Il terlizzese, col. Luigi Chiapperini, parla della sua esperienza in Libano

Salvatore Vernice

In un’intervista rilasciata al Gazzettino Veneto, il comandante dei lagunari racconta la sua vita lontana dall’Italia

1 commenta

Armi in giro ne vediamo poche. E quando capita interveniamo in collaborazione con i militari libanesi. Il controllo del territorio avviene in modo tranquillo. La popolazione ci accoglie con rispetto e in modo analogo ci comportiamo noi.

La gente, provata da anni di guerra, capisce il significato della nostra presenza». Così il colonnello Luigi Chiapperini , comandante del Reggimento lagunari “Serenissima”, racconta l’esperienza in Libano nell’ambito della missione Unifil sul territorio del “paese dei Cedri” dopo l’ultimo conflitto tra Israele e Hezbollah.

Dall’8 novembre 2006, quando sono arrivati i lagunari, fino al 12 febbraio scorso, il contingente Unifil ha effettuato oltre cinquemila pattugliamenti, con tremila interventi di bonifica anti-mina o per altri tipi di ordigni.

Comandante, un lavoro particolarmente delicato in una zona difficile.
«Il lavoro di pattugliamento ci vede impegnati notte e giorno. Ma non c’è solo un’attività di ordine pubblico per il rispetto della risoluzione 1701 dell’Onu per il mantenimento della pace in quest’area, ma operiamo per avviare contatti umanitari con la popolazione e per evitare che la situazione degeneri in un nuovo conflitto arabo-israeliano. Comunque siamo abituati a tutti gli imprevisti. Nel corso del tempo la tensione si è smorzata, ma siamo pronti ad ogni evenienza, anche ad un peggioramento della situazione. L’esperienza non ci manca».

Un’attività non proprio facile in un’area teatro di numerosi scontri a fuoco.
«Il controllo avviene giorno e notte. La requisizione delle armi non è direttamente compito nostro, ma dell’esercito libanese che ha rimesso piede in queste zone del proprio territorio nazionale dopo parecchi anni. Il nostro ruolo di mediazione ha fatto sì che solo pochi giorni fa nella nostra base di Maraka si potesse tenere una riunione di tutti i sindaci delle 38 municipalità dell’area da noi gestita nell’ambito Unifil, che è quella attorno alla città di Tiro. Ed è stato in quest’occasione che abbiamo riferito dei “progetti di impatto rapido” ovvero iniziative e programmi di aiuto prettamente civili».

Sarebbe a dire?
«I sindaci ci hanno indicato una serie di priorità e situazioni critiche: mancanza di acqua, ricostruzioni di ponti e strade, igiene pubblica. Grazie a questi incontri abbiamo potuto offrire il nostro lavoro e le nostre conoscenze, insieme a cospicui finanziamenti, per venire incontro alle necessità della popolazione. Abbiamo promosso una trentina di progetti “civili”, alcuni dei quali già avviati principalmente nei lavori pubblici, nella prevenzione anti-mine e nella sanità,».

Ma cosa chiedono i libanesi dell’area di Tiro?
«Innanzitutto la pace, la tranquillità e di avviare la ricostruzione. E poi che sia possibile in tempi brevi l’erogazione dell’acqua, della luce (l’elettricità c’è solo per quattro/sei ore al giorno ndr) e poi la sistemazione delle strade».

Quale può essere un sogno realizzabile in una terra martoriata come il Libano?
«Come militare, e non vorrei che fosse inteso come un controsenso, il mio sogno rimane quello di non dover sparare neanche un colpo di fucile per realizzare gli obiettivi di Unifil. Ma vediamo che la situazione è fluida. La gente, senza tener conto delle differenze, anche quelle religiose, ci invita nelle proprie case, ci offre il caffè o il tè. E da questo nasce la convivenza. La volontà di voltare pagina. É un rapporto da uomo a uomo. Emozionante».

Un bel biglietto da visita per l’Italia.
«Senz’altro. E soprattutto sentiamo che il nostro Paese ci è vicino in un’area che è comunque storicamente un teatro di guerra».

Senta comandante che cosa le manca di più del nostro Paese?
«Mia moglie».

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!