Sagnet e Palmisano presentano al Melkweg “Ghetto Italia”: «Il caporalato è un reato mafioso»

© maria pansini
Il libro è una inchiesta-saggio sul fenomeno del caporalato, che interessa i braccianti extracomunitari ma, ormai, anche gli italiani: la cronaca della serata a cura delle studentesse del Liceo "Sylos"
Il palco dell’Arci Melkweg ha ospitato ieri sera Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano, i due autori di “Ghetto Italia”. Il libro, edito da Fandango, è una inchiesta-saggio sulle condizioni lavorative inumane in cui vivono molti extracomunitari e, in misura crescente, anche molti braccianti italiani, socialmente ed economicamente “deboli”, in molte aree dello Stivale, non solo del Mezzogiorno.
All’iniziativa ha partecipato un gruppo di studenti e studentesse del Liceo Classico “Sylos” di Terlizzi. Riportiamo di seguito la cronaca della serata, a cura di due studentesse del quinto anno, Clara De Chirico e Giulia De Palma.
Yvan, trentenne camerunense arrivato in Italia nel 2007 con un permesso di soggiorno per motivi di studio, si iscrive alla facoltà di Ingegneria delle Telecomunicazioni a Torino, ma è costretto per ragioni economiche a raggiungere i campi di raccolta di Nardò, dove stagionalmente vengono ingaggiati centinaia di braccianti agricoli, ridotti in condizioni di schiavitù.
Presa coscienza della completa assenza dei diritti dei lavoratori, sostenuto dal sindacato Flai-Cigl, Yvan si mette a capo dello sciopero dei braccianti agricoli presenti nel “ghetto” di Nardò nel settembre del 2011. La manifestazione porterà, per la prima volta in Italia, al riconoscimento del reato di caporalato. Il giovane camerunense racconterà poi la sua esperienza nel libro “Ama il tuo sogno”, edito da Fandango.
Leonardo Palmisano è un etnografo e scrittore, attualmente docente di Sociologia Urbana al Politecnico di Bari; sensibile alle tematiche della violazione dei diritti, ha già presentato a Terlizzi il suo volume-inchiesta “La Città del Sesso” presso la libreria ‘Le Città Invisibili’. Ha scritto inoltre per il Manifesto, per Liberazione, per AlfaBeta2 e NarcoMafie.
I due autori hanno illustrato al pubblico il percorso d’indagine nelle varie regioni italiane che ha portato alla stesura del libro, con l’obiettivo di sfatare il mito per cui il caporalato esisterebbe soltanto nel meridione.
All’interno dei ghetti – è la denuncia dei due – vi è una rigida gerarchia che impone dinamiche di potere e di sfruttamento disumano, malgrado spesso carnefice e vittima condividano le stesse origini; il bracciante risulta essere l’ultimo anello di una catena di traffico di esseri umani che comincia già nei paesi di provenienza. I braccianti lavorano a cottimo per guadagnare circa 3,50 euro a cassone (circa 3 quintali), superando anche del doppio gli orari di lavoro previsti dalle normative statali. Sono alle complete dipendenze dei caporali, che speculano anche sulle necessità primarie; essi pagano l’acqua, il cibo, il posto letto all’interno di baracche fatiscenti e sovraffollate senza servizi igienici e corrente elettrica. La caratteristica principale dei ghetti consiste nell’isolamento rispetto al centro abitato: i braccianti sono invisibili. Perfino il trasporto è a pagamento, e il costo paradossalmente aumenta se la destinazione è l’ospedale.
Il caporalato trova terreno fertile soprattutto in quelle zone dove l’infiltrazione mafiosa è già consolidata, speculando sulla fragilità economica e psicologica dei soggetti. “Bisognerebbe estendere il reato di caporalato al reato mafioso… perché il caporalato è mafia!”, esclama Yvan Sagnet. Non a caso i principali bersagli sono extracomunitari e donne, le quali sono private non solo del diritto di lavoro, ma nella maggior parte dei casi sono costrette a subire abusi e violenze sessuali dai parte dei loro padroni, spaventate dal ricatto di essere licenziate.
Palmisano compara la figura del caporale nel ghetto con quella del kapò nel campo di sterminio nazista; la loro funzione è sostanzialmente la stessa: essi fungono da mediatori e da controllori, dunque la loro presenza è funzionale nell’organizzazione criminale.
“Il caporalato ha un consenso soprattutto da parte dei lavoratori, per questo è difficile da soverchiare dal basso. […] Essi sono convinti che solo il caporale può offrire loro ciò che lo Stato non offre”, continua Sagnet, che denuncia, contestualmente, l’incapacità dei lavoratori italiani di opporsi al potere autoritario del caporale, lasciando gli stranieri soli nel compito della rivendicazione dei diritti dei lavoratori.
Quali le possibili soluzioni a questo fenomeno di ghettizzazione e alienazione dei lavoratori “deboli”? Per Palmisano e Sagnet bisogna attuare dei miglioramenti nel sistema agricolo nazionale, perfezionando le leggi esistenti e inasprendo le pene previste. Determinante, tuttavia, è il peso della cultura e della responsabilizzazione non solo di chi è direttamente coinvolto nello sfruttamento, ma dell’intera popolazione civile. Per dirla con le parole di Sagnet “Occorre unità e coscienza”.
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