L’artista Giovanni Morgese tra “ferro e fuoco”

© Salvatore Simonetti
«L’arte contemporanea, come sempre, è il riflesso del tempo e dello spazio in cui vive. Perciò è sempre diversa soprattutto nel linguaggio e nei materiali. L’artista vero, qualunque sia la sua vita, è come un’antenna che percepisce…»
Il 12 aprile si è ufficialmente conclusa l’esposizione personale “Ferro & fuoco” di Giovanni Morgese, presso la Pinacoteca “Michele De Napoli”, curata da Maria Vinella.
Inauguratasi lo scorso 22 marzo alla presenza di Maria Vinella (critico d’arte) e di Renato Brucoli (editore), la mostra si fa presto apprezzare per essere un’antologia di creazioni e di creature dell’artista terlizzese prossimo ormai ai 40 anni di attività.
Con il patrocinio del comune di Terlizzi e della pinacoteca “De Napoli”, per l’evento è stato realizzato un catalogo, con i testi critici dei due giornalisti che hanno mondato le dense profondità archetipiche di Morgese.
Silenzioso, sorridente e schivo, ecco Giovanni Morgese.
Chi è Giovanni Morgese?
«Pittore, scultore, iconografo. Arte e vita si fondono nella mia vita annullando ogni confine. Parallelamente una convinta religiosità si integra e completa il mio vivere. Non è un caso che le tematiche affrontate nel mio lavoro fanno riferimento alla religiosità dell’uomo e al cristianesimo in particolare. Argomenti che sembrerebbero marginali, di poco o nessun credito nelle tematiche artistiche contemporanee, certamente non remunerativi sul piano economico e non alla moda più ricorrente. Il mio lavoro è caratterizzato dall’uso di materiali poveri quando non anche riciclati: carta, legno di risulta, terreno, ferro… tutto questo ha un preciso significato: ogni frammento dell’essere ha intrinseco una sua verità, una sua bontà e una sua bellezza».
Se fosse una delle sculture in mostra, quale sarebbe?
«La scultura che vorrei essere, in realtà vorrei che fosse la mia fotocopia, è Miserere. Una sagoma di ferro intagliata al cui interno è scavata la scritta del titolo, ottenuta dal fuoco del fonditore, ad indicare la nostra natura che si riconosce debole e peccatrice e chiede misericordia a Dio».
Che tipo di attualità riflettono le sue opere?
«L’attualità del mio lavoro è da ricercare nel tentativo di presentare l’urgenza di verità profondamente umane ma dimenticate o sepolte sotto una coltre di autosufficienza, di orgoglio dell’uomo contemporaneo che ha dimenticato la sua vera natura, la sua origine e il suo destino».
L’uomo di oggi è più ferro e fuoco?
«L’uomo di oggi è un miserabile che si aggira coperto di vanagloria e arroganza in una società, quella occidentale, in cui l’unico valore che conta è il dio denaro, l’apparenza, l’egoismo e l’edonismo. E’ un ferro vecchio e arrugginito che non riconosce di esserlo e che sarebbe capace di far male al solo sfiorarlo. Ci vorrebbe un fuoco, come nelle mie sculture, che lo purificasse e gli donasse una nuova, originaria identità».
Giovanni Morgese si sente più artista o artigiano?
«Sono un artista che si serve di strumenti propri dell’artigiano per fare il mio lavoro. Non ho la perizia del bravo artigiano, infatti per alcuni lavori mi appoggio a fabbri e falegnami. La differenza tra l’artigiano e l’artista sta nel fatto che l’artigiano lavora per rispondere ad esigenze pratiche e alla soluzione di problemi concreti della vita di ogni giorno, il lavoro dell’artista appartiene alla sfera delle idee, dell’estetica, della percezione visiva, dell’etica».
Dopo 35 anni di attività cosa ha imparato sull’arte contemporanea?
«L’arte contemporanea, come sempre, è il riflesso del tempo e dello spazio in cui vive. Perciò è sempre diversa soprattutto nel linguaggio e nei materiali. L’artista vero, qualunque sia la sua vita, è come un’antenna che percepisce i drammi, le ansie, i bisogni, le tragedie e le speranze dell’uomo».
“Crisi” significa “declino” ma anche “opportunità”. Quale delle due componenti prevale nella sua opera?
«Le crisi che ciclicamente si verificano per me sono una benedizione. Arrivano sempre quando si smarriscono certi punti di riferimento e si perde l’orientamento. E’ il momento di fermarsi per prendere coscienza della situazione e cominciare da capo, fare tabula rasa, cambiare la testa e il cuore, per porsi da persone nuove ad affrontare i problemi della vita. Ognuno di noi, quando ha il coraggio di entrare in sé stesso, sa ciò che deve cambiare».
Di recente è scomparso Luigi Dello Russo, critico della galleria “Adsum”, che nel 2006 avete fondato insieme. Cosa è stato Dello Russo per lei?
«Luigi Dello Russo è stata una persona che ha messo generosamente a disposizione della comunità e di Adsum in particolare, la sua cultura artistica, i suoi talenti e la sua sensibilità. La sua multiforme cultura artistica, la sua curiosità, i suoi interessi estetici gli davano la possibilità di spaziare nel complicato mondo dell’arte. E tutto questo suo bagaglio lo comunicava in maniera semplice e comprensibile a tutti».
L’arte di Michele De Napoli l’ha in qualche modo ispirata nel pensare e realizzare l’esposizione “Ferro & Fuoco”?
«Più che l’arte di De Napoli, di cui nutro grande rispetto e ammirazione, mi ha interessato lo spazio del suo palazzo così ben strutturato e ristrutturato. E’ una degna cornice al lavoro degli artisti che ciclicamente si succedono nell’esporre i loro manufatti. Dobbiamo veramente essere grati a questo artista dell’ottocento che ha saputo leggere i desideri e i bisogni di noi artisti contemporanei sempre alla ricerca di visibilità. Si spera che il livello dell’arte esposta sia sempre alto».
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