferiti a Nassirya per avere un attimo di tregua.

Che impressione avete avuto del rapporto con la popolazione locale?
(Lorenzo) L’impressione è che se queste persone si ribellassero potrebbero farlo da un momento all’altro.
Per loro il cambiamento non è stato così forte visto che, destituito Saddam. C’è stata un’altra occupazione e lo stato di vita è rimasto sempre povero, con una profonda mancanza di coscienza.
è una situazione anche di comodità: è stata emblematica l’intervista ad un capo della polizia, quando alla domanda “che cosa volete?” lui ha risposto “aiuti”.

Per ora fa comodo ricevere aiuti, anche perché non si tratta di democrazia ma piuttosto di colonialismo sul modello del Commonwealth, con un governo fantoccio e le risorse a vantaggio della corona.
A Nassirya non sembrava ci fossero rischi anche se maliziosamente si pensava che le misure di sicurezza fossero fittizie perché si diceva ci fossero accordi tra le parti.

(Alfredo) Di certo gli italiani possono ridurre i rischi alla fonte, stabilendo un rapporto di rispetto e prevenzione. Infatti hanno dimostrato una notevole professionalità anche se l’occupazione americana è nata sotto la menzogna delle armi di distruzione di massa (la menzogna rivelata dal capo di gabinetto di Cheaney, Libby, ha scatenato il CIA Gate che vede coinvolti i vertici della Casa Bianca tra cui il Presidente Bush, nda) e contro il parere e le sanzioni previste dall’ONU.

La “democratizzazione” è avvenuta attaccando deliberatamente l’Iraq il 15 marzo 2003 e l’Italia è intervenuta nonostante per Costituzione ripudiasse la guerra anche se giustificando l’intervento come missione di “aiuti umanitari”.

(Lorenzo) Rispettiamo gli italiani che sono in Iraq, ma non sono “veri” eroi di guerra perché tutto ruota intorno all’economia. Loro sono professionisti, fanno la guerra “di mestiere” e hanno scelto di andare a combattere per uno stipendio elevato, così come fanno i contractor, mercenari che si muovono all’insaputa del Governo, così come i funzionari del CIMIC, la cooperazione tra difesa ed esercito, è composta specialmente da ingegneri per la creazione di infrastrutture su cui investire.

-Siete partiti con una determinata visione e concezione dell’Iraq, al vostro ritorno cosa è cambiato?
(Lorenzo)
Per certi versi sono tornato disilluso.
Ci sono tanti interessi politici ed economici dove neanche i soldati possono entrare, di certo ho eliminato molti preconcetti verso i soldati che fanno il loro lavoro, mentre sono rimasto amareggiato rispetto alla situazione dell’informazione che rimane molto filtrata.

Sono tornato più cinico perché mi sono reso conto del grande business che gira intorno alla presenza in Iraq: nella base americana c’erano negozi per la vendita di Harley-Davidson, Jeep e anche i fast food.
(Alfredo) La moneta che circola è principalmente il dollaro e tutte le attività commerciali infatti sono americane, con i civili americani che girano in macchinoni mentre lasciano gli immigrati asiatici a lavorarci all’interno. Nella base, talmente grande da esser quanto una città, è stato praticamente riproposto il modello di città e di economia americana.

Per quel che mi riguarda, che sia condivisibile o meno la scelta politica di essere in Iraq, parto dal presupposto che abbiamo visto la realtà della provincia del DHIQAR (l’area dove è situata Nassirya) e la situazione è più distesa perché la popolazione è a maggioranza sciita e c’è un grosso lavoro e molta professionalità da parte degli italiani, persone che scelgono di stare via dai 4 ai 6mesi lontano da casa e dagli affetti e che mostrano competenza e professionalità che, a vario titolo, contribuisce a creare un rapporto diretto con la popolazione fatto di rispetto verso la cultura locale (ad esempio è più grave vendere vino piuttosto che un kalashnikov) ma anche verso i diritti umani, come la condizione della donna.

La situazione più tranquilla legata a questioni etnico-demografiche e alla presenza italiana rende la zona più gestibile, va di pari passo con la ricostruzione dell’esercito e della polizia, formati per il 90% da gente arruolata già sotto Saddam, come lo stesso generale Saad, il comandante della 3° brigata che, seppure non figurasse tra le famigerate carte del mazzo distribuito dagli USA durante la guerra, ha combattuto molte battaglie guidando l’esercito iraqeno.

Come lui stesso ci ha detto, un soldato è sottoposto agli ordini, al di là dell’effettiva volontà e ciò è diverso dall’essere considerati criminali di guerra, però l’esercito irakeno ha bisogno che si costituiscano dei metodi più democratici, non solo dal punto di vista poliziesco ma acnhe giudiziario, metodi più umani che non prevedano più la tortura come negli interrogatori, ad esempio.

La provincia del DHIQAR è tranquilla e si inizia a camminare per passi propri, le istituzioni sono abbastanza autonome riferendo sempre alle autorità italiane, l’unico problema resta la criminalità comune.
Prima di partire avevo paura eppure arrivato a destinazione non ho avuto modo di temere anche se da un momento all’altro puoi trovarti nel mezzo di un attacco, anche se non diretto. Infatti era trapelata la notizia di un probabile attacco ad una radio filoamericana.

A Baghdad scoppiano continuamente bombe ma non è “importante” per le autorità, non essendoci italiani, mentre a Nassirya la situazione è tranquilla.
Dopo le elezioni si parlerà di ritiro delle truppe, ma non credo immediatamente perché ci sono strutture già irachene che vanno lasciate dove sono, strutture portate e/o costruite dagli italiani, di cui una parte verrà donata agli irachene ed il resto verrà “rimpatriato”.

Tra l’altro va fatto, da parte dei logisti, uno studio specifico che quantifichi, in metri lineari di mezzi e navi, le migliaia di tonnellate di materiali da rimpatriare, considerando, questione non da poco, le condizioni climatiche, essendo in procinto dell’estate dove le temperature non vanno al di sotto dei 50°C.
Questo ci fa capire l’impossibilità di un ritiro immediato, anche considerando gli esiti elettorali.

-Tornerete in Iraq?
Il nostro prossimo viaggio sarà probabilmente l’Afghanistan ma speriamo di tornarci, magari senza truppe perché l’Iraq è un posto stupendo a livello naturalistico ed è stata una grande esperienza. L’Iraq rimane comunque un posto difficile, sull’orlo di una tremenda guerra civile che potrebbe scoppiare violentemente al ritiro delle truppe.

Per guardare il reportage completo e gli altri lavori realizzati finora dai due fotoreporter freelance in italia e all’estero è possibile visitare i due siti persnali degli stessi www.fotogiangaspero.it e www.lorenzoscaraggi.it. (rileggi la 1° parte dell’intervista)

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