Ancora una “acciòn poetica” nel cuore di Sovereto, riserva indiana di bellezza. Foto

© terlizzilive
I soliti, nobili nottambuli stavolta hanno tessuto la loro "tela" poetica attorno agli alberi del vialetto d'ingresso, fino al cancello del nuovo edificio in costruzione
“Spero, credo non venga mai per me l’infame buon senso“. (Vladimir Majakovskij)
Ancora una volta, dopo i due episodi di maggio, Sovereto è teatro di un “attacco poetico”.
I soliti, nobili nottambuli stavolta hanno spostato la loro attenzione nella parte anteriore del borgo, tessendo la loro “tela” poetica attorno agli alberi del vialetto d’ingresso, fino al cancello di recinzione del nuovo edificio in costruzione, con tanto di cantiere e gru.
Al filo, dipanato tra gli alberi, sono stese decine di poesie tratte come al solito dall’opera dei maggiori scrittori della storia della letteratura, da Alda Merini a Sandro Penna, da Majakovskij a Thoreau, imbastendo un discorso a più voci tra epoche e sensibilità lontane tra loro, ma convergenti nella ricerca di una rigorosa “estetica”, di una idea di bellezza.
Che è precisamente ciò che difetta o sta drasticamente venendo meno – almeno a nostro parere – a una comunità come Terlizzi, ormai quasi assuefatta al “brutto”, a tutti i livelli, dall’imbastardimento del dibattito politico al degrado del paesaggio urbano, dall’abbassamento generale del grado di civiltà all’impoverimento drammatico del senso estetico, delle capacità linguistiche, del rispetto per le regole – da quelle grammaticali in su.
La sfera privata, “giù in città”, è considerata ormai come l’unico orizzonte possibile, l’unico valore buono, vantaggioso, dunque praticabile, in nome della pigrizia, dell’incuria, dell’egoismo sociale eletto a norma aurea di vita. Il pubblico, con il suo fastidioso fardello di regole, doveri, divieti, è considerato sempre più come un impedimento, tutt’al più un’opportunità da sfruttare abilmente per accrescere il proprio peculio, nell’ottica deteriore del più arcaico familismo amorale.
Spandendo le sue liriche in quella sorta di riserva di bellezza che è Sovereto, l’atipico attacchino dimostra di saperla lunga in materia letteraria e civile: il suo è forse un attacco, ma all’indifferenza, un gentile, ma fermo avvertimento a tenere alto il livello di guardia contro ogni pericolo di abbrutimento, di deriva immorale, di inciviltà. Mutuando le parole di Thoreau, uno dei teorici del pensiero liberale, suggerisce che:
“dovremmo essere prima di tutto uomini e poi sudditi. Non c’è da augurarsi che un uomo nutra rispetto per la legge ma che sia devoto a ciò che è giusto”
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