Vi racconto la Storia…

Nico Andriani e Nicolò Mariano Ceci

Un thè con Franco Pappagallo

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Il 21 Aprile c’è stata l’anteprima nazionale a Terlizzi della fiction sul martire terlizzese Don Pietro Pappagallo “Don Pietro Pappagallo-La buona battaglia”, in onda poi su Rai 1 in prima serata il 23 e il 24 Aprile.

Abbiamo dunque pensato di intervistare un parente di Don Pietro Pappagallo, Francesco Pappagallo nipote diretto, su cosa pensa della suddetta fiction e su cosa ricorda del suo caro zio. Alla proposta dell’intervista il signor Franco si rende subito molto disponibile e non appare per nulla infastidito dalle nostre frequenti e frenetiche domande e anzi affronta con precisione e attenzione a tutti i particolari le nostre incalzanti richieste.

Guardandolo in faccia ci sembra di vedere un don Pietro redivivo e lui stesso ci confessa che la suocera durante il matrimonio lo scambiò per il prete terlizzese.

Ci mostra il ritratto originale di don Pietro che ha donato al Comune di Terlizzi, le foto dei genitori del prete terlizzese e il crocifisso in legno che aveva con sé nella sua casa di Roma e altri oggetti a lui appartenuti, come i suoi occhiali da vista. Tante altre cose le tiene per sé, nascoste tra gli affetti più cari e nel cuore dell’infanzia vissuta durante la guerra.

Si dimostra sempre gentile e cortese. Come le parole che ci dice.

Qual è il suo grado di parentela rispetto a Don Pietro?
Sono nipote diretto: mio padre, fratello di zio Pietro era il più piccolo dei 7 fratelli Pappagallo, 5 maschi e 2 femmine. Scusate se lo chiamo zio Pietro ma qui, in casa sono sempre stato abituato a chiamarlo così.

Ha visto la fiction “La buona battaglia- Don Pietro Pappagallo?
Si, all’anteprima e anche in tv.

Cosa ne pensa? Che le è parsa?
Tecnicamente e artisticamente non posso dir nulla ancher perchè non ho le competenze necessarie per dirlo; nonostante ciò posso dire con sicurezza che la parte di Don Pietro è stata ottimamente interpretata sia nella parlata che negli atteggiamenti. Rivedendo il film mi è sembrato quasi di rivivere la figura di zio Pietro; sono contento che la fiction abbia risvegliato il  sentimento di umanità e del fare del bene nella società.

Cosa ci può dire dell’interpretazione di Flavio Insinna?
L’attore è riuscito a riproporre magnificamente ciò che lui era: un prete scomodo. Don Pietro non era un sacerdote “settoriale”, come dimostra l’amicizia con Gesmundo, che era un comunista e quindi per la logica del tempo, un pericolo per la società. Lui è andato a Roma portando lì il suo esempio e il suo sacrificio, mettendosi fin dall’inizio dalla parte degli oppressi.
All’arrivo a Roma c’era una fabbrica, la Snia Viscosa, che era un’industria chimica, che aveva a nero molti operai sfruttati e sottopagati, e lui, in mancanza di sindacati (o meglio, trovandosi nel periodo fascista, i sindacati erano controllati direttamente dal Fascio, nda) si mise in prima fila per chiedere condizioni lavorative migliori e la regolarizzazione dei lavoratori, finendo per essere trasferito in un’altra parrocchia.

Cosa si diceva di lui a Terlizzi?
C’era un prete a Terlizzi, don Giuseppe Cataldi, che lo invitava sempre a stare tranquillo e a condurre una vita da curato, ma in lui era innata la volontà di darsi al prossimo.
Una volta scelta la tonaca lui poteva dedicarsi ad una vita tranquilla, invece ha scelto di essere un “prete-prete” nel senso che rifletteva in pieno ciò che anche gli effetti della Rerum Novarum di Leone XIII avevano disposto: far sì che i cattolici si muovessero nella società, infatti a Terlizzi tanta gente veniva a casa per cercare di parlare con lui per avere un lavoro.

Quali sono i suoi ricordi di suo zio?
Lo trovavo sempre al Bar Fusaro, perchè amava stare con la gente e tra la gente. quando arrivava a Terlizzi tutti sapevano che arrivava perchè era l’unico momento in cui si celebrava la Messa alle 10,30. Regolarmente le messe mattutine finivano alle9 mentre lui, viaggiando di notte, arrivava in mattinata e appena arrivato si recava a S.Maria La Nova per celebrare direttamente messa.

Cosa ci dice delle sue sigarette?
Ricordo benissimo le sigarette di mio zio: le portava in un astuccio e avevano un caratteristico filtro dorato. Mi ricordo di lui che, appena arrivato, ci portava sempre regali e cioccolatini, che magari adesso voi buttate ma all’epoca per noi erano sogni, perchè c’era povertà commerciale e di vita. Ricordo di piccole uova con delle sorprese inimmaginabili per noi bambini, che per giocare a pallone dovevamo prepararne uno a mano con “pezze rotte”.  Ricordo che l’ultima volta che l’ho visto sono salito in casa sua l’ho visto senza tonaca, indossava un paio di calzoni e per me era difficile immaginare un prete senza tonaca.

Quando avete saputo della sua morte?
Lo abbiamo saputo da un signore che si chiamava Gioacchino, che arrivò a Terlizzi portandoci questa brutta notizia. noi non ci rassegnavamo, anche se sapevamo che lui era un prete scomodo, allora i miei salirono a Ruvo su un carro che trasportava botti di vino e partirono per andare a Roma, affrontando un viaggio difficile data la tenuta del carretto, lo stato delle strade e i numerosi posti di blocco cui erano sottoposti.
Ricordo la scena del loro ritorno, ricordo che il carretto era pieno di mobilia ed effetti personali appartenuti a zio Pietro, anche se ci si lamentava del fatto che avessero saccheggiato la sua casa, in quanto non si trovarono molti libri e molte sue carte.

Quando è stato ricordato la prima volta?
E’ stato ignorato a lungo almeno fino a quando la scuola elementare non è stata titolata a suo nome; è stato tenuto nascosto dai politici e dalle scuole, perchè era un personaggio scomodo la cui foto veniva affissa nella sezione del Partito Comunista ma non in quella della Democrazia Cristiana, fino a quando nei primi anni ’60 non è arrivata la prima amministrazione democratica della città.
Credo che seppure sia giusto e doveroso, sia anche un pò tardi per ricordarlo in maniera adeguata adesso, perchè le testimonianze di cui si potrebbe usufruire non sono più di prima mano ed in questo vorrei lamentare il fatto che la famiglia Pappagallo è stata spesso messa da parte e non tenuta in adeguata considerazione dalle istituzioni e da tutte quelle associazioni che si fregiano del nome di don Pietro Pappagallo senza alcun supporto attendibile.
Noi abbiamo spesso sostenuto ad esempio che la lapide posta in via Beltrani non indica la vera casa natale perchè nel primo novecento la toponomastica delle strade fu riveduta e mio padre affermava che l’originaria via Beltrani non era nient’altro che l’attuale sede di AN in viale Roma ma non siamo mai stati ascoltati e tutto risale a quando, dopo la guerra, la famiglia Pappagallo invitò con dei manifesti a non strumentalizzare la figura di don Pietro e a fare solamente Storia e questo ha gettato la famiglia nel dimenticatoio e nell’indifferenza delle istituzioni, ma quando ha potuto fare qualcosa si è messa sempre in prima fila, finanziando ad esempio alcune borse di studio nel seminario. Siamo rimasti in 7nipoti e siamo ancora e sempre disponibili a raccontarvi ciò che è veramente stato e non vogliamo alcun tipo di strumentalizzazione.

Crede che il messaggio della fiction potrà valere in futuro?
Mi ricordo che dopo la guerra, venuto a mancare zio Pietro, spesso mi rimproveravano dicendo “c staje Zì P’trocc kuss naue faceive” (se stava Zio Pietro, non ti saresti comportato così) e credo che davvero fosse così. Ora spetta a voi ragazzi fare in modo che vi serviate di tali esempi di sacrificio e di buona volontà adesso e nel futuro.

 

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