Si è chiusa la mostra “Il colore della croce”

Nicolò Marino Ceci
Finissage Il Colore della Croce

L’inedito testo critico di Vito Caiati.

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Sabato 26 aprile presso la Casa di preghiera Mons. Michele Cagnetta – sita su via Sovereto – si è svolto il finissage della mostra “Il colore della croce”, personale di Giulio Giancaspro sulla crocifissione di Cristo, reinterpretata in chiave cinematografica. La chiusura della rassegna è stata un omaggio al 20esimo anniversario dalla dipartita di Don Tonino Bello, storico Vescovo della nostra diocesi.

Alle 19 c’è stata la proiezione del documentario sul sacerdote di Alessano – tratta da “La Storia siamo noi”, il programma di approfondimento condotto dal giornalista Giovanni Minoli.

Alle 20,30 quindi sono intervenuti il critico d’arte Vito Caiati e  Ninni Gemmato – Sindaco della città, in merito al tema della rassegna. Alle 21 circa c’è stata una seconda proiezione sulla figura di Don Tonino: “l’anima attesa”, un film di nuovissima fattura. Realizzato da Edoardo Winspeare, è stato presentato ufficialmente al Bif&st – Festival Internazionale di Cinema di Bari – dello scorso marzo. Piccola curiosità della pellicola è che uno dei due tecnici del suono è stato Giuseppe D’Amato, terlizzese che vive e lavora a Roma nel mondo del cinema ormai da anni.

Qui di seguito, ecco il testo integrale della brochure di chiusura de “Il colore della croce”.

Il Colore della Croce e il messaggio della Passione nelle opere di Giulio Giancaspro

Conosci te stesso e conoscerai te stesso e Dio. All’esortazione del Dio in Delfi, primo dovere-diritto dell’uomo, risponde la mistica, da Meister Eckhart: “Chi vuole penetrare nel fondo di Dio, in ciò che ha di più intimo, deve prima penetrare nel suo fondo proprio, in ciò che esso ha di più intimo. In effetti nessuno può conoscere Dio, se prima non conosce se stesso”, a San Giovanni della Croce: “La conoscenza di sé stessi, dal cui fondamento nasce la conoscenza di Dio”, ad Henri Le Saux: “Il primo compito dell’uomo è rientrare all’interno e incontrare sé stesso. Chi non ha incontrato sé stesso, come potrà incontrare Dio? Non si incontra il Sé indipendentemente da Dio. Non si incontra Dio indipendentemente dal Sé”. La mistica è la filosofia, la vera prosecuzione della filosofia classica. Un genere di vita, con cui si raggiunge la conoscenza di sé stessi. Il metodo della filosofia è il medesimo della fede, ovvero il distacco. Toglier via il superficiale, l’accidentale, fare il vuoto ed eliminare le menzogne, comprese le menzogne religiose (Marco Vannini).

Una Passione senza eco

Ci siamo chiesti quale fosse il colore della croce nello scritto introduttivo all’omonima mostra di Giulio Giancaspro. In quella sede abbiamo risposto che il colore della croce è verosimilmente quello dell’arcobaleno considerati tutti i significati che ruotano attorno a questo simbolo che avrebbe dovuto tenere a battesimo un’umanità forgiata per un’inedita antropologia. Sta di fatto che sono trascorsi duemila anni dalla nascita e morte di Cristo senza che l’uomo abbia compiuto passi significativi sulla strada dell’amore. Forse qualche passo indietro, qualche incertezza in più anche nei recinti della Chiesa Cattolica che ha dovuto eleggere un Papa di nome Francesco per tentare di prendere le distanze dai rituali sterili e paradossalmente appaganti che riducono  l’incontro con il volto di Dio a meccaniche alchimie liturgiche, lasciandolo per questo inesplorato e supplicante nella dolente fisionomia degli altri e in una realtà anonima che implora un’attenzione impossibile tanto da far dire a Martin Buber: “ Il vero rapporto dell’uomo con Dio trova nel mondo non solo la sua sede ma anche il suo oggetto. Dio parla all’uomo nelle cose e nelle creature che egli introduce nella sua vita, e l’uomo gli risponde con il suo agire nei confronti di quelle stesse cose e creature. Ogni specifico atto di culto si prefigge soltanto di preparare e santificare continuamente l’uomo in vista di questo rapporto con Dio nel mondo. Vi è però un pericolo originario, il pericolo più terribile e la tentazione più irresistibile cui l’uomo sia esposto, e cioè che qualche cosa dalla parte umana del rapporto si distacchi e si renda autonomo, acquisti un suo aspetto, si completi apparentemente con il lato opposto e si sostituisca infine al vero rapporto. Il pericolo originario dell’uomo è la “religione”. Ciò che si rende in tal modo autonomo può essere costituito dalle forme in cui l’uomo rese il mondo sacro a Dio, l’elemento “culturale e sacramentale”; esse però non sono più la consacrazione della quotidianità vissuta, bensì il suo distacco dal divino stesso. La vita del mondo e gli atti di culto scorrono paralleli. Senza essere vincolati reciprocamente; ma il “dio” del culto non è più Dio, e la sua parvenza è plasmabile a piacimento: il vero partner del rapporto non è più presente, l’abbraccio stringe il vuoto.”

Qualche semplice domanda

E forse, allora è giunto il momento di chiedersi il perché: perché il messaggio di Cristo non ha più nessuna presa sull’umanità? Perché l’uomo ha perso la consapevolezza del significato dell’amore? Perché questa parola è diventata il paravento che copre la radicale ignoranza della sua vera accezione? Perché, per dirla con Leibniz, non è l’amore per benevolenza ma quello per concupiscenza a occupare le coscienze che riduce l’uomo a mezzo e non a fine? Perché i livelli di empatia sono scesi a temperature polari isolando ogni uomo dall’altro uomo facendo dire a qualcuno che questo tempo è il tempo della paura, del terrore, per un uomo solo e disperato? A cosa serve celebrare con tanta enfasi i riti della Passione se ogni uomo vive la sua vita come  passione senza amore? Che cosa rende inoperante nell’uomo il messaggio di Cristo? Che cosa ostacola la trasfusione della sostanza divina in quella umana? Questa è la domanda da porsi l’interrogativo su cui riflettere per non continuare a scendere la china di un processo di disumanizzazione che ci porta lontano da noi stessi e quindi da ciò che ci rende umani. E’ allora il caso di chiederci: cosa ci rende umani, qual è quella specificità che crea in noi quella condizione di appagamento esistenziale che ci fa guardare con il dovuto disinteresse a quei beni che implicano possesso e proprietà ma amore per quegli altri beni che non escludono gli altri o addirittura li includono nella loro fruizione come l’arte e l’amore?
“Ama il tuo prossimo come te stesso” ci raccomanda il Vangelo e in questo adagio è racchiusa la formula della umanizzazione dell’uomo e della sua disumanizzazione ovvero della sua divinizzazione! I più credono che sia ovvio amare sé stessi e che amare gli altri significhi amarli allo stesso modo con cui noi ci confrontiamo quotidianamente con noi stessi. Ma come oggi l’uomo ama sé stesso?
Se fosse vero che ogni uomo, per il sol fatto di essere uomo e di esistere, ama sé stesso dovremmo ammettere che chi si droga si ama, chi commette dei crimini si ama, che il politico che tradisce i suoi elettori si ama. Ed allora c’è qualcosa che non va in questo amore che pretende di rivelarsi nel male, nelle cattive azioni di chi per amarsi deve danneggiare gli altri e goderne, escludendo gli altri e includendo solo sé stesso per una situazione di perenne conflitto. Ma chi ama in questo modo, in realtà che cosa ama? Non ama certamente sé stesso, perché questo sé stesso è fuori gioco, non è mai apparso sulla scena. Ama il potere, ama quindi tutto ciò che lo pone in una condizione di superiorità nei confronti dell’altro, per imporgli di ridurre le sue pretese e consentire alle proprie di realizzarsi sulla pelle degli altri. Il potere comporta la tensione ossessiva ad una condizione di superiorità strategica nei confronti dell’altro che non diventa più il fine dell’azione ma il mezzo per soddisfare i propri bisogni, bisogni di natura materiale e che implicano possesso e proprietà a cui corrispondono i beni esclusivi, ossia beni che per essere goduti implicano l’esclusione degli altri. Sono costoro che paradossalmente, nelle religioni monoteiste, difendono a spada tratta il loro Dio considerato superiore agli altri e che in realtà ha il solo compito di consentire a costoro di marcare una superiorità che in definitiva li allontana sempre più dalla sostanza divina che preme dentro di loro e li lascia nelle mani del loro Io che vuole farsi Dio. Un Io che ha terrore del dolore e della morte perché quell’io esiste solo nei riconoscimenti ed identificazioni di una società narcisistica, ma non è reale, esistendo solo nelle precarie, transeunti ed effimere costruzioni sociali. Un Io che guarda con malessere e sospetto al vero significato della Passione di Cristo.

Un amore impossibile

E allora come fa chi è prigioniero di questa logica ad amare il prossimo come sé stesso? Se lo amasse come sé stesso entrerebbe in contraddizione con i suoi desideri che vogliono per sé per togliere agli altri e che per fare questo si avvale della logica demoniaca del potere. Quindi in un mondo narcisistico fondato sul potere l’adagio evangelico introdurrebbe una contraddizione insanabile che rende evidente quanto oggi, in questo mondo della tecnica e della globalizzazione l’amore per l’altro è impossibile e che quindi i riti della Passione diventano, per buona parte dei fedeli, una sorta di foglia di fico su istinti irrinunciabili e inconfessabili e che il colore della croce è un colore che non ha colore e che rimane confinato nell’area di un’insensibilità solipsistica. Questa condizione di chiusura esistenziale aggravatasi con il trascorrere dei secoli passa attraverso l’assenza di un’esperienza mistica della divinità, talmente appagante da spegnere nell’uomo ogni desiderio di potere per guardare l’altro non con il pensiero calcolante ma con quello contemplante che s’illumina del volto della divinità. E’ l’esperienza esaltante di Dio che manca all’uomo e che Cristo ha voluto raccomandare al di là della lettera dei suoi messaggi, che non è l’esperienza di un sé stesso generico, di un ego roso da empiti imperialistici ma l’esperienza della propria particolarità, della propria specificità, della propria irripetibilità e di quella differenza che ci rende unici. Per cogliere questo messaggio d’amore, allora, occorre essere nella condizione di poterlo riconoscere come tale e per poterlo riconoscere come tale è necessario porsi, anche se solo in parte, nella condizione della divinità che soffre si, ma non perdendo la consapevolezza di essere Dio, consapevolezza che gli permette di vivere la sofferenza non come una perdita, non come un evento evitabile ma come un dono, il dono di quell’energia trascendente che ha reso possibile in Cristo il dolore la sofferenza, la morte. Avere scoperto in sé stessi la sostanza divina che ci esalta e che rende piena la nostra vita è la sola gioia che ci può permettere di imitare la divinità e il suo sacrificio per autotrascenderci nell’esperienza della carne, del dolore e della morte.

La vera lezione della Croce

E allora la vera lezione della croce il suo vero colore è l’invito ad ogni uomo di scoprire la divinità che è in lui per creare un rapporto di esaltazione con il dolore e con la morte. Il  percorso di una divinità che per conoscersi meglio e diventare ancora più pienamente dio s’immerge coraggiosamente nell’esperienza della carne e nella esperienza della parola che lo evoca e lo dota di un volto per estrarlo dalla natura pietrificata ed incosciente di sé imprigionata, spinozianamente, dalle leggi del suo funzionamento. Se invece di porre a confronto l’uomo con gli episodi della Passione, ripetuti acriticamente, gli si rivelasse il significato del percorso di Cristo, indirizzato a rendere Cristo ogni uomo, il colore della croce non avrebbe più natura traumatica ma natura erotica, in cui il dolore, la Passione ed il sacrificio diventerebbero termini di confronto conoscitivo dei tanti volti della divinità in ogni uomo, che fanno gioiosamente esperienza della carne e attraverso la carne della parola.

Giulio Giancaspro

Giulio Giancaspro con i suoi raffinati e vibranti movie posters rivisitati dal suo geniale istinto combinatorio risultato di un’appagante fusione di immagini e parole ispirati alla Passione si emancipa dalla tradizione di una rivisitazione traumatica di una storia colpevolizzante per introdurre con le sue leggere ma travolgenti sinapsi  un modello erotico. Un modello che ha inserito la Passione nelle laiche piacevolezze di pellicole cinematografiche in cui il prodotto estetico, costituito da attori ed operatori sostenuti da mere  esigenze immedesimative ed interpretative, rende gli episodi della Passione gonfi di armonia estetica accompagnata da una sensazione di distanziamento emotivo che attenua un dolore che si ha l’obbligo di simulare, ma che una frequentazione di un dio interiore, di quella divinità che dobbiamo conoscere preventivamente per godere della esperienza della carne e della passione e guardare con un sentimento di gratitudine alla Passione di Cristo che ci insegna il segreto del dolore e della morte ci farebbe considerare con spirito di vera solidarietà e partecipazione. Si fronteggiano allora due modelli nell’interpretazione della Passione dal punto di vista estetico perché è pur vero che la premessa all’opera di Giulio Giancaspro, alla fin fine, mira a scoprire la formula creativa dell’artista, il suo modo particolare di filtrare questi eventi. E’ fuori di dubbio che questo artista sia visceralmente legato alla storia ed ai riti della Chiesa Cattolica, ma è anche vero che la sua vena di artista lo abbia posto di fronte ai due modelli interpretativi che si confrontano con la religiosità; il modello traumatico ed il modello erotico. Il modello traumatico è quello che ha enfatizzato, della vita di Cristo, la sua cruenta esperienza inducendo identificazioni, emulazioni sensi di colpa, ma non trasformazioni ontologicamente rilevabili, quel modello in cui per esempio troneggia un Cristo più uomo che Dio come nel Cristo del Mantegna in cui la rigidità cadaverica non concede speranze. Il modello che abbiamo sommariamente delineato nella premessa e che ha lasciato l’umanità tale e quale.
Il modello erotico è quello che vede la sofferenza di Cristo, ma comprende che quella sofferenza, alla luce della consapevolezza  del Cristo di essere Dio, diventa un’esperienza esaltante che può entrare di diritto nelle piacevolezze di una contemplazione estetica di un uomo che, avendo maturato una precoscienza della sua sostanza divina può guardare con un desiderio immedesimativo alla Passione. In effetti anche questo evento è per il nostro artista l’occasione per sperimentare i suoi giochi linguistici, le sue istanze combinatorie, per offrire un pathos ancora più raffinato a questi eventi in un contesto di giocosa sperimentazione sinaptica.
E la formula che usa è una sorta di triade dialettica di marca hegeliana. Una triade, però, non imprigionata dalle costrizioni di una razionalità filosofica, ma libera di rendere tesi ed antitesi e sintesi non il luogo di rivelazione della verità, ma di creazione suggestiva di effetti estetici che nascono dall’integrazione e giustapposizione, prevalenti sulla negazione ed esclusione. Ma Giancaspro manovra questi meccanismi combinatori intorno ad una figura di Cristo che vive la Passione senza vedere annullati i tratti di una divinità, capace di distanziarsene.
Così l’ultima cena istoriata in un’algida vetrata vittoriana, in un’immagine di routine, viene risvegliata al dramma del tradimento che la sottende, dal titolo “The last supper” trasposto dal film del cinese Lu Chuan. E’ un Cristo questo che vive il distacco algido del Dio da quel sé stesso che è sceso nella carne del mondo.
Il bacio di Giuda che riproduce  un dipinto di Jean Bourdichon del 1500 si emancipa anch’esso da una sorta d’ispirazione ingenua e di routine fondendosi con il titolo che l’autore gli sovrappone per alitare sul dipinto il clima surreale tratto dal cartellone del film “Il bacio di Giuda” di Rafael Gil.
Anche nel “Bacio di Giuda” il Cristo di Jean Bourdichon veste gli abiti della divinità e il distacco benevolente di chi si sta confrontando con un uomo, Giuda, che vende Cristo perché non può vedere in lui la divinità.
Anche “A crown of thorns” che riproduce il Cristo coronato di spine del Velasquez esce dal raffinato perimetro estetico segnato dal grande artista per riacquistare, attraverso il titolo tratto dal film omonimo di Gourland, una connotazione meno estetica e più estatica. Qui Giulio Giancaspro ha voluto ribadire la sua impostazione erotica. Infatti sia pure coronato di spine Cristo mantiene un volto perfetto con i lineamenti inconcussi di un Dio che ha fatto la sua parte di uomo a beneficio del mondo senza mai cessare di essere Dio.
In “Ecce homo” momento cruciale della Passione riprodotto da Antonio Ciseri, di spalle in una cornice anonima e silente, la camera di Pilato che si affaccia, muta, su una folla invisibile, viene, d’incanto, sommersa da urla veementi quando le lettere cubitali del titolo del film di Juan Manuel Arroyo Alcon fanno la loro comparsa. Questo Cristo guarda il popolo dall’alto del palazzo di un Pilato che si muove come una marionetta posseduto da un destino più grande di lui.
Ne “El Martir del Calvario” che richiama il famoso dipinto di El Greco, il Cristo procede composto e quasi rapito dalla sua missione verso l’epilogo della sua esperienza terrena viene anch’esso ricondotto dal nostro artista alla matrice di un dolore sconvolgente dal titolo del film di Miguel Morayta, che non lascia spazio a equivoci. Giulio Giancaspro ha ribadito il valore pedagogico della Passione scegliendo un’immagine in cui è la consapevolezza della divinità che fornisce l’energia al Cristo uomo così come la può trasferire ad ogni uomo. Il Cristo di El Greco rivisitato dal nostro artista ha un comportamento altero e porta la croce con indifferenza sovrana. E il suo volto perfetto è incorniciato da una barba curata sin nei minimi particolari tanto da farci dimenticare il pathos della Passione per indurci ad ammirare l’incedere possente della divinità. In “Le signe de la Croix” l’autore fonde la drammaticità dell’immagine della crocifissione, tratta da ”The Passion” di Mel Gibson con l’orientaleggiante leggerezza di “Le signe de la croix” di Cecil B. De Mille. Qui l’immagine martoriata di Cristo crocifisso non si emancipa dalla Sua potenza di Dio che è lì presente nell’esplosione atmosferica che incornicia un Cristo dolente per ribadire che quell’uomo ha un valore simbolico e pedagogico per l’umanità.
Con “La Tunica” il dipinto “Crocifissione” di Renato Guttuso, il modello erotico della Crocifissione soverchia quello traumatico e viene da Giancaspro ricondotto alla temperie di un più contenuto realismo storico sostituendo, appunto, al titolo del dipinto del Guttuso quello del film di Henry Koster “ La Tunica”,  in cui  la magistrale interpretazione di Richard Burton si focalizza sul mistero di questo indumento sacro. Forse per far dimenticare un’eccessiva impostazione erotica di Guttuso che ha percepito l’energia divina  che prevale sulla precarietà umana della Passione.
“Golgotha” rappresenta l’epilogo della Passione in cui l’artista marchia un’immagine anonima con le lettere gotiche del film omonimo di Julien Duvivier conferendole un pathos speciale reso ancor più contagioso all’interno di una nicchia anch’essa tratta dal movie poster di questo film.
Le lettere “Pietà”, il titolo del film di Kim Ki Duk, diventano  caratteri gotici di color rosso per recuperare tensioni latitanti ed energie divine, nell’opera di Adolphe Bouguereau del 1876.
E per finire “Resurrection” in cui la potenza  del Cristo risorto, che invia i suoi Angeli a comunicare le lieta novella in una cornice di luce accecante, riesce a soverchiare il disagio introdotto dal movie poster di Jeff Ross, anzi ad avvalersene, per giungere ad una più vivida e consapevole risonanza catartica e farci gustare la potenza della luce del Cristo risorto sulle tenebre del male e della disperazione. Qui Cristo è solo Dio e fornisce all’uomo la chiave esegetica per rileggere tutta quanta la sua Passione ed avvalersene per una propria resurrezione sulla terra.

Vito Caiati

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