“La mafia si combatte colpendola al portafogli”. La Carovana antimafie a Terlizzi

Grazia Ippedico

Le parole forti dell’assessore alla Trasparenza della Regione Guglielmo Minervini

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«La forza di un boss mafioso sta in due elementi: la violenza e il denaro. Ma la mafia si può fermare. Ciascun cittadino deve fare la sua parte, non servono gli eroi. Per combattere la mafia ci vuole l’intera comunità». Parola di Guglielmo Minervini, assessore regionale alla Trasparenza. Lo ha sottolineato con forza ieri a Terlizzi, nei saloni della Biblioteca Comunale, dove ha sostato la Carovana antimafie, iniziativa organizzata dall’Arci insieme alle associazioni Libera ed Avviso Pubblico, in collaborazione con Enti locali e Regioni.

Ad ascoltarlo c’erano i ragazzi delle scuole superiori di Terlizzi, primi destinatari dell’iniziativa che, come ha sottolineato l’assessore alla Legalità del Comune, Giovanna Spada, ha proprio «l’obiettivo di sensibilizzare la coscienza collettiva e educare alla legalità».

E le parole di Minervini hanno toccato le coscienze dei più giovani. A loro l’assessore regionale ha raccontato le ultime vicende giudiziarie pugliesi che hanno visto protagonista il clan Parisi e le sue ramificazioni nella società civile. Un inquinamento mafioso sempre più complicato da affrontare e che giunge a livelli sempre più alti dell’economia, della finanza, delle imprese.

«Il denaro che proviene dall’estorsione, dallo spaccio, dal traffico di esseri umani e dal traffico delle armi – ha raccontato Minervini- ha dato un potere immenso alla mafia locale, che ha iniziato ad espandersi nell’organismo pubblico e nelle istituzioni. A Parisi sono stati confiscati 220 milioni di euro. Soldi che il boss aveva intenzione di investire in un grande centro universitario residenziale a Valenzano. Senza avvocati, commercialisti e funzionari pubblici dalla sua parte non sarebbe arrivato così lontano».

«Ma la mafia – ha aggiunto – si può fermare. Non servono gli eroi. Per combattere la mafia ci vuole l’intera comunità».

Che fare? Innanzi tutto sfilare il portafogli al boss. Sequestrare beni immobili, auto, aziende, negozi alla mafia e cederli alla comunità è una delle soluzioni più efficaci. Ed è quanto testimoniano l’assessore alla Legalità del Comune di Giovinazzo e vice presidente nazionale di Avviso Pubblico, Cosmo Damiano Stufano, il presidente della cooperativa “Terra di Puglia” Alessandro Leo e il presidente ARCI Puglia Alessandro Cobianchi.

Vendere i beni non è la soluzione. Anche perché si corre il rischio serissimo che attraverso i prestanome le proprietà rimangano sempre nelle mani dei clan mafiosi.

Combattere la mafia non è da eroi, aveva detto Minervini. Lo conferma Matilde Montinaro, sorella di Antonio, caposcorta di Giovanni Falcone, morto nell’attentato quando aveva solo 29 anni. La sua è una testimonianza commovente. «Antonio non si sentiva un eroe. Aveva paura di perdere i suoi figlie e le persone che amava. Aveva scelto di restare a fianco al giudice
Falcone perché credeva nella sua onestà. Sapeva che sarebbe morto per una ragione sufficientemente valida. Credeva nello Stato e sapeva che i problemi non te li risolve il vicino di casa. Adesso non so se davvero ne è valsa la pena. Continuo a chiedermelo».

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