“È Importante”: «Siamo gli ultimi dei mohicani, la nostra è una società che non sostiene più l’arte»

la mostra

Parla Paolo De Santoli, uno dei sei autori della mostra inaugurata venerdì sera nella galleria Ra, un "capriccio" di porte, ante, fotografie, bozzetti "trompe l'oeil", dadaismo e arte gestuale

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Arte concettuale, gestualità, performance, design, body art – e un implicito gusto per l’esoterico. Questo e altro è stata la mostra “E’ importante. In parte”, inaugurata venerdì scorso a Terlizzi, presso la galleria Ra (animata dall’associazione culturale Tnt Comunicazione Totale).

Notevole l’afflusso di pubblico, tra cui vi erano addetti ai lavori ed esponenti ordinari ed eccellenti del milieu artistico pugliese e nazionale, ma pure una quantità sorprendente di ragazzi e comuni appassionati d’arte. Hanno partecipato all’estemporanea sei artisti di vaglia, combinati a coppie: Paolo De Santoli con Cosmo Laera, Angela Consoli con Beppe Sylos-Labini e Franco Valente con Massimo Nardi. È stata scelta infatti la formula inconsueta di accostare esperienze eterogenee per formazione e approccio artistico, sfruttando il contrasto di stili, tecniche, concezioni e filosofie che ne è scaturito.

Il risultato di questi mis-match è stato alquanto omogeneo, pur generando tre installazioni molto differenti tra loro e collocate in punti lontani, ma strategici dell’ampio salone. Al centro della mostra – lo rivela a mo’ di sciarada il titolo – vi era infatti il concetto di porta, inteso come forma primaria, ma anche come metafora dell’arte stessa. La porta come struttura e materia primitiva, primordiale quasi: assemblaggio di legno, pietra, metallo, materiali autoctoni, onesti e fragranti, che impressionano immediatamente i sensi: le mani, gli occhi, l’orecchio… Pure, la porta come emblema per eccellenza del folclore, del colore, del costume locale. La porta come biglietto da visita, come limite della controra, del tempo lento del pensiero meridiano. 

E poi – next level – la porta come ingresso, punto di accesso, soglia, mistico varco dimensionale, come passaggio tra più universi, paralleli e, se si vuole, anche comunicanti: a patto di possederne le chiavi, di esservi iniziati… La porta come segreto, come “massoneria” – che per i francesi significa muro, sbarramento, ma pure, appunto, setta, élite</em>; la porta come confine tra ciò che è dentro e ciò che è fuori, ciò che è esoterico e ciò che è essoterico, direbbe Aristotele. La porta come simbolo gnostico. La porta, infine, come accenno ai tanti impenetrabili al di là – tanti tagli alla Fontana? – privati e personali che solcano la natura finita dell’uomo, rendendo di fatto infinita la sua essenza.

Lo spettatore di “E’ importante” non aveva a disposizione un vero e proprio spazio espositivo in cui seguire un percorso razionale di visita, ma si trovava a gravitare in una sorta di sistema tri-polare formato da tre diversi punti di riferimento visivi e statici, tre segnacoli, tre sorgenti di attrazione per lo sguardo e il corpo. Per accedere alla zona viva della galleria, ad esempio, bisognava varcare una porta costituita da tre imponenti blocchi di legno, due stipiti e una traversa, a cui erano affisse ante autentiche, superficialmente raffinate, che facevano molto objet trouvé, su cui a loro volta erano attaccati disegnini, progettini, studi, calligrammi, i cui moduli riecheggiavano lo gnosticismo di Leonardo e la numerologia melanconica del Dürer. Come si vede, la simbologia gioca una parte importante.

All’altro canto della sala campeggiava una sorta di ex voto: su due pannelli disposti ad angolo del muro erano raffigurati due differenti ritratti fotografici, trasfigurati in una sorta di camouflage: quello dell’artista Angela Consoli – bendata e un po’ lasciva nella postura, come la Madonna di Munch – presentata da un “je suis” in esergo – e quello – nientedimeno – di Marcel Duchamp, il genio dell’arte ready made, con un’espressione invece ironica, da par suo. Ai piedi dei due santini, adagiato quasi per caso su un pannello steso in orizzontale, un paesaggio marittimo fatto a matita, con barchette, pali, e una montagna sullo sfondo vagamente somigliante al Vesuvio.

Il frutto della terza combinazione si palesava in un abitacolo metallico dalla forma solida di ottaedro – tendente alla struttura del Castel del Monte, – di cui due spigoli erano coperti da ante e porte dismesse (materiale di risulta attinto a chissà quale dismissione), solo lievemente rielaborate dalla mano dell’artista, che vi ha applicato superficiali – ma non ininfluenti – modifiche, lasciando tuttavia intatta la fragranza della materia.

Durante la serata si sono succedute due distinte performance: la prima ad opera del gruppo Folliamo, formato da giovani artisti e studiosi di arte, i quali – spostandosi freneticamente per l’ampia sala centrale della galleria – hanno trasportato per qualche minuto da un punto all’altro delle lunghe porte di legno recando grosse chiavi e creando un curioso andirivieni nonsense dal riconoscibile sapore dadaista. La seconda esibizione è stata invece una interpretazione di pura body art, con le movenze sublimi della modella-artista, stranianti nell’uso totale e “crudele” del corpo, tra abluzioni di colore e orge di carne. 

Una simile, fitta trama di rimandi tra folclore e introspezione, archetipo e design, intarsio alla Depero e trompe l’oeil alla Escher, un certo estro espressionista alla Francis Bacon e una innata tendenza alla forma primaria, sono da sempre al centro degli interessi artistici di Paolo De Santoli, artista terlizzese e animatore della galleria Ra, tra i sei partecipanti di “E’ importante”. Lo abbiamo incontrato per parlare della mostra e definire – è proprio il caso di dirlo – lo stato dell’arte a Terlizzi e dintorni. Allora, come è andato il vernissage della mostra, De Santoli?

«Molto bene, come ci aspettavamo del resto. Abbiamo lavorato bene e non c’era motivo di credere che potesse andare male. C’è stato un grande lavoro di ricerca e organizzazione alla base e anche un discreto battage promozionale…»

Quali sono le condizioni dell’arte a Terlizzi, in Puglia?

«Non siamo degli sprovveduti. Abbiamo talenti, creatività e una storia, una sensibilità, risorse quasi miracolose. Eppure…»

Eppure?

«In prima battuta, credo di poter dire che in Puglia mancano alcuni ingranaggi al circuito dell’arte. Abbiamo molti artisti di valore, ma mancano le figure di intermediazione: non c’è, ad esempio, una critica militante, che incoraggia, indirizza, guida, migliora gli artisti; mancano i galleristi disposti a rischiare, investire, promuovere l’arte locale. E, ultimo ma non ultimo, mancano i compratori, non c’è il mercato dell’arte…»

È solo una questione di crisi economica, dunque congiunturale si spera, o è un problema di natura più strutturale?

«In parte la crisi ha influito molto, limitando ad esempio le possibilità di acquisto di chi vorrebbe comprare. Ma la questione è più profonda e radicale: la nostra comunità non è abituata a circondarsi di manufatti e opere uniche, che non siano già state sdoganate da qualcuno nel circuito dei media, ad esempio. Sono disorientati e maldisposti a investire nell’arte. Un peccato…»

E poi?

«Poi, scendendo più nel particolare, mancano i progetti, latitano le possibilità di interazione, e la spinta propulsiva delle istituzioni potrebbe essere più continua e sistematica»

Insomma c’è molto da fare…

«C’è molto da fare, ma non siamo alla tabula rasa: ci sono risorse da coltivare, talenti e professionalità da spendere. Basterebbe rimboccarsi le maniche… Noi della mia generazione siamo come gli ultimi dei mohicani, non abbiamo perso lo slancio e la follia per avviare progetti, anche senza mecenati o… ombrelli istituzionali, confidando solo nella nostra intraprendenza. L’arte è qualcosa di pratico, dinamico, che si fa nel concreto, in maniera militante, non solo nelle pinacoteche…».

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