“Quando sei nato non puoi più nasconderti”
Ultimo appuntamento del ciclo “Intercultura e cinema”
“Quando sei nato non puoi più nasconderti”. Questo è il nome dell’ultimo film della saga “Intercultura e cinema” che ha visto la proiezione di altre tre pellicole quali “Il mio grosso grasso matrimonio greco”, “In my country” e “The terminal”.
Quattro importanti film che hanno affrontato e sviscerato in maniere differenti e singolari, il tema dell’accettazione dello straniero e delle sue attuali condizioni nel mondo intero, offrendone spaccati talvolta drammatici, tristi e raccapriccianti (In my country), curiosi, bizzarri e impensabili (The terminal) fino ad arrivare a “Quando sei nato non puoi più nasconderti”.
La storia del film, imprevedibile e originale, solleva immediatamente roventi interrogativi circa l’alone di idee, opinioni e pregiudizi che circondano come nebbia invisibile ma asfissiante ogni immigrato che si reca in terre nuove e poco conosciute.
Con quest’opera cinematografica il regista Marco Tullio Giordana affronta così lo scottante tema dell’immigrazione clandestina</strong>; opera che, secondo alcuni, non ha convinto comunque molto.
Proprio così: la storia del protagonista, Sandro, figlio di industriale bresciano che in seguito a strane peripezie si trova di colpo ad essere un clandestino, con tutti i suoi sviluppi porta infatti a chiedersi fino a che punto è possibile e giusto accettare lo straniero, che alla fine è una persona come noi, con l’unica differenza che è costretto ad emigrare per necessità.
Forse troppo spesso, non si considera il fatto che l’immigrato è colui che viene da una terra, straniera per noi, natale per lui. Dunque nessuno emigra per piacere o per divertimento ma per condizioni dettate da necessità ed emergenza.
Si lascia sempre con dolore la propria terra natia, il proprio paese natale, la propria casa, i propri genitori, i propri affetti, gli amici, per la fame, per la guerra, per la guerriglia, per le malattie, per lavoro, per disperazione.
E così si cambia paese, si cambia vita e in questo duro passaggio, il singolo subisce già grossi sensi di colpa a sé stanti, per la vita di gioie, di sofferenze, che si lascia e per la vita di chissà quali altre possibili prospettive, alla quale si va in contro.
Si teme già per ciò che si troverà all’arrivo sulle coste straniere, dato che è inquietantemente normale che nel momento in cui si lascia una certa condizione, non è sicuro trovarne una migliore. Se a ciò aggiungiamo la cappa di pregiudizi che li avvolge spietatamente, lo “straniero” viene inevitabilmente portato a vivere in una condizione di sofferenza esistenziale non indifferente.
Tutto questo magari dopo un viaggio estenuante, il cosiddetto “viaggio della speranza”, trascorso stipati come animali in un carro-bestiame, in 200 su una barca idonea a trasportarne 25, pestati, schiacciati, tritati, schiavi atti a subire i maltrattamenti di traghettatori senza scrupoli, per raggiungere finalmente una gelida notte sulle coste italiane, siciliane, pugliesi, calabresi.
Si parte allora già con un intricato complesso di inferiorità che porta a sentirsi indesiderati, non ben accetti. La condizione dello straniero è oggettivamente difficile e delicata. Di fronte a tutto ciò cosa si può fare per evitare disagi a questi inquieti ospiti?
Il progetto “Intercultura e cinema” ha lavorato in questo senso ponendosi, come fine ultimo, quello di sensibilizzare tutti a questo e ad altri temi attualissimi.
A considerare la partecipazione in massa del popolo terlizzese ad ogni appuntamento della manifestazione, è facile ritenere che l’intento iniziale sia stato assolutamente raggiunto.
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