Vito De Leo presenta “Il quarto timoniere”, il nuovo libro di Paolo Vallarelli

La Redazione

Anche in quest’ultima pubblicazione, la tematica di fondo è il recupero della “memoria”, una ricerca identitaria ed esistenziale il cui contesto è sempre il proprio paese natio.

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo la presentazione di Vito De Leo al libro di Paolo Vallarelli “Il aurto timoniere”.

Con “Il quarto timoniere” – Una storia della mia gente – Paolo Vallarelli ci fa dono, ancora una volta, di un’opera che rappresenta il linguaggio delle emozioni, dell’anima e dei ricordi. Con uno stile letterario ricco di spontaneità e di immediatezza, senza artifici o fronzoli letterari, l’autore esprime il linguaggio dei sentimenti, lasciati cadere sulla pagina con il loro vivido sussulto, quasi a voler liberare da un peso l’anima gravata da una soffusa, percettibile inquietudine.

In questa sua ultima esperienza letteraria come nelle precedenti: “Monica vuol toccare il cielo”, “Angela che amava gli ulivi”, “La camicia insanguinata” , “Grigie introspezioni”, “Sognavo di viaggiare lontano” (queste ultime pubblicate dalla casa editrice di Milano “Il Melograno” , che gli hanno dato notorietà nazionale) lo scrittore dimostra una straordinaria capacità di veicolare le emozioni ed una notevole sensibilità nel cogliere la delicatezza di sentimenti sinceri e profondi, attingendo al proprio vissuto personale, sfiorando l’estasi e l’incanto della parola, con uno stile narrativo scorrevole, che privilegia brevità e semplicità espressiva.

Anche in quest’ultima pubblicazione, la tematica di fondo è il recupero della “memoria”, una ricerca identitaria ed esistenziale il cui contesto è sempre il proprio paese natio, Terlizzi, con le sue vie, i suoi angoli, i suoi personaggi storici. Questo romanzo, ancora una volta, immerge il lettore, ognuno di noi terlizzesi nel passato, per poi volare nell’immaginazione e nei sogni più riposti. «Quello che importa – afferma l’autore nell’introduzione – è che la “Storia della mia gente” sia vera. Perché senza il nostro passato, senza le nostre radici, non si può vivere il presente e, soprattutto, non c’è futuro».

Le pagine del romanzo “Il quarto timoniere – Una storia della nostra gente” ben si prestano all’intento di dare voce ad una delle processioni trionfali più spettacolari di Terra di Bari, per farne conoscere alcuni aspetti, noti e non, meno conosciuti o persi nella memoria, sia ad un pubblico più vasto, per stabilire un rapporto costante e duraturo con esso, sia allo stesso terlizzese, che spesso segue l’evento da spettatore passivo, non avendo nessuna consapevolezza della ricchezza dei dettagli e particolari che si muovono alle spalle della Festa Maggiore, nella quale, la prima domenica di agosto, il popolo rivendica la propria dignità di appartenenza, il proprio attaccamento alle tradizioni, ma anche la propria religiosità.

Ricordi, emozioni, polemiche, sempre ed esclusivamente raccontate dai protagonisti scompongono e ricompongono il senso ultimo del romanzo, fino all’epopea del “Trionfo” rappresentata dal grandioso ed ondeggiante Carro trionfale con in cima l’icona bizantina della Madonna di Sovereto, che in gran pompa sfila nella caldissima estate del sud e rappresenta la sintesi assoluta del proprio linguaggio che si traduce in mera allegoria visiva.

Il Carro della Festa Maggiore, da traino agricolo a carro trionfale è sempre quello, da mille anni… anche se rinato dalle ceneri (22 agosto 1991) più splendido e più perfetto per opera dell’architetto Michele Gargano, Don Gaetano Valente, Angelo D’Ambrosio. Ricostruito dopo un lavoro immane che li ha visti impegnati per un anno intero, con ammirevole dedizione, estremo disinteresse e grandi sacrifici personali. Un’opera sofferta che ha fatto meritare loro, giustamente, la stima, l’ammirazione e la gratitudine dell’intera cittadinanza. 

È un albero che non teme bufere e che continua a dare il suo frutto, sempre uguale e sempre gradito: l’amore di un popolo verso la Madonna in un trionfo spettacolare sacralizzato. Le memorie ci maturano, ci fanno colti, ci ingigantiscono, sono maestre di vita.

Un maestoso campanile mobile, una vera e propria “scultura itinerante”, spinto a braccia con arcaica devozione da sessanta uomini, celati dietro il drappeggio perimetrale del carro e guidato dagli abilissimi timonieri, che la tradizione vuole essere “trainieri”, in costume d’epoca, (calze bianche fino al ginocchio, brache di colore marrone strette in vita da una fusciacca, camicia e gilè di colore rosso, sulla testa copricapo di lana con il pompon alla punta) a loro volta duramente impegnati a riportare di continuo nella giusta direzione il timone, che il dislivello del piano stradale e le forti sollecitazioni dell’enorme peso del Carro (si pensi che la sola edicola sacra, che circonda l’icona della Madonna, si quantifica in circa dieci quintali e se si riesce ad immaginare quanto possano gravare i corpi di oltre cento bambini che trovano posto sulle scalinate, cui si aggiunge il peso di sessanta batterie utili per illuminare le migliaia di lampadine che adornano la macchina della festa, i conti si fanno presto) che lo fanno deviare di qua e di là, costringendoli a quelle caratteristiche movenze a sobbalzi quasi ritmati. Il capotimoniere, comunque, controlla continuamente la strada, calcola ad occhio le distanze, studia attentamente i suoi uomini e si ferma ogni 10 – 15 metri.

Ma è nelle curve del percorso, e soprattutto in quelle in leggera pendenza e nello stretto varco che immette dallo “stradone” nella piazza principale, che si tocca l’acme dell’esaltante partecipazione emotiva della folla, che esplode in un vero e proprio delirio collettivo espresso da scroscianti applausi all’indirizzo della perizia del guidatore e dello sforzo sovrumano dei timonieri. La gara per l’assegnazione della conduzione del Carro Trionfale, in vigore dal 1980, che viene aggiudicata alla squadra di timonieri che offre la cifra di denaro più alta, di fatto ha sempre evocato in chi vi partecipa (che sia parte in gara o parte aggiudicante), un forte senso di potere. Portare il Carro Trionfale in giro per la struttura urbana cittadina ha significato, e significa ancora, portare in Terra, e particolarmente a Terlizzi, l’intero Corteggio Divino sotto l’egida della nostra esotica Signora di Sovereto: Madre (Madonna col Bambino), venuta da lontano (icona nera come la terra da cui è emersa) a farsi carico della nostra incapacità di farci ascoltare.

Aggiudicarsi la conduzione del Carro, significa, quindi, per i Timonieri, se-durre, ovvero condurre a sé, tutta l’aurea benefica del potere divino e del potere che l’evento suscita nella popolazione, con tutto ciò che ne segue sul piano della visibilità nel contesto sociale cittadino.

Nell’orgogliosa espressione dei timonieri, nel sofferto correggere i contraccolpi del timone c’è, però, anche la fede, c’è l’amore e l’attaccamento per la propria terra, c’è il richiamo forte e prepotente alle radici, c’è anche il trionfo della gioia sul dolore, della vita sulla morte.

Storie, quelle di ogni singolo Timoniere, realisticamente rappresentate nel romanzo di Paolo Vallarelli dai fratelli Roberto e Marco, che ci hanno fatto toccare con mano la carica devozionale che motiva le loro azioni e intenzioni, il reale spirito di competizione che vivacizza il clima prefestivo e che non tutti conoscono, la pronunciata spinta protagonistica che inebria, ciascuno dei componenti della squadra, a misurarsi minuto per minuto di quel fatidico giorno, con l’imponente mole del pesante Carro, con la lunghezza e difficoltà del tragitto da percorrere, con la responsabilità assunta nei confronti di tutto il paese e la sua storia, e, perché no, anche con se stessi.
Atteggiamenti, emozioni e sentimenti, questi, che, uno per uno, esaltano la figura dei Timonieri non solo ad “eroi per un giorno”, ma a veri e propri custodi, nella quotidianità, di tradizioni, ricordi, memorie, ideali, devozione.

L’autore ci fa scoprire così un mondo nascosto che mai avremmo potuto immaginare. Ci mostra che dietro ad uomini semplici, a volte dall’aspetto diffidente e ritroso, si cela la grande Terlizzi della Festa, il vero sentimento verso la propria città, l’orgoglio di possedere un tesoro unico, la sincera e semplice devozione, la tenacia e la fierezza degli uomini del Sud, la scaltrezza, l’attenzione, l’esperienza, la sicurezza, la maestria dell’uomo a dispetto della mole dell’alto Carro.

Mentre i timonieri procedono, quasi a ritmo di danza, nel tripudio della folla c’è la preghiera, la richiesta, il lamento, il voto, la recriminazione, il ringraziamento…E’ alla Madonna che tutti si rivolgono. Tutti fusi in una gran folla, in un ondeggiare di anime, tutti a contatto di gomito, corpo a corpo, fusi finalmente in un mareggiare di teste, in uno scalpiccio di piedi, un allungarsi di colli, un mormorio continuo per una preghiera corale.

Attraverso la vicenda romanzata del protagonista – il quarto timoniere – è evidente la fiducia dell’autore verso la progettualità. Operando in una duplice direzione, infatti, si vuole seguire il solco della storia nel rispetto di tutti i rituali, sia religiosi che profani, per mantenere saldo il legame con il passato, ma si vuole anche perseguire un grande progetto: inserire la Festa in un’orbita non più campanilistica confinata a ristretti vincoli territoriali, ma in un più vasto raggio.

Come? Costruendo attorno l’impalcatura di una stabile progettazione pluriennale che preveda una serie di eventi culturali, che attiri una più nutrita massa turistica nelle nostre piazze e strade, con la quale stabilire un vero e proprio appuntamento annuale denso di iniziative e manifestazioni dalla musica all’arte, dalla storia alla letteratura, dalla terracotta al fiore.

L’idea è quella di far indossare alla Festa un abito nuovo per darle veramente tutto il lustro che merita, inserendola in un circuito culturale e religioso, perché no, nazionale. La processione del Carro si configura nell’intero ciclo celebrativo come la tappa più significativa e aggregante di partecipata fruizione collettiva, è degna di competere con il meglio della tradizione religiosa e popolare italiana, creando in questo modo un forte ritorno d’immagine per la nostra tanto bistrattata Terlizzi.
Non vi è tra la folla straripante ed assiepata lungo il percorso processionale chi riesca a sottrarsi alle forti sensazioni suscitate dalla visione quasi fiabesca del monumentale congegno, specie se riferito a quello attuale, risorto dalle ceneri più splendido e maestoso, artisticamente perfetto e autentico capolavoro d’ingegneria statico – dinamica per l’imponenza della sua mole, la strabiliante altezza di oltre 22 metri e il mirabile artificio delle strutture portanti.

Di qui una proposta culturale ed un augurio. Sarebbe auspicabile che sull’intero ciclo cerimoniale si crei un vero e proprio archivio della memoria che inserisca la festa di Terlizzi nel contesto più ampio della cerimonialità meridionale e italiana.

I confini angusti in cui la cultura terlizzese sembra voler operare e allignare non oltrepassano il raggio del nostro centro storico e gli scaffali della nostra biblioteca civica. Sotto il livello del suolo e dell’attenzione giace una quantità rilevante di materiale inerte del pittore Michele De Napoli, (la sua vita e lo sviluppo delle sue opere (lo studio sui personaggi che si apprestava a ritrarre, in particolare nell’”Invenzione della Madonna di Sovereto”, sugli angeli, il cane e le pecorelle, versioni preliminari di questa ed altre opere e bozzetti di pittura paesaggistica. Materiale di valore non indifferente quindi, soprattutto per comprendere meglio i tratti della personalità artistica di De Napoli e percorrere a ritroso la genesi della celebre tela che motiva la nostra Festa Patronale. Materiale sottratto alla conoscenza del cittadino medio, cosicché lo stesso ne ignora l’esistenza e l’importanza. Chi può immaginare che parte della produzione artistica di De Napoli sia confinata ancora in uno scantinato? E nonostante oggi si parli della imminente apertura della Pinacoteca dedicata al De Napoli, il rischio della stagnazione permane, poiché quel che si profila per la produzione del pittore terlizzese, rischia di essere un semplice trasloco. Il mio auspicio è che la Pinacoteca De Napoli sia la prima tappa, unitamente al Teatro comunale, di un rapido processo di valorizzazione della nostra città e delle sue espressioni culturali.

In tale prospettiva non si può fare a meno di iniziare a parlare, anche per Terlizzi, di un Cultural Planning, della possibilità, cioè, di creare strette connessioni tra la politica culturale e altri ambiti della progettazione e dello sviluppo locale, in modo da stabilire strategie e piani di azioni intergrate.

In tale approccio un ruolo rilevante può svolgere l’evento Festa Patronale che, con il suo “unico” e spettacolare “Carro trionfale” può davvero divenire una risorsa di coordinamento e raccordo per valorizzare l’identità e l’immagine della nostra città nelle sue varie componenti: arte, ceramica, floricoltura, gastronomia, olivicoltura, tradizioni, artigianato, storia, ecc.

Si tratta, perciò, di innescare un coraggioso processo di “modernizzazione” della Festa che, pur salvaguardando le radici e l’originalità della tradizione, possa finalmente, con maggiore dinamicità, ampliare, anche nel tempo, le potenzialità turistiche inespresse dell’evento, fin’ora ancora troppo ancorato a schemi operativi statici, ripetitivi e non funzionali ad una risorsa da promuovere anche in termini economici.

Come spesso ripete la mia amica Maria Teresa De Scisciolo ho lanciato un sassolino nello stagno, grazie all’opportunità che mi è stata offerta dalla piacevole lettura del libro di Paolo Vallarelli. Sono certo che molti altri lanceranno sassolini e tutti insieme faremo un gran rumore. Il silenzio produce silenzio, l’entusiasmo produce entusiasmo, la voglia di fare può cambiare le cose, ma perché tutto funzioni bisogna crederci.

Concludendo, rivolgo un caloroso augurio alla cittadinanza terlizzese, all’Amministrazione comunale, al Comitato Feste Patronali, al suo nuovo presidente Nino Grieco, che con grande impegno, con grandi sacrifici di tempo, con grandi e piccole oblazioni volontarie ne consentono puntualmente, ogni anno, la realizzazione.

Auguri a tutti, in particolare al giovane scrittore Paolo Vallarelli affinché continui a regalarci pagine di storia cittadina, testimonianza di indescrivibile affetto per Terlizzi e la sua gente. A lui dedico queste parole del pittore Michele De Napoli, che nel 1982, prima di lasciare questo mondo, sperava di rivedere, dal suo balcone, ancora una volta, la Madonna di Sovereto passare in trionfo sul suo Carro: “In ogni modo questo solo posso dire…ch’io amo il mio paese…anche se vi sono tre o quattro o più che si fan belli negando la luce che li acceca per loro privati fini, loro inganno e loro danno, ma una falange di costoro… non potrà mai far tanto ch’io prenda a disamare…”

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