Amore primo Design, parla Nicola Mastrandrea

Nicolò Marino Ceci

E’ l’autore della nuova mostra ospitata da Adsum Artecontemporanea

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“Design primo amore” è la rassegna personale del terlizzese Nicola Mastandrea che si è inaugurata sabato 13 febbraio e che si appresta a concludersi sabato 27. Le opere esposte sono declinazioni del design pensate e realizzate quasi 30 anni fa, con qualche creazione più recente.

Per capirne di più ecco in quest’intervista l’autore della mostra, il sig. Nicola Mastandrea.

“Design primo amore” o “Amore primo design”?
Inequivocabilmente “Design primo amore”. E tale rimane nella mia sfera personale. L’altra accezione social-culturale è in realtà una riflessione di fondo per tutti noi, che ha dato vita all’esposizione proposta e alle espressioni verbali e tecniche di chi mi è stato particolarmente vicino in questa manifestazione.

Perché esporre opere realizzate 30 anni fa e non opere più recenti o attuali?
Quando ho deciso di proporre le mie realizzazioni non ho badato al fattore tempo, ma alla necessità di affermare le mie idee che, nel frattempo, non erano cambiate. Devo ammettere che la mia produzione “parva” e ricadente in due periodi ha avuto problemi di percorso – come annunciato nella mia presentazione sul sito www.retearte.it/artisti. La rassegna dispone comunque di alcune opere attuali.

Come si relaziona l’installazione di Giuseppe D’Amato con le opere esposte?
Nei nostri incontri parliamo anche delle personali esperienze nel campo del design con le relative proiezioni verso il futuro. Quando ho deciso di mandare in onda la mia esposizione ho pensato di coinvolgerlo per le sue esperienze musicali e audiovisive professionali. L’intento che volevo raggiungere era quello di permettere al fruitore di avvicinarsi al paesaggio visivo delle opere con un pizzico di multimedialità.

Quale il messaggio che vuole trasmettere al visitatore?
Ho cercato di portare alla ribalta due problematiche del momento: – oggi si assiste ad un certo design che realizza un gadget mediatico di massa, mentre la mostra espone realizzazioni che partono dal concettuale prima di essere oggetto. Tutto questo per una attenzione più attiva e responsabile al riconoscimento di segni-fenice da evitare.
– riproporre un design partecipato per cercare nel potenziale il senso delle cose che vive nell’attuale. Le stesse opere esposte possono essere processate dal fruitore in temporanee aggregazioni di segni riverberati dai suoni articolati nella composizione emotiva e consentire una libera interpretazione.

Che forma di arte è il design? C’è qualcosa che lo differenzia da altre forme quali il disegno, la pittura o la grafica?
Rispondo con tre citazioni:
“Il design però per me è prodotto, non arte. Ho sempre pensato che la bella forma debba essere accessibile. Perché attraverso il design si può dire molto. Cambiare le idee, e le sensibilità, perfino la vita della gente. Ma rimane sempre un prodotto.” (Karim Rashid)
“Per me il design resta un esercizio di mediazione progettuale tra la mia sensibilità creativa e i bisogni della gente.”(Maurizio Duranti)
“Il sogno dell’artista è comunque quello di arrivare al Museo, mentre il sogno del designer è quello di arrivare ai mercati rionali.” (Bruno Munari)

Quindi oggi il design è solo potenziale incubatore di gadget e prodotti destinati a diventare merci sul mercato?
Qui il loop ci rimanda alla prima domanda. Naturalmente io sono per “Design primo amore” perché è stata ed è la mia grande passione (il primo amore non si scorda mai !), ma è anche “amore primo Design” nel senso enucleato da un padre del Design: Victor Papanek. Cito in proposito alcune sue frasi:“come potrebbe il progettista, che deve (come altri) guadagnarsi da vivere servire ‘reali esigenze’ degli esseri umani?” “Ho cercato di dimostrare che, liberamente dando il 10 per cento del suo tempo, talenti e competenze il progettista può aiutare”. In altre parole, la volontà di volontariato.
Ora è il designer che deve scegliere.

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