Duecento concerti per la Municipale Balcanica
La band in Corso Dante per le Domeniche Terlizzesi
Duecento. Ebbene sì, la Municipale Balcanica festeggia il suo duecentesimo concerto, e lo festeggia proprio qui, a Terlizzi, la città in cui la band è nata ed alla quale ha offerto i primi concerti. Ora questa banda di paese è cresciuta, ha visitato l’Italia, la Francia, la Germania, la Bulgaria, si è fatta apprezzare a fianco di artisti del talento di Fry Moneti, violinista dei Modena City Ramblers, e dei musicisti della band macedone Kokani Orkestar. Ma ogni viaggio comporta un ritorno. E questo, di domenica 5 Novembre, è un ritorno in grande stile.
Terlizzi, il nostro sud, un paese che sta crescendo culturalmente anno dopo anno, che cerca di perdere la cattiva abitudine d’essere troppo critico con se stesso e da vita all’iniziativa “Le domeniche Terlizzesi”; poi le pietre, le pietre ricche di storia e di segreti, le pietre dei bei palazzi del centro storico, e, ancora, una banda, una formazione extralarge delle Muncipale Balcanica che per l’occasione diventa Sudest Orkestar. E il vino. Il poeta cileno Pablo Neruda, nella sua “ode al vino”,lo definiva “corale” e “scambievole”.
E così si presenta questa serata, bagnata dal nostro vino e odorosa di mosto, folle e calda della danza e della musica che dal palco in Corso Dante riempirà l’aria. Per i dodici componenti della band balcanica, accompagnati dalle due voci femminili Silvana De Palma e Ilaria Cocci e dalla chitarra acustica di Mimmo Paparella, del gruppo di musica popolare terlizzese Iss e Trase</strong>; e da Franco Magrone alla chitarra battente, non sarà faticoso scaldare questa serata, liberarla per qualche ora dalle dita sottili dell’inverno che si insinua prepotentemente in queste giornate di novembre e colorarla di ritmi dell’est e del profondo sud.
Il vino ne sarà complice discreto. “Lo bevano; / ricordino in ogni / goccia d’oro / o coppa di topazio / o cucchiaio di porpora / che l’autunno lavorò / fino a riempire di vino le anfore, / e impari l’uomo oscuro, / nel cerimoniale del suo lavoro, / e ricordare la terra e i suoi doveri, / a diffondere il cantico del frutto.”(P.Neruda)
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