27 gennaio: che un ricordo valga a disturbarci!
Spegniamo pure le luci della nostra Piazza Cavour ma sentiamoci tutti almeno minimamente ipocriti nel momento in cui verranno proiettate sulla torre dell’orologio immagini che comodamente interpretiam
27 Gennaio: Giorno della Memoria. Si ricordano i tanti ebrei uccisi nei campi di concentramento, rei di appartenere a una razza irragionevolmente discriminata. Si ricordano molto a stento – ahimè – comunisti, omosessuali e soprattutto zingari uccisi alla stessa stregua degli ebrei. Eppure, come ci ricorda Elisabetta Caratati, in “uno zingaro non muore di meno”: “nessuno più chiude gli zingari in campi di sterminio, o li fucila, e’ vero, ma il loro mondo e’ guardato ancora dai più con dubbioso sospetto”…
???? : non si tratta di un geroglifico ma del termine ebraico che, se traslitterato, diventa più comprensibile e leggibile. Lo traslitteriamo come Shoah e siamo, ormai da anni teoricamente certi del suo significato. Lo sanno anche i bambini ormai che Shoah sta a significare letteralmente “distruzione” di vite. Eppure parliamo della Shoah come di un episodio storico orami conclusosi e archiviato nelle numerose trovate editoriali e cinematografiche.
Il ricordo della Shoah, lungi dal pensare comune, è ancora attuale…sono fin troppe le Shoah vissute ai nostri giorni e taciute dai mass media o trattate solo di striscio come notizie secondarie e di scomodo contorno. Ricordare la Shoah dovrebbe inevitabilmente portare a riflettere delle tante Shoah di cui siamo superficialmente a conoscenza o che inconsapevolmente favoriamo innanzitutto con la nostra tendenza a deresponsabilizzarci politicamente. Il Secolo dei genocidi, delle persecuzioni di massa, delle guerre preventive, del nazismo, è –purtroppo- ancora vergognosamente attuale.
Allora più che versare lacrime su un evento passato, piuttosto che proporre nelle nostre aule scolastiche, nelle nostre biblioteche, nelle nostre sale comunali, la proiezione di film visti e rivisti sullo sterminio degli Ebrei, cerchiamo di puntare i nostri riflettori sulle nostre attuali colpe che culminano nei crimini contro l’umanità. Parliamo, piuttosto, della persecuzione del popolo Rom, del genocidio di khmer Rossi in Cambogia, del business farmaceutico della malattia, della guerra in Iraq. Non dimentichiamo che quando nel 1975 l’Italia vendeva mine antiuomo a S. Hussein, tutti erano al corrente che le stesse sarebbero state usate per sterminare i Kurdi. Non dimentichiamo che oggi diciotto popoli nativi colombiani rischiano di scomparire.
Versiamo piuttosto lacrime di rabbia nei confronti di Israele, uno stato che, subdolamente, sta compiendo un genocidio per difendere e portare in alto il suo stesso nome. Vergogniamoci di fronte ai genocidi compiuti indiscriminatamente dalle nostre multinazionali che favoriamo a partire dalle nostre basilari spese quotidiane. Diciamolo una volta per tutte che il capitalismo, per usare un’espressione di Samir Amin, ha come unico sviluppo possibile il genocidio. Quanto a Bush dovremmo, per correttezza, riconoscere che spetta a lui il primato dei genocidi, non ultimo quello patito dalla popolazione dell’Africa Sub-Sahariana…
Se vogliamo ricordare sinceramente i tanti ebrei sterminati facciamolo ricordando i tristi eventi attuali perché non si può commemorare qualcosa che si sta ancora vivendo. Spegniamo pure le luci della nostra Piazza Cavour ma sentiamoci tutti almeno minimamente ipocriti nel momento in cui verranno proiettate sulla torre dell’orologio immagini che comodamente interpretiamo appartenenti al passato! Spegniamo le luci della nostra cara Piazza Cavour ma ricordiamo che Hitler vive ancora nei nostri sporchi giochi politici ed economici che trascendono ogni rispetto per l’umanità.
«L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.» (Pier Paolo Pasolini)
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