“A pagә e a murәiә stә sémbrә timbә”.

Nicolò Marino Ceci e Ilaria La Tegola

L’ironia a braccetto con la tragedia: consigli su come affrontare la quotidianità e non solo.

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La famiglia che non arriva a fine mese, le misteriose cure di una fattucchiera, i problemi di salute dell’età che avanza, il Piano Regolatore terlizzese fermo da troppi anni, il caro casa e le elezioni comunali inaspettatamente vinte dal Centrosinistra, la crisi economica, la satira, il gioco, l’ironia, un sorriso amaro.
“A pagә e a murәiә stә sémbrә timbә” è l’ultima commedia scritta dal Prof. Summo e portata sulla scena dal Gruppo Teatrale Vernacolare di Terlizzi, in un mix di comicità e tragedia.
Quattro le repliche nelle domeniche di marzo – 1, 8, 15, 22 – e ruvese il teatro che ospiterà la rappresentazione – auditorium del Liceo Scientifico “Orazio Tedone”. Grande il disappunto a riguardo del docente di storia dell’arte:”a Terlizzi non riusciamo ad avere ancora un contenitore culturale: a quando l’apertura del teatro Millico? Nel frattempo siamo costretti ad andare fuori a portare il nostro dialetto, cosa spiacevole per noi che insceniamo la commedia che per chi ci verrà a vedere. Di certo non facciamo una bella figura”.

“A pagә e a murәiә stә sémbrә timbә”: ancora un proverbio terlizzese come titolo di una sua commedia.
Questo aforisma esorcizza l’ansia di dover saldare un debito, suggerendo infatti di non angosciarsi troppo nell’attesa di farlo. Come? Prendendo sempre tempo nel pagare e sperando nel frattempo nella morte del proprio creditore, che così non potrà più esigere il proprio credito. Credo che tale proverbio sia di un’attualità straordinaria dati i tempi di crisi in cui viviamo.

La commedia si compone di tre atti: ”la mәla nuttәtә”, “la mәla sciurnәtә” e “u sfrattә”. Quali i temi trattati?
I tre episodi sono legati tra loro da un unico filo conduttore: la povertà di una famiglia monoreddito che è costretta ad affrontare le contingenze quotidiane tra tanti debiti e affanni. La soluzione? Non avendo mai i soldi per pagare l’affitto della casa o le cure miracolose di una cartomante, si prende sempre tempo nel pagare.

Quello che emerge è il ritratto della comunità terlizzese o della società medio borghese contemporanea più in generale?
Quello che emerge è il ritratto molto ampio di tutte quelle realtà familiari – terlizzesi e non – monoreddito: in questa famiglia infatti il protagonista è un pensionato con due figli e una moglie da mantenere. Questo è lo spaccato della crisi che coinvolge diverse fasce sociali: le vicende narrate sono quindi ispirate alla realtà che ci circonda.

Perché ha deciso di trattare un tema dalla vocazione così spiccatamente sociale e perché proprio con la satira?
La scelta del tema è solo un pretesto per valorizzare il dialetto, caratterizzato da espressioni che in altre lingue non avrebbero lo stesso effetto. La satira invece mira a far sorridere la gente di sé, anche quando si parla di vicende così complicate: da tale divertimento scaturisce però sempre un messaggio, una riflessione, tra comicità e tragedia.

Il vernacolo aiuta all’introduzione di un tema così complesso come quello della povertà?
Il dialetto serve ad ‘addolcire’ questo dramma: il teatro ha infatti proprio questa funzione, cioè filtrare le situazioni attraverso una chiave ironica.

Il fine della rappresentazione è dunque ludico o pedagogico?
C’è una funzione pedagogica oltre quella più strettamente ludica.

In un’era come la nostra, in cui impera la globalizzazione che accomuna popoli e culture e appiattisce ogni diversità, che ruolo svolge il dialetto – precipitato storico di una lingua?
Il dialetto è qualcosa di più di una curiosità linguistica; è una testimonianza di schietta impronta popolare sottoforma di modi di dire, locuzioni e proverbi aventi origini storiche greche, latine, francesi e tedesche. Il dialetto è una lingua con una propria sintassi e grammatica. La lingua universale è l’inglese ma al dialetto non rinuncerò mai: rappresenta le mie origini dato che è stata la mia prima esperienza di comunicazione.

Quanto c’è di autobiografico in questa rappresentazione: utilizza l’approccio satirico agli stessi problemi anche nella sua vita quotidiana?
C’è molto di autobiografico dato che spesso – amici e studenti – mi dicono che non capiscono se io reciti o sia me stesso nei loro confronti: in realtà sono sempre ironico e recitare fa ormai parte di me.

Socrate utilizzava l’ironia per smascherare le convinzioni e presunzioni dell’uomo. Lei che ruolo le attribuisce?
L’ironia è un’arma sottile: pesca nel profondo dell’io ed è anche in grado di mettere a disagio. Questo perché ha la capacità di mettere in risalto una situazione, un particolare che altrimenti passerebbe inosservato. Nell’ironia c’è quindi grande capacità di introspezione psicologica.

Concludiamo quest’intervista con un proverbio terlizzese.
Sparagnә la fareinә quann u sacchә stè chienә, ma quannә stè vacand, a c’ è serv u sparagn?

(da “Il Confronto delle Idee” – Febbraio 2009)

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