La neve e il gelo svelano la condizione dei migranti

Maria Mangiatordi*

Dopo un’accoglienza temporanea in luoghi più dignitosi resa possibile dal volontariato e dalle istituzioni, tante persone torneranno a vivere nei ruderi abbandonati dellenostre campagne.

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La candida neve sporcherà ancora una volta le nostre coscienze…

Anche quest’anno il clima poco clemente si è fatto sentire.
La neve è venuta giù dal cielo, limpida e bianca; si è posata e ha dipinto tutto il paesaggio, rendendolo esteticamente simile a un quadretto di montagna. I bimbi hanno giocato per le strade e, magari, i più piccoli hanno visto i fiocchi candidi per la prima volta…

Ma il bianco della neve non ha semplicemente reso pittoresco il paesaggio.
Ha fatto anche altro: ha messo in evidenza i colori, anche quelli più scuri, che quotidianamente si confondono –o forse per mille ragioni noi permettiamo che si confondano- con il buio della notte.

Ed è così che i nostri occhi non hanno più potuto ignorare la condizione in cui, anche quest’anno, versano i migranti che approdano nella nostra terra per i lavori stagionali.
Non starò qui a ricordare la miseria, le condizioni di guerra e sofferenza da cui provengono questi nostri fratelli; né mi soffermerò sulla voglia che li anima di dare, con i soldi delle rimesse, una possibilità di una vita diversa e migliore alle famiglie di appartenenza, rimaste nei luoghi della disperazione; né, ancora, indugerò sui circoli viziosi di illegalità che spesso si originano in questi contesti.

Voglio, invece, riflettere sulla difficoltà di fare ciascuno semplicemente il proprio dovere e di uscire dai gusci dell’egoismo e della solitudine in cui ormai un pò tutti ci siamo rintanati, con danni notevoli che sono sotto gli occhi di ciascuno e che non risparmiano nessuno, senza differenza di colore, razza, estrazione sociale, professione, religione.
La diffidenza generalizzata, la paura di mettersi in gioco, l’assenza di rispetto reciproco, il voler fare della proprietà privata e del denaro valori prioritari e assoluti da anteporre all’Uomo stesso, l’indifferenza: penso che siano essi la vera piaga da combattere più che la neve e le rigide temperature.

Il maltempo cesserà ma tante persone, alcune delle quali di età giovanissima , altri padri di famiglia, torneranno (dopo un’accoglienza temporanea in luoghi più dignitosi resa possibile dal volontariato – Agesci , Azione Cattolica, Caritas, Gi.Fra. -, e dalle istituzioni) comunque a vivere nei ruderi abbandonati delle nostre campagne, o magari in strutture –siano esse pubbliche o private- in stato di non agibilità, nel silenzio e nel buio della sera, con il quale questi fratelli meno fortunati si mimetizzeranno nuovamente.
Mi chiedo quale significato reale e quale ricaduta effettiva abbia la memoria storica di eventi tristi, verificatisi nel passato anche prossimo, se poi i nostri atteggiamenti, di fatto, non si discostano tanto dalle logiche dell’egoismo, del tornaconto e dell’indifferenza totale.

Certamente le istituzioni, laiche e religiose, devono fare di più, devono progettare e programmare con lungimiranza, usando gli strumenti che già esistono, per dare risposte dignitose e adeguate ai bisogni dell’uomo.
Ma è altrettanto vero che anche l’atteggiamento di ciascuno di noi deve cambiare.
Nella parabola del Buon Samaritano, il Samaritano, appunto, non si distingue perché riveste cariche laiche o religiose; è un uomo come tanti altri che riesce a fare la differenza solo ed esclusivamente per la sua umanità.
Nel salmo 145 si legge: “Il Signore protegge i forestieri” . E questa è senza dubbio una grande garanzia, perché Lui quando promette mantiene sempre e non delude mai.
Ma, allo stesso tempo, siffatta garanzia non può in alcun modo consentire a noi di starcene sereni nelle nostre case a guardare per curiosità o a titolo di cronaca, o, magari, senza neanche perdere il tempo di guardare.

È tempo di svegliarsi e di adoperarsi, con i fatti non con le parole.
Don Primo Mazzolari, a tal proposito, dice: «Oggi leggo le beatitudini … leggo, non predico. Le beatitudini non si predicano: non sono per gli altri. Nessuno può darle a parole. Se le predico, tutti notano che io sono fuori. Cristo no, Lui solo parla di dentro di ogni beatitudine: Lui povero, mite, pacifico, misericordioso, Lui il percorso, il morente».

Sia, dunque, la nostra testimonianza concreta di vita ordinaria a parlare e a fare la differenza. Ciascuno agisca secondo il proprio carisma, i propri talenti, i propri compiti e ruoli, ma tutti in funzione della tutela dell’Uomo, inteso in senso lato come essere vivente, senza differenza alcuna, perché è l’uomo che viene prima di ogni cosa: prima dell’interesse, privato o pubblico che sia; prima del diritto che ha senso solo se c’è l’Uomo; prima delle ragioni economiche e della ragion di stato; prima di qualsiasi protocollo e gerarchia.

Diversamente, falliremmo come uomini, prima ancora che come cittadini, istituzioni laiche e religiose, società e saranno sufficienti solo pochi fiocchi di neve bianca e candida per macchiare, ancora una volta, le nostre coscienze.

*Coordinatrice Cittadina Terlizzi Azione Cattolica.

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