I 60 anni della Costituzione Italiana ricordati dalla FIDAPA

Vito de Leo

La Fidapa ha voluto ricordare nel Chiostro delle Clarisse i 60 anni della Costituzione Italiana.

0 commenta

Il 6 giugno scorso, insieme ad un numerosissimo pubblico, ho avuto il piacere di partecipare alla celebrazione del sessantesimo anniversario della Costituzione italiana. Ancora una volta, così come mi accadeva quando insegnavo educazione civica nella scuola media, mi sono ritrovato commosso dalla bellezza delle parole della nostra Carta fondamentale, che possono essere definite non erroneamente un’opera d’arte. Cos’è l’arte, in fondo, se non l’espressione di forti emozioni attraverso raffinate forme estetiche? La forza delle parole è dirompente.
Con il patrocinio del Comune di Terlizzi e dell’Associazione Avvocati Corato – Ruvo – Terlizzi la Fidapa ha voluto ricordare nel Chiostro delle Clarisse i 60 anni della Costituzione Italiana. Ai saluti della presidente Antonella Gianfrancesco, del presidente dell’Associazione Avvocati, avv. Guido La Grasta, del Sindaco Vincenzo Di Tria e della presidente Fidapa – Distretto Sud-Est, dott.ssa Anna Teresa Olivieri, sono seguiti gli interventi del prof. Aldo Loiodice, ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università di Bari, dell’avv. Luciana Ferrante, responsabile nazionale Fidapa per la Commissione Legislazione e dell’avv. Eufemia Ippolito, Segretaria Nazionale Fidapa e componente C.A.Lef-Bruxelles.
E seguito, subito dopo, il Saggio teatrale “Labirintic Incanti”- Fabula di Orfeo, a cura del Liceo Classico “C. Sylos” – Laboratorio teatrale e regia di Ivan Dell’Edera, Laboratorio danze e coreografia Linda Dabbicco, Coordinamento musicale Fedele De Palma.
Quello promosso dalla Fidapa è stato un importante momento di riflessione e di approfondimento sul significato attuale e sui valori che la Carta costituzionale ha trasmesso a tante generazioni di italiani e continua a trasmettere oggi.
Molto incisivi ed appassionati gli interventi che abbiamo ascoltato nell’occasione. Ci hanno ricordato dov’e nata, ci hanno citato alcuni dei 139 articoli che la compongono, hanno accennato agli interventi legislativi in cantiere.
Il prof. Aldo Loidice, uno dei massimi esperti di quel periodo storico, ne ha tracciato il profilo culturale, storico, strutturale, programmatico facendo riferimento anche alle parti attuate, alle modifiche apportate e alle riforme proposte.
All’analisi dei fondamenti ideologici e dei risultati pratici di quello straordinario compromesso nazionale che si realizzò con la nostra Costituzione è seguito l’intervento dell’avv. Luciana Ferrante che ha saputo calare l’astrattezza dei principi nelle esigenze reali della politica italiana, vista soprattutto dal punto di vista delle donne, che non hanno ancora realizzato la piena parità, la quale deve ancora essere realizzata in tutte le sue molteplici forme e contenuti.
Dopo sessant’anni, la Costituzione – è stato ricordato – resta ancora il presupposto e la base per ogni progresso dei diritti delle donne. Con inevitabile gradualità, con fatica, si sono fatti enormi passi avanti. Eppure il cammino da compiere resta ancora lungo. Quelli che vediamo troppo spesso messi in causa sono non già diritti specifici delle donne, ma elementi essenziali dello Stato di diritto. A favore delle donne non si deve proporre un semplice obiettivo di riequilibrio di genere, ovvero tanti uomini e tante donne. Bisogna perseguire questo obiettivo nell’interesse generale, dell’economia e della società nazionale.
Purtroppo, però, nonostante la riforma dell’art. 51 della Costituzione, che ha aperto la strada ad una più sostanziale parità nelle cariche elettive, non tutti i pregiudizi nei confronti delle donne sono ancora caduti. Rimangono enormi ostacoli: intolleranza, disparità di condizioni di partenza, violenza in famiglia e nella società, in particolare nelle zone di criminalità organizzata e di mafia.
Questi interessanti interventi ci offrono, insomma, l’opportunità di tornare alle origini per capire, interpretare e affrontare il presente, per determinare una nuova fondazione del Paese, riportando la politica al suo dovere: essere presente nella quotidianità e ricostruire una moralità pubblica.
Non c’è stato tempo di discutere su dove viene fatta morire ogni giorno la nostra Costituzione. Mi riferisco, in particolare all’azione delle mafie, all’illegalità diffusa, agli oltre mille morti sul lavoro e, magari, anche all’irrisolta questione del merito, alla kennediana “democrazia delle possibilità”, che non si è ancora tramutata in conseguente “aristocrazia dei risultati”, alla precarizzazione del lavoro e alla stessa scuola che funziona sempre meno come fattore di mobilità sociale e sempre più come fattore che “ingessa” l’esistente.
C’è oggi una componente d’ipocrisia nel biasimare i giovani perché non credono in quei valori nei quali la società adulta e la politica hanno smesso di credere da tempo.
Come si può credere all’affermazione costituzionale che dichiara che la nostra repubblica democratica è ”fondata sul lavoro”, quando in Italia il lavoro è stato reso precario, malpagato, maltutelato e ricattabile, e tutti i giovani sanno che questa è una realtà che li attende?
Come si può credere che i cittadini determinano la politica nazionale “con metodo democratico” quando la legge elettorale in vigore è ispirata al principio di esclusiva indicazione da parte dei partiti dei candidati in lista?
Come si può credere che i parlamentari agiscano senza vincolo di mandato, quando sono legati con mandato imperativo alla corrente o alla segreteria che ne ha determinato l’elezione?
E come credere al principio della “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale” allo sviluppo personale, quando nel Mezzogiorno ed ovunque quegli ostacoli permangono come strumento di controllo sociale?
Forse allora fanno bene i giovani a non credere più nella Costituzione, anzi se ci credessero in modo cieco, peccherebbero d’ingenuità.
Piero Calamandrei, l’insigne costituzionalista soprannominato “la Costituzione che cammina”- affermò “La costituzione non è qualcosa in cui credere e non ha senso un rapporto fideistico con un testo giuridico. Credere in questo modo alla Costituzione – disse in un discorso rimasto famoso del 26 gennaio 1955 – significa tradirne lo spirito, facendone un testo apologetico della realtà. Al contrario, essa è stata uno strumento polemico contro il fascismo e il suo modo di governare, ed è nata anche da una polemica contro il presente, contro la società presente: dà un giudizio, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani”.
In sintesi, mi è sembrato opportuno ricostruire brevemente e a grandi linee i passaggi obbligati, storici e culturali attraverso i quali la nostra Costituzione, da noi intesa ancora oggi, a distanza di sessant’anni dalla sua promulgazione, un insieme di garanzie capaci di assicurarci quegli spazi culturali e civili entro i quali l’uomo deve poter operare con sicurezza per esaltare tutte le sue possibilità e quelle della società intera di cui ogni singolo è momento necessario.
Tutte queste riflessioni mi hanno indotto ad un gesto di “spontanea immodestia”, quale quello di scrivere una nota che, per la complessità dell’argomento richiede una preparazione culturale ben superiore alla mia. Che è quella di ex docente, ex amministratore comunale ed attuale operatore culturale e sociale. Ciò nonostante, mi sono cimentato in questa impresa non con la pretesa di insegnare qualcosa a qualcuno ma con il solo scopo di offrire l’occasione a chi – da semplice cittadino come me – ritiene opportuno “ripassare” la Carta dei propri diritti e doveri per vivere in mezzo agli altri con maggiore senso di responsabilità, divenendo strenuo difensore della patria e avversario di tutte le forme di cancro sociale e politico che devastano la Nazione dall’interno.
E qui torna la lezione di Aldo Moro, di cui abbiamo ricordato nei giorni scorsi il trentesimo anniversario della scomparsa, citato più volte dal prof. Aldo Loiodice, quella cioè di ricercare la mediazione più alta, quella che cancella le battaglie e i ring, ma tutela la diversità delle idee nel rispetto del proprio avversario. Un giovanissimo Aldo Moro, che fu tra i padri costituenti, manifestò piena consapevolezza del limite e delle responsabilità collettive: “Divisi come siamo – disse – da diverse intuizioni politiche, da diversi orientamenti ideologici, tuttavia noi siamo membri di una comunità, la comunità del nostro Stato e vi restiamo uniti sulla base di un’elementare, semplice idea dell’uomo, la quale ci accomuna e determina il rispetto reciproco degli uni verso gli altri”.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!