Terlizzi celebra la “Festa della Repubblica”

La Redazione
Il momento del discorso del Sindaco

«Non meno importante, in quella data, fu la partecipazione al voto delle donne, chiamate, per la prima volta, a scegliere il nuovo sistema di governo e ad eleggere quell’assemblea che redigerà la “carta costituzionale»

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In tutta Italia il 2 giugno si festeggia l’anniversario della nascita della Repubblica.

Terlizzi celebra la “Festa della Repubblica” con un corteo al quale partecipano le autorità civili e militari, le associazioni combattentistiche e d’arma e delle rappresentanze delle scuole cittadine e delle forze politiche e sociali.

Classico corteo che parte dal Palazzo di città per poi snodarsi sino al monumento ai caduti sito in piazza Cavour al quale viene deposta una corona di alloro prima del discorso del Sindaco Ninni Gemmato.

«Autorità civili e militari, cittadini e cittadine di Terlizzi, un sentito saluto a tutti.

Il 2 Giugno 1946 è la data nella quale gli Italiani decisero, col voto referendario, di rifondare le istituzioni dello Stato, scegliendo la Repubblica. Non meno importante, in quella data, fu la partecipazione al voto delle donne, chiamate, per la prima volta, a scegliere il nuovo sistema di governo e ad eleggere quell’assemblea che avrebbe avuto il compito di redigere la “carta costituzionale”. Il tradizionale appuntamento con la “Festa della repubblica” ricorre, oggi, a pochi giorni dal voto per le europee. L’appuntamento elettorale è giunto dopo un periodo di perdurante contestazione delle politiche finanziarie dell’Unione, dovuta a quella scelta del rigore che ha determinato, in questi anni, l’inasprimento della congiuntura negativa.

Dal 2007 sono ormai un milione i posti di lavoro distrutti dalla crisi. Nel primo trimestre 2014 ammontavano a 3600 i fallimenti d’impresa. 763 aziende nel solo manifatturiero, con un aumento del 22,5%  rispetto all’anno precedente.

Nonostante la fiducia nell’attuale governo, testimoniata dal risultato elettorale, siamo di fronte a un declino che non si ferma e che investe società e politica. In Puglia e Basilicata un elettore su due non si è recato alle urne e il consenso ricevuto dal Premier non può nascondere il record drammatico di un astensionismo diffuso.

L’euroscetticismo è ormai l’espressione di un disagio profondo, alimentato da diseguaglianze, disoccupazione e istanze disattese di cambiamento. Il 60% percento degli europei tende oggi a non fidarsi dell’Unione. Un fallimento politico determinato da un’ideologia economica che, alla fine degli anni ottanta, ha fatto sì che l’Europa dei popoli lasciasse il passo a un’Europa delle banche e delle multinazionali. Un’Europa che ha generato un apparato burocratico ipertrofico al servizio di lobby internazionali e di nazioni forti. Un sistema incapace di politiche flessibili, che sta provocando il fallimento, industriale e sociale, dei partner più deboli.

In un momento in cui si contestano aspramente le scelte strategiche dell’unione (l’euro, la politica monetaria centralizzata, il ruolo determinante della banca centrale europea), non si può negare la persistenza di una criticità finanziaria e politica, che, nel corso della crisi, ha già prodotto vincitori e vinti. La mancanza di una condivisione solidaristica dei rischi finanziari (gli Eurobond invocati da molti), che ha indirizzato flussi enormi di liquidità verso quelle nazioni ritenute più stabili. Ciò che continua a garantire alla Germania e al suo sistema industriale una disponibilità di risorse a costi vicini allo zero. Permettendone la riduzione del deficit e incoraggiando quegli investimenti privati che hanno reso le imprese tedesche più competitive sui mercati internazionali. Una tendenza che durante il governo Monti fu frenata effimeramente dall’austerity e fu poi contrastata dall’intervento decisivo del governatore Draghi.

Ricordiamo tutti la determinazione del presidente italiano della Bce, quando, a luglio 2012 e in piena crisi dell’Euro, pronunciò il famoso “whatever it takes”. La sua decisione di attuare qualunque misura necessaria per fermare la speculazione finanziaria ai danni dei paesi più deboli. Nel contesto attuale, in cui la Germania continua spedita il suo percorso di crescita, l’economia francese frena e quella italiana ristagna, il Presidente della Banca centrale europea è alle prese col paradosso di un’enorme liquidità, che resta ferma nei forzieri delle banche. In presenza di tendenze deflattive ed incertezza della ripresa, come ha sottolineato recentemente il governatore della Banca d’Italia, Visco, è necessario un allentamento dei vincoli europei di bilancio e la ripresa strategica degli investimenti. Riducendo a un tempo burocrazia, instabilità politica e potere del capitalismo finanziario.

D’altra parte, se sono evidenti le conseguenze di una politica europea del rigore, che guarda ai saldi totali del rapporto deficit-pil, ma non impone il taglio virtuoso delle singole voci di spesa, sono innegabili le responsabilità del nostro Parlamento circa il perdurare della crisi e la stagnazione dei consumi interni. Da anni, piuttosto che risanare chirurgicamente il deficit dello Stato, si preferisce scaricare sugli enti locali virtuosi e sui loro bilanci, i costi sociali e politici di un finto riequilibrio dei conti.

Cari cittadini, l’interpretazione nazionale del patto di stabilità e crescita, il cosiddetto Patto di stabilità interno, sta strangolando le economie locali. Città come la nostra, con saldi di cassa più che positivi, stanno pagando duramente i vincoli di una legge che limita le possibilità di spesa e il rilancio dell’occupazione. Senza una revisione del patto, i comuni sono destinati alla paralisi.
  
Come lamentano da tempo i sindaci dell’Anci, “lo Stato non può più usare gli enti locali per salvare se stesso.” Occorre una svolta o, in futuro, pur in presenza di saldi positivi, non riusciremo a garantire i servizi minimi. Ricordiamo, infatti, che, nel 2016, scatteranno i nuovi tagli di spesa previsti dal “Fiscal compact”. Mentre si invoca da più parti l’allentamento dei vincoli del patto, pochi ricordano che, il 20 aprile 2012, il Parlamento Italiano, con zero voti contrari alla camera e appena tre no al Senato, votò il vincolo dello zero percento del deficit pubblico e l’obbligo del pareggio di Bilancio. Norme ben più stringenti dell’attuale limite del 3 percento imposto dal patto di stabilità.

È necessario agire, dunque. liberare al più presto la spesa per investimenti. Ripartire da un nuovo e robusto piano per le infrastrutture, dopo i drastici tagli dei governi Monti e Letta. Aumentare i servizi, sostenere la domanda, incrementare la produttività delle imprese, trovando l’opportuna copertura attraverso tagli non lineari alla spesa per beni e servizi della pubblica amministrazione.

 

Ecco perché, festeggiare la nascita della Repubblica, alla vigilia del semestre italiano di presidenza dell’Unione, significa rivendicare il diritto dell’Italia ad essere protagonista delle scelte europee. Interrompere quella tendenza che, nell’agosto del ’98, l’allora presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, evidenziò in una delle sue rarissime dichiarazioni “politiche”. Una tendenza per la quale, sono parole sue, “i governi dell’Europa hanno finalmente scelto la strada della abdicazione, per quanto attiene a poteri decisionali fondamentali, in favore di “esperti monetari”.

Quel messaggio risuona oggi chiarissimo. L’Europa dei popoli non può più permettersi di privilegiare “il permanente plebiscito dei mercati finanziari”, che da società libera e solidale, secondo i suoi principi ispiratori, la sta  trasformando, inesorabilmente, in un “gigantesco mercato per multinazionali e lobby” (Luttwak). I popoli sovrani, d’Italia e d’Europa, devono rivendicare oggi il potere delle scelte. Scelte, che non potranno più essere condizionate da organismi non elettivi, come la Banca europea e il Fondo monetario.

In questo due giugno di festa, riunito intorno ai colori della sua bandiera e ispirato dai suoi valori repubblicani, il paese dovrà ritrovare il suo orgoglio. La forza per scelte politiche strategiche e per programmi di crescita che favoriscano un benessere diffuso. Decisioni che determinino la redistribuzione della ricchezza e la nascita di un’Europa più giusta, che contrasti la crisi del capitalismo globale con la forza delle sue identità culturali, delle sue risorse morali e civili, e dei suoi tanti saperi.

Nel giorno della “Festa della repubblica” ribadiamo, pertanto, l’orgoglio di un’Italia europea. Solidale, all’interno di un consesso di nazioni unite, ma libere, sovrane sui loro territori; che alla miope ricetta dei saldi di cassa sappia opporre una politica monetaria virtuosa eppure flessibile. Che stimoli gli investimenti, l’occupazione e la giustizia sociale. Un’Italia fedele a una rinnovata comunità dei popoli, che non deroghi ai burocrati dell’unione il dovere delle proprie aspirazioni morali. Delle sue ambizioni di libertà, fratellanza e uguaglianza.

In questo spirito, viva la Repubblica, viva l’Europa, viva l’Italia ».

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