Rifondazione Comunista: «Si torni a parlare di politica, si fermi immediatamente la guerra»
L’attualità della guerra che si sta conducendo in territorio libico colpisce inevitabilmente le coscienze di chi quotidianamente viene informato dagli organi di stampa sulla situazione internazionale.
Perplessità circa l’azione militare sono state avanzate da più fronti, sebbene il Governo abbia più volte ribadito che l’azione Italiana è conforme alla decisione presa dalla Nato.
Molte sono state le voci che si sono levate per dichiarare la propria ostilità all’azione bellica in territorio libico. Tra queste anche quella del circolo terlizzese di Rifondazione Comunista che in una nota ufficiale ribadisce la propria posizione in merito.
«La guerra è ormai iniziata. Aerei francesi, americani, inglesi e italiani hanno iniziato i bombardamenti partendo dalle basi N.A.T.O. collocate sul suolo italiano.
Non abbiamo alcuna simpatia per il regime dispotico di Gheddafi (che non a caso ha intessuto con tante potenze neocoloniali in questi anni grandi rapporti di collaborazione e profitto, a partire dall’Italia). Le rivolte e la repressione di queste sollecitano la nostra coscienza. Ma in nessun modo la risposta può essere la guerra» sostengono i militanti di Rifondazione Comunista.
«Riaffermiamo con forza il principio di non ingerenza, il diritto all’autodeterminazione dei popoli e alla loro sovranità. In questi giorni si stanno moltiplicando esponenzialmente le menzogne della propaganda, si torna a parlare di “intervento umanitario” per difendere il popolo libico. Si vuole difendere un popolo con la guerra, le bombe, la distruzione, la violenza! Deve essere chiaro che agli Stati Uniti, all’Unione Europea, agli Stati colonialisti non interessa nulla del popolo libico. Interessa soltanto il suo petrolio, il suo gas naturale e la collocazione strategica del territorio libico».
E concludono: «Si torni a parlare di politica e non solo di interessi, si fermi immediatamente la guerra: si crei una coalizione internazionale di pace che avvii un negoziato tra le parti in conflitto. L’Italia rispetti il già martoriato articolo 11 della sua Costituzione».
Un pensiero, quello di Rifondazione Comunista, che ricorda anche un passo di Don Tonino Bello nel suo “Diario di Bosnia”.
Un passo che decidiamo di pubblicare integralmente, in occasione del 18esimo anniversario della scomparsa del Vescovo.
Poi rimango solo
e sento per la prima volta una grande voglia di piangere.
Tenerezza, rimorso
e percezione del poco che si è potuto seminare
e della lunga strada che rimane da compiere.
Attecchitrà davvero la semente della nonviolenza?
Sarà davvero questa la strategia di domani?
E’ possibile cambiare il mondo
col gesto semplice dei disarmati?
E’ davvero possibile che,
quando le istituzioni non si muovono,
il popolo si possa organizzare per conto suo
e collocare spine nel fianco a chi gestisce il potere?
Fino a quando questa cultura della nonviolenza
rimarrà subalterna?
Questa impresa contribuirà davvero
a produrre inversioni di marcia?
Perchè i mezzi di comunicazione
che hanno invaso la Somalia
a servizio di scenografie di morte,
hanno pressochè taciuto
su questa incredibile scenografia di pace?
Ma in questa guerra allucinante
chi ha veramente torto e chi ha ragione?
E quale è il tasso delle nostre colpe
di esportatori di armi
in questa delirante barbarie
che si consuma sul popolo della Bosnia (oggi Libia)?
Sono troppo stanco per rispondere stasera.
Per ora mi lascio cullare da una incontenibile speranza:
le cose cambieranno, se i poveri lo vogliono.
don Tonino Bello
(dal Diario della marcia di Sarajevo, dicembre 1992)
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