All’ex mobilificio si lotta per la sopravvivenza. Le immagini
Cinque sudanesi vivono di stenti, senza servizi igienici nè acqua, esposti al freddo e alle intemperie
Un anno esatto è trascorso da quando i riflettori della tv nazionale si accesero sull’ex mobilificio, situato sulla provinciale Terlizzi – Molfetta, per documentare la storia di sopravvivenza di alcuni immigrati che a stento conducevano la vita in quella fatiscente e pericolosa struttura.
Era la piccola luce della telecamera di Striscia la notizia ad illuminare una gelida serata invernale di alcuni uomini, perchè di luce proprio non ce n’era.
Un anno esatto è trascorso da quando si verificò una vera e propria battaglia politica, tra le forze di maggioranza e di opposizione, a suon di comunicati stampa che trattavano proprio della disumana condizione di vita di questi uomini. Mai come allora il tema fu così di attualità. Ma forse perchè era intervenuta la televisione.
Nessuna forza politica si sottrasse al dibattito: si registrarono interventi del Pdl, dell’Udc, di SeL, ed anche una dura risposta del sindaco che accusò le opposizioni di aver strumentalizzato la vicenda. Tutti cercavano un colpevole, non accennando ad individuare soluzioni.
L’attualità del tema svanisce in meno di una settimana, una volta dissoltosi l’alone di quel passaggio sulla rete televisiva nazionale che proprio non dava una bella immagine della città di Terlizzi.
Una grave mancanza anche da parte degli organi di stampa che hanno distolto l’attenzione da quella triste realtà.
A distanza di un anno esatto siamo tornati in quel posto, che già definimmo un «orrore» per le sue condizioni.
Ci accolgono due ragazzi, poco più che ventenni, intirizziti dal freddo glaciale di questi giorni, riparatisi nel piano inferiore dello stabile (ovviamente distrutto e privo di coperture).
Ci dicono che nella struttura vivono ancora cinque persone, tutte di origini sudanesi e tutte con regolare permesso di soggiorno, tutte impegnate nella raccolta delle olive. Lavoratori stagionali, dunque, sottoposti alla dura fatica che non può essere ristorata dall’agio di un tetto, di alcune coperte e di un pasto caldo.
Non sappiamo se mentre scriviamo i giovani sudanesi si trovino ancora in quella struttura abbandonata, priva di acqua, di servizi igienici, ben sotto il limite dell’umana decenza, o l’abbiano già abbandonata. Le cattive condizioni metereologiche di questi giorni, ed il freddo intenso hanno di certo reso ancor più dura la sopravvivenza di questi uomini, dediti al lavoro nei campi.
E nel paese tale situazione non desta neanche più scandalo.
E’ trascorso un altro anno e la domanda di Striscia, «a chi tocca intervenire?» non ha trovato ancora risposta. Ma il freddo e gli stenti non aspettano la definizione delle competenze.
Quanto ancora si dovrà aspettare perchè le istituzioni civili e religiose riconoscano a questi ragazzi il diritto ad una vita dignitosa?
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