Il 20 novembre ricorrono 100 anni dalla nascita di Gioacchino Gesmundo

La Redazione

Professore di Storia e Filosofia, comunista, esponente del CLN a Roma, martire terlizzese nelle fosse ardeatine

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Il 20 novembre ricorrerà il centenario della nascita di Gioacchino Gesmundo, martire della resistenza, ucciso, insieme a don Pietro Pappagallo ed altri 333 martiri, nel vigliacco eccidio delle Fosse Ardeatine e medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

Nato a Terlizzi, nel 1928 si trasferì a Roma.
Laureato in storia, filosofia e pedagogia, aveva insegnato a Formia e dal 1934 divenne professore di storia e filosofia presso il liceo Cavour. Nei terribili anni dell’armistizio e dell’occupazione tedesca e Gesmundo, iscritto al Partito Comunista Italiano, fu attivo nella resistenza romana.

Attivo promotore del CLN a Roma, sotto l’occupazione tedesca ospitò nella sua casa di via Licia, prima la redazione clandestina dell’Unità e poi l’arsenale dei GAP romani, di cui faceva parte.
Il 29 gennaio 1944, poco dopo lo sbarco degli Alleati ad Anzio, nella casa del professore, che era stato nominato vice commissario di Divisione delle formazioni della Resistenza romana, fece irruzione la polizia tedesca. Gesmundo stava preparando un’azione di sabotaggio contro i mezzi di trasporto tedesco e i fascisti trovarono nel suo appartamento due sacchi di chiodi a tre punte. Arrestato per tali fatti, il professore fu portato nelle carceri di via Tasso (nel Museo storico della Liberazione si conserva ancora, di Gesmundo, una camicia lorda di sangue), per esservi torturato (la sua cella era la n.13) e condannato a morte.

La sua esecuzione non è però dovuta alla sentenza del processo, ma alla decisione presa il 24 marzo 1944 dal comando romano delle SS quando venne inserito infatti nella lista dei detenuti da giustiziare in rappresaglia all’attentato di Via Rasella, dove morirono 32 soldati tedeschi.

Le SS, sotto il coordinamento del Ten. Col. Herbert Kappler, radunarono 320 detenuti, tra ebrei e prigionieri politici, ed individuarono il luogo adatto all’esecuzione: le Fosse Ardeatine, antiche cave nei pressi della via Ardeatina, poco fuori Roma.
Poco dopo l’ora di pranzo tuttavia, morì un altro dei feriti nell’attacco del giorno precedente, la trentatreesima vittima.
Fu lo stesso Kappler ad individuare gli altri 10 da giustiziare per rappresaglia, tra gli ebrei arrestati in mattinata.
Nel primo pomeriggio i condannati vennero caricati sui camion, senza che venga data loro alcuna spiegazione; il loro numero totale fu di 335.
Arrivati alle Fosse, vennero condotti, 5 per volta, nel profondo delle grotte, posti in ginocchio e fucilati alla nuca. La terribile processione di morte si chiuse soltanto alle 7 di sera, quando anche l’ultimo nome venne cancellato dalla lista.

Nella motivazione della ricompensa al valore si ricorda che "venne sottoposto per un mese intero a inenarrabili torture, stoicamente sopportate a tutela del segreto militare e politico che custodiva. Condannato dal Tribunale di guerra tedesco alla pena capitale, con la fermezza degli Eroi affrontò la morte alle Fosse Ardeatine tramandando ai posteri fulgida prova di fede nella dura lotta per la conquista della libertà".

Commemorato ogni anno in città il sacrificio dei due figli terlizzesi Gesmundo e Pappagallo nelle Fosse Ardeatine, la cui amicizia è stata consegnata alla storia e all’immaginario terlizzese, tradotta in varie pubblicazioni e in pellicole cinematografiche, come l’attore Patrizio Oliva che ha impersonato lo stesso professore nella fiction tv La buona battaglia, la fiction incentrata sul sacerdote terlizzese impersonato da Flavio Insinna e liberamente tratta dalle pagine del libro di Antonio Lisi "Don Pietro Pappagallo – un eroe un santo" del prof. Antonio Lisi (ed. Libreria Moderna Rieti, 1993) da cui riportiamo uno stralcio che ricorda il tragico ritrovamento delle cave all’indomani dell’eccidio:

"(…) Parecchi giorni dopo, un soldato austriaco di guardia alle celle sul ballatoio condusse il dott. Caggegi per fargli trasportare della legna. A un certo punto si guardò intorno circospetto, poi abbassò lo sguardo e si mise a fissare un giornale abbandonato per terra. Il prigioniero non ci fece caso. Il soldato allora gli fece un cenno col capo indicandogli il giornale. Il dott. Caggegi lo rivoltò e lesse la notizia del massacro. Profondamente scosso quando risalì lo comunicò ai suoi compagni di cella: i cinque portati via non erano andati a lavorare, non erano stati deportati, ma erano stati uccisi chi sa dove.
Dopo una decina di giorni, alcuni ragazzi, mentre giocavano, scorsero una buca a ridosso delle cave. Vi si affacciarono e videro la catasta dei morti. Corsero ad avvertire i Salesiani delle Catacombe di S. Callisto, vicinissimi alle grotte, e il padre don Giorgio Ferrando si recò sul posto rimanendo inorridito. Da quel giorno la notizia cominciò a diffondersi, e i familiari delle vittime, che da molti giorni vagavano angosciati in cerca dei loro congiunti, si dirigevano da quelle parti chiedendo notizie ai salesiani. Don Giorgio li accompagnava sul posto.
I tedeschi vennero a sapere la cosa e si precipitarono sul posto con una mina che fecero scoppiare chiudendo quell’apertura che era loro sfuggita il giorno delle fucilazioni.
Don Ferrando dovette mettersi in salvo per non essere arrestato dai tedeschi che lo cercavano.
Il 13 aprile 1944 i tedeschi dettero la notizia ufficiale del loro misfatto.
Soltanto nel mese di agosto, sotto la pressione del prof. Ascarelli, fu possibile riesumare quei morti in avanzato stato di decomposizione. Lascio immaginare le scene strazianti dei familiari, chiamati a riconoscere i loro cari.
Molti di quei morti rimasero sconosciuti per sempre, e le loro tombe sono contrassegnate nel sacrario delle Fosse Ardeatine con una sola parola: "IGNOTO"
. (Antonio Lisi op. citata pagg. 162 e 163).

Lo stesso Lisi ha curato un’edizione incentrata interamente sul professore, Gioacchino Gesmundo, l’altro martire di Terlizzi, Ass. Pro Loco Terlizzi, 1993, mentre ci recente pubblicazione sulla figura di Gioacchino Gesmundo (in Via Vittorio Veneto a Terlizzi è presente una targa che ne ricorda la nascita) il libro di Paolo Vallarelli, La Camicia Insanguinata (Surico Editore, Modugno-Bari, 2007), il cui titolo ricorda una camicia insanguinata del professore conservata nel Museo storico della Liberazione a Roma, e l’interessante volume Lettere ai familiari (Ed Insieme, 2007), curato da Michele De Santis e Renato Brucoli, che riproduce l’epistolario intercorso fra Gioacchino, Isabella e Maria Gesmundo tra il 1930 e il 1943, mentre è stata preparata anche un’opera scultorea (foto a lato) dedicata ai due martiri terlizzesi, promossa dal comitato "Vite Esemplari" e modellata dall’artista Pietro De Scisciolo.

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