Serata d’esordio del Festival per la Legalità: «Attenzione, la mafia è nelle piccole cose». Foto

© terlizzilive
Davanti a un pubblico numeroso, sono intervenuti Angela Altamura, la donna ferita nella sparatoria del 30 giugno scorso, l'autore satirico Pinuccio, Don Cozzi di Libera e Sabrina Matrangola, figlia di Renata Fonte
Al via ieri sera nella corte della Pinacoteca “de Napoli” il Festival per la Legalità, la manifestazione organizzata da tre anni a questa parte in luglio da Città Civile. Nel parterre di ospiti chiamati a lasciare una testimonianza diretta della loro esperienza a proposito dell’illegalità e della mafia c’erano Don Cozzi, vicepresidente di Libera, Roberto Rossi, sostituto procuratore aggiunto della Procura della Repubblica di Bari, Sabrina Matrangola, figlia di Renata Fonte, vittima della mafia. Ad alleggerire i toni della serata con la sua comicità acuta e irriverente il popolare autore satirico Pinuccio, sin dagli esordi impegnato a denunciare casi di malagestione del territorio.
Presente, in platea, l’assessore alla Legalità, Paolo Malerba. Assente invece l’ospite annunciata Daniela Marcone, figlia di Francesco Marcone, ucciso a Foggia dalla mafia nel 1995, la cui vicenda è stata ricordata come esempio di rettitudine e integrità morale.
In esergo a questo primo incontro si potrebbe apporre proprio una frase della donna: “la verità può dare dignità alla mia vita”, menzionata dalla moderatrice dell’incontro, Emanuela Fumarola. Degna di nota anche la massima di Papa Giovanni Paolo II citata nei saluti iniziali da Vito D’Amato, il coordinatore del Movimento Civico: “la giustizia non è il fine, è il prerequisito”. A partire da questi “quotes”, quasi programmatici per pregnanza, la parola è andata subito a un’ospite speciale, Angela Altamura, la donna che il 30 giugno è stata accidentalmente ferita da uno dei proiettili sparati ad alzo zero da sicari che avevano l’obiettivo di colpire Giuseppe e Michele Baldassarre, in un probabile regolamento di conti.
La donna, che quella sera era in pizzeria con ventisette bambini per festeggiare la fine delle attività di una scuola di ballo, ha rievocato gli attimi concitati e terrificanti successivi alle esplosioni, che in un primo momento erano sembrate “innocenti” scoppi di petardi, ma ben presto si sono rivelate colpi d’arma da fuoco. «Non appena abbiamo capito la pericolosità del frangente, ci siamo alzati e siamo scappati via. Io sono stata colpita presto, ma per fortuna potevo correre. Il mio unico atto di coraggio è stato quello di aver pensato ai piccoli. In un bar di viale Roma abbiamo chiesto aiuto. Adesso non riesco più a mettere piede nella villetta di piazza Amendolagine, pur abitandoci di fronte. Quando vado in giro, non mi sento sicura. Ma Terlizzi – chiosa infine la donna – non è un paese mafioso».
Sabrina Matrangola ha tratteggiato un commosso ricordo umano e “civile” della madre, Renata Fonte, eliminata dalla criminalità di Nardò – dov’era assessore alla cultura e alla pubblica istruzione – per essersi fermamente opposta a un piano scellerato di lottizzazione della riserva di Porto Selvaggio. Soltanto nel 2002 la Fonte è stata riconosciuta pubblicamente vittima della mafia.
«Mia madre – dice l’ospite – aveva il “torto” di considerare la politica come “caritas”, con spirito di servizio, cura dell’altro. Io avevo 15 anni quando mi fu tolta. In un primo momento provai un dolore sordo, insanabile. Credevamo che il Salento fosse immune alle mafie, poi si capì che era invischiato nelle trame della Sacra Corona Unita. Renata Fonte, che era una donna con molti talenti e curiosità, portava avanti una sorta di battaglia ecologista ante litteram, era un ostacolo».
Secondo la Matrangola, coltivare la memoria di un’eroina civile qual è stata in effetti la madre è stato anche un modo di automotivarsi, rivestire di valori “attivi” un dolore intimo e privato, altrimenti intraducibile, incomunicabile. «Dal ’98 sono poi cominciate le commemorazioni pubbliche di mia madre, che era divenuto un personaggio pubblico, simbolo della lotta alla mafia. A poco a poco – è la notazione un po’ amara – la sua figura è venuta di moda, come la legalità. Le hanno dedicato anche opere teatrali. Ma la verità è che mia madre era una eretica, nel senso letterale dell’etimo greco: scegliere un’opinione per me. Lei è una vittima dell’articolo 54 della Costituzione, che recita all’incirca: “i politici devono svolgere il loro compito con disciplina e onore”».
Alla domanda su come si riconosce un mafioso, in quest’era di “mimetismo” avanzato e di collusione sfrenata, la Matrangola ammette di non saper rispondere, limitandosi invece ad accennare, per usare le parole di Italo Calvino, a “ciò che inferno non è”: «Come si riconosce un mafioso? Non lo so, ma io almeno potrò sempre passeggiare con mia madre a Porto Selvaggio…».
Anche secondo Don Marcello Cozzi, vicepresidente di Libera, l’associazione di Don Ciotti, la lotta alla mafia è una questione cruciale, in cui non si può indulgere troppo alle celebrazioni, alla retorica. «Non ci sono modelli da seguire o fiabe da raccontare, solo problemi reali e quotidiani, da ascoltare e prendere in considerazione, che diventano casi di coscienza di fronte ai quali un uomo non può girarsi di spalle, tirardi indietro»
Don Cozzi si è rivolto poi direttamente ad Angela Altamura, esortandola a tornare in Piazzetta Amendolagine, per non cederla ai violenti. Il contrasto all’illegalità passa per il controllo capillare e continuativo del territorio e, soprattutto, per il culto autentico della memoria: «Ma questa non sia – è l’avvertimento del parroco – una passerella o un mero ricordare. Il lavoro contro la mafia è svolto soprattutto da piccoli, anonimi “operai”, come il vostro Gioacchino Bisceglia, il falegname ucciso a Terlizzi nel ’96. Non tutte le 850 vittime della mafia riconosciute sono note come Falcone e Borsellino».
Allo stesso modo, continua Don Cozzi, specularmente la mafia autentica agisce in silenzio, negli interstizi e nelle ambiguità del quotidiano, avanzando ogni qual volta un comune cittadino si concede illusorie “scorciatoie” e deroghe o indulge ai compromessi. «La vera mafia agisce in silenzio e silenziosamente diviene prassi. Non è solo Provenzano o Riina. Il mafioso spesso è proprio accanto a noi».
Il sostituto procuratore di Bari Rossi corrobora il concetto secondo cui la mafia è soprattutto una questione pratica, di potere economico-finanziario, e si serve di azioni violente ed eclatanti soltanto come extrema ratio. Le vittime della mafia, secondo il magistrato, sono infatti vulnerabili soprattutto dal punto di vista socioeconomico. Occorre insistere, dunque, nella creazione di realtà e vincoli associativi con lo scopo di tutelare i più deboli, le vittime di questo sistema, proteggendoli e incoraggiandoli a collaborare.
Nelle battute finali, il Leitmotiv di questo primo appuntamento del Festival – cioè la capacità della mafia di insinuarsi dovunque, in maniera strisciante e discreta, – è stato confermato anche da Pinuccio, che nel corso del suo intervento ha esemplificato con racconti autobiografici e divertenti sketch l’impaccio e la difficoltà del cittadino meridionale, in specie pugliese, a vivere nella legalità in una società che considera ancora il sistema della sopraffazione, i legami di sangue e il vincolo di omertà come valori esclusivi e positivi e individua di contro nello Stato – che pure, soggiunge il comico, spesso è assente ingiustificato – nulla più che un usurpatore.
Il secondo appuntamento con il Festival per la Legalità è stasera a partire dalle 20 e 30. Si parlerà di “etica del lavoro in un sud senza lavoro” con il giornalista Rai Francesco Giorgino, l’imprenditore Pasquale Natuzzi, Giovanni Ricchiuti, arcivescovo e presidente nazionale Pax Christi, e Giuseppe Gesmundo, segretario generale della Cgil di Bari.
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