Gismondi: “Legge Biagi mal applicata. I giovani puntino su autoimprenditoria e alta specializzazione”

Nicolò Marino Ceci

Le conclusioni del convegno sul lavoro precario tenutosi nel Centro Studi A. Moro

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Nei giorni scorsi presso il Centro Studi “Aldo Moro” si è tenuto il convegno dal titolo “Co.co.pro. questo bimbo a chi lo do? Il lavoro precario dei giovani”, organizzato dal “Cantiere di Michele Monno”. Sono intervenuti Marco Specchia – studente universitario, Pietro Tamborra – giovane imprenditore, Giancarlo Scagliola – precario. Moderatrice dell’evento è stata Angela Dello Russo – studentessa universitaria.

Ha concluso i lavori l’avv. Francesco Gismondi con un intervento improntato all’ottimismo e alla propositività. In quest’intervista Gismondi ha spiegato le insidie della Legge Biagi – una legge “scritta bene ma applicata a metà” – e in che modo i giovani pugliesi possano reagire alla situazione di crisi e di stallo che vive oggi il mercato del lavoro.

Legge Biagi: legge lacunosa o lacunosa applicazione?
La Legge 30/2003 – nota come Legge Biagi – ha un merito indiscutibile: ha cercato di regolamentare un mercato di lavoro che è cambiato notevolmente – presentando nuove istanze economiche e sociali – dalla promulgazione dello Statuto dei Lavoratori del 1970. La Legge presenta certamente alcune lacune ma il suo obiettivo è creare un sistema di lavoro con annesse tipologie di rapporti lavorativi.

Dove l’anello debole?
La legge Biagi è stata praticamente applicata a metà: sono state applicate soltanto le tipologie di rapporti di lavoro, ignorando il sistema entro il quale queste erano inscritte. Una legge applicata a metà non comporta benefici ma solo costi. Non c’è stato il coraggio di applicare una riforma seria, giungendo ad una riforma monca nella sua applicazione, non nella sua stesura.

Nel Meridione qual è la percentuale dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato rispetto al totale dei rapporti lavorativi?
I rapporti di lavoro a termine al Sud sono la stragrande maggioranza, anche se non c’è un censimento certo.

Su cosa dovrebbero puntare i giovani del Sud per reagire a tale situazione?
I giovani devono acquisire la professionalità e se non riescono a farlo al Sud, devono farlo anche all’estero, per poi portare queste conoscenze al Sud e fare gli auto-imprenditori. Noi abbiamo risorse immense come ad esempio l’affaccio sui Balcani, che è incredibile e tutto da scoprire: l’Albania è un mercato vergine sotto tutti i punti di vista, molto danaroso. Il problema è che noi siamo troppo abituati all’idea del posto di lavoro a tempo indeterminato, magari pubblico; e questo ti immobilizza.

A fronte di tutto questo quale il compito della politica?
La politica dovrebbe agevolare l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro ad alti livelli: permettere di acquisire la competenza professionale e garantire lo start up dell’attività imprenditoriale.
Una foto del tessuto imprenditoriale pugliese. Il tessuto imprenditoriale pugliese è fatto di microimprese, piccole imprese e poche medie imprese. Le prime sono fondamentalmente per l’indotto mentre l’imprenditoria giovanile si sposta sempre più su mercati molto specializzati; ma è necessario l’interessamento della politica che ne finanzi lo start up.

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