“Va e non torna”: riflessione sull’immigrazione di Ron Kubati
Non solo il titolo di un libro. Ma il frutto di una scelta dello scrittore albanese vissuto per qualche tempo a Terlizzi
Ci sono varie difficoltà che impediscono ai nostri giovani di credere nel valore e nella forza politica del loro paese. La più aggressiva è la disoccupazione. Pleonastico risulterebbe elencare i rischi e gli impedimenti causati dalla mancanza di lavoro.
Vorremmo, piuttosto, rammentare la personalità di uno scrittore albanese, Ron Kubati, vissuto per qualche tempo nella nostra Terlizzi. Va e non Torna non è solo il titolo di un suo noto libro ma è di più: è il frutto di una sua scelta.
Va e torna facilmente, Va e torna con difficoltà, Va e non torna: sono queste le strade che, chi patisce la disoccupazione, è costretto ad imboccare. “Le prime due vie non comprendono ostacoli consistenti, chi le percorre ritorna alla situazione di partenza. La terza è la più difficile, in pochi tornano, ma chi riesce a percorrerla è premiato con un cambiamento vero”. La terza è la via più tragica; è la via che porta nell’ignoto e ti fa sentire estraneo perfino a te stesso.
«Rivoluzionari o immigrati, emigranti o ribelli perché giovani, oltre un regime, oltre il muro, oltre il mare, oltre il giorno, che rinchiudono, fissano, realizzano una realtà che vogliamo cambiare o abbandonare, irresistibilmente attratti dal futuro dall’altra parte del muro, dall’altra parte del mare, di notte alla ricerca di un altrimenti che può essere altrove, o di un altrove che è anche altrimenti, che comunque non si svelano che di colpo, senza preavviso, ad alba arrivata.
Il mattino dopo, in migliaia, quando ci siamo tutti, la nave si muove. Il mare la trascina verso non si sa dove. Non siamo noi ad attraversare il mare. E’ il mare che si fa attraversare. L’Alba è grigia, fredda e ventosa. Già in partenza, siamo digiuni da più di ventiquattro ore. Non capiamo più niente. Il nostro sguardo registra tutto ciò che succede per ritrasmetterlo solo ad avventura finita, in forma di memorie. Ognuno s’è aggrappato a qualcosa per poter affrontare meglio le onde e la pioggia che si confondono sopra di noi. La città alle nostre spalle diventa sempre più piccola ma davanti a noi non si vede niente».
Inutile negarlo, il nostro paese vive di immigrazione, nel senso che si trova ad accogliere un numero tutt’altro esiguo di gente che “si fa attraversare dal mare” ma, nel contempo, fa esperienza di immigrazione, basti pensare ai tanti giovani che si spostano alla “ricerca di un altrimenti che può essere altrove”. C’è la piaga della disoccupazione ma c’è anche un malessere nei giovani. Non sto bene. Non mi va di fare quel che faccio. Vorrei fare altro. Vorrei essere altrove. Non c’è nulla che mi riempia. Voglia d’altrove, voglia di fuga, voglia di vincere il proprio senso di insoddisfazione.
Accanto a questa forma di fuga, c’è un’immigrazione costretta che si rivela in tutta la sua tragicità. Sì, perché Va e non torna si riferisce anche ai tanti che, nel tentativo disperato di scrollarsi di dosso quel senso di miseria, perdono la vita in un mare che fino a quel momento era visto come una sorta di autostrada per accedere in un luogo chimerico, edenico quasi. Ecco i nostri mari trasformarsi, per dirla con Vendola, in sepoltura liquida. Ecco il mare perdere il suo romanticismo e divenire quel simbolo del male tanto in voga presso l’antica cultura ebraica.
Va e non torna si riferisce, altresì, alla perdita di quel senso di bonarietà originaria e all’implodere della “criminale rabbia degli esclusi trasformati in spacciatori, assassini e contrabbandieri. Questi compongono una consistente componente dell’immigrazione, quella tragicamente bruciata, quella spietatamente scartata, quella per cui il mondo non è stato altro che un’ infernale maledizione, quella per cui il nostro positivismo altro non è che una maledetta teoria cinica”.
«Cosa volete che se ne freghino del beneficio che ne trae dal fenomeno migratorio la società intera, le vittime del canale di Otranto del venerdì santo? Cosa dobbiamo dire al bambino che è scampato dal naufragio dello scafo di linea, dopo che ha visto affogare padre e madre? Questa è l’essenza tragica del fenomeno.»
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