Scuderia: una mostra per artisti di razza

Valeria De Ceglia

Con sagace ironia i 13 partecipanti giocano e scherzano un po’ e si paragono a cavalli di razza, amanti della libertà.

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“Scuderia” è il titolo della mostra inaugurata lo scorso 2 dicembre dagli artisti di “RA comunicazione totale” che resterà aperta fino al 18 gennaio.
Una mostra atipica e difforme che sceglie di staccarsi dal coro e proporre tematiche non natalizie. Già dal titolo “Scuderia” si può intuire il coraggioso tentativo dei 13 artisti che hanno dato vita a una mostra collettiva che manca di temi comuni perché, in questo caso, il denominatore comune è rappresentato dalla fiducia che essi nutrono per l’arte.

Con sagace ironia giocano e scherzano un po’ e si paragono a cavalli di razza, amanti della libertà e tolleranti di un unico rifugio serale: la Scuderia. Oltre la metafora, i cavalli di razza sono gli artisti e, nello specifico, gli autori della mostra: Anastasia Squeo, Pino Lauria, Paolo De Santoli, Alvaro Spagnesi, Carlo Simone, Caludio Vino, Marina Alfieri, Pasquale Guastamacchia, Armando Gozzoli, Ido Maggi, Vittoria Calianni, Sabino Lerario, Carlo Azzella. La libertà è la stessa arte, in difesa della quale gli artisti hanno deciso di unirsi. L’unione fa la forza. E, carichi di questa saggezza popolare, danno vita al loro più stravagante sfogo artistico.

Paolo De Santoli e Alvaro Spagnesi entusiasticamente parlano dei loro prodotti artistici ma lamentano l’assenza dell’amministrazione comunale nel progetto Ra Comunicazione totale. “Mancano finanziamenti. Quest’amministrazione sembra pressoché assente”. Da qui l’idea di intitolare la mostra Scuderia sul cui depliant di presentazione si legge: “ quando all’orizzonte non vi è alcuna miglioria, quando tutto attorno vi pare una ribalderia” […] l’unica soluzione è l’unione, “poiché l’unione aiuta”.

Paolo De Santoli dà il suo contributo alla mostra con un’opera che possiamo definire ludica; un vero e proprio gioco artistico: un ranocchio dai colori vivacissimi, realizzato pensando a sua figlia.

Alvaro Spagnesi espone un’ opera bizzarra, realizzata in legno e, nello specifico, con taglieri. L’idea è di creare uno specchio al fine di rappresentare il procedere delle stagioni della vita e la ciclicità del tempo. L’energia, ossia la vita si diffonde dal centro alla periferia, rendendo vivente ed animato il cosmo.

Ido Maggi sceglie di partecipare alla mostra con un’opera alquanto critica che esprime tutta la sua insofferenza nei confronti della tradizione artistica. Interamente realizzata in pietra, l’opera raffigura due personaggi che sembrano giocare a nascondino. Entrambi hanno la testa appoggiata al muro e sembrano stiano contando per permettere agli altri bambini (non rappresentati nell’opera ma immaginati dallo spettatore) di trovare un luogo idoneo e il più possibile non a vista. La scultura sembrerebbe quasi riprendere fedelmente i temi della tradizione; eppure colpisce un particolare: i due personaggi hanno le loro braccia completamente affondate nella materia. L’impressione che ne deriva è che essi stiano tentando una fuga: fuggire da quella scultura e farsi tutt’uno con la materia, fondersi con la materia. E, in effetti, gli artisti della mostra optano per materiale atipico, basti pensare al prodotto artistico di Lauria. La sua opera è realizzata con un’ala d’oca opportunamente trattata; l’artista, un po’ ironicamente, confida al suo pubblico che, a causa di questa e altre produzioni, è incorso in “piccole diatribe” con gli animalisti.

Claudio Vino prende parte alla mostra con una produzione dai forti rimandi attuali. Sceglie di realizzare una bambola sadomaso e di curare minuziosamente la realizzazione di quest’opera, facendo attenzione a non dimenticare alcun dettaglio. La scelta dell’oggetto non è fortuita; la sua vuole essere una critica alla società dei consumi, un attacco senza mediazioni né moderazioni. Per dirla con Claudio Risé, nei giochi sadomaso non vi sono vittorie: “nell’immaginario sadomaso e nei suoi rimandi violenti, tutti perdono. Forse, alla fine, perdono anche le aziende che li utilizzano spregiudicatamente, sperando di guadagnarci.

In ultimo, varrà riportare alcuni passi dell’edificante chiacchierata con Alvaro Spagnesi che culmina nella sua entusiasmante definizione: “L’arte è la migliore psichiatria”. Non ci resta che associarci a Spagnesi e optare per questa nuova idea di arte taumaturgica, curativa. Il valore catartico dell’arte, per dirla con gli antichi greci, non deve essere dimenticato e soprattutto bisogna guardare ad esso come il primo reale tentativo per prendere le distanze dalla psichiatria di stato, ovvero quella che incentiva all’uso reiterato di farmaci per far arricchire l’industria farmacologica.

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