Michele Santeramo e Giorgio Vendola per il Teatro che verrà

Valeria De Ceglia

In un teatro, non ancora completato, i due autori vogliono credere che il sipario tornerà ad “aprirsi”.

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“I personaggi lo sanno che,un giorno,tutto sarà pronto;quel giorno loro arriveranno in scena e potranno dire le parole per cui sono nati e noi potremo ascoltarle e far finta di essere noi stessi un po’ Giulietta, un po’ Romeo, un po’ Cirano e un po’ Amleto. Anche noi saremo re e regine per una sera; saremo noi stessi servitori;saremo,per una sera,siciliani o inglesi e potremo così tornare a vivere la vita che avremmo potuto vivere e che non siamo ancora stati capaci di desiderare. Questo spettacolo vuole dire della nostalgia; la nostalgia per questi personaggi che mancano e che sono in attesa di entrare; in attesa di un applauso e, allora, per una sera, li vogliamo invocare…sipario!”

Un incipit, quello scelto da Michele Santeramo, che si commenta da solo. Un incipit romantico per esprimere l’amore per il teatro; un amore incondizionato che,nella nostra Terlizzi,in mancanza di luoghi idonei,si è fatto clandestino. Possiamo così spiegare la nostalgia di cui parla Michele Santeramo. Nostalgia, un termine che deriva dal greco (nostos e algia) e sta appunto a significare dolore del ritorno. La nostalgia la si prova di fronte a un momento che si vorrebbe rivivere e,in questo caso, davanti a un sipario che, ormai da anni, non ha ospitato più alcun personaggio.
Grazie alle parole di Michele Santeramo capiamo che, nelle vene dei personaggi teatrali non circola sangue bensì circolano parole. I personaggi sono nati per dire parole. Amleto, Romeo, Giulietta, Cirano (e la sua splendida storia che nel corso della serata è stata magicamente raccontata da Michele Santeramo sulle romantiche note di Giorgio Vendola) trovano la loro magia nelle parole che proferiscono.
A Terlizzi manca un sipario, speriamo che i lavori del teatro possano essere ultimati al più presto. Speriamo che i finanziamenti non si riducano proprio di fronte a ogni tipologia di serbatoio culturale.
Opportunamente Michele Santeramo ricorda il passo di una canzone di PaoloConte:

Dorme un teatro 
Scolpito al centro di un’agricola contrada
Tanto qui nessuno si dispera…

La ricorda perché rispecchia molto bene quanto accaduto nel corso di questi anni a Terlizzi ma,inevitabilmente,apporta una modifica nel finale: “Tanto qui c’è chi dispera”. Capiamo, pertanto, che rendere visibile alla cittadinanza il vecchio Teatro Millico vuol dire appunto questo: invitare a disperarsi di fronte a un teatro che dorme. La disperazione equivale ad armarsi contro ogni vistosa ingiustizia che,con prepotenza, avvelena ogni patrimonio culturale invece di invigorirlo.

Santeramo e Vendola, a nostro avviso, hanno scelto il modo più giusto per onorare questo evento: il romanticismo. Esprimere, come già magistralmente aveva fatto Giuseppe Tornatore in “Nuovo Cinema Paradiso”, l’amore per l’arte. L’arte come evasione da una vita arida e come una bellezza che si guadagna mediante la forza e la magia estetica delle parole.

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