La festa dei fuori sede fa il botto: «Siamo andati via, ma Terlizzi è dentro di noi. Nessuno ha il nostro “priscio”». Foto

© terlizzilive
Grande partecipazione per “Quando te ne vai?”, la serata dedicata da La Corrente ai terlizzesi che vivono altrove per motivi di studio o lavoro: «Una festa così al nord se la scordano»
Alessandro è scappato via da Terlizzi per non dover più “scappare” l’erba delle campagne di famiglia, poi è diventato uno statistico e ora lavora per un colosso delle assicurazioni a Milano; Claudia ha lavorato per la Barilla, trovando sempre fuori le migliori opportunità professionali, però sogna di tornare un giorno; Daniela sta ad Amsterdam da qualche mese e pensa che la rivoluzione olandese delle biciclette sia una cosa che si può fare anche qui; Albino ha lavorato per anni in Malesia e lì ha imparato a cercare opportunità dappertutto, anche quando non sembrano esserci; Maria Pia è andata via un giorno portando con sé lo striscione di arrivederci degli amici, che conserva gelosamente dovunque vada: oggi, dopo un lungo percorso, è un importante “quadro” dell’Enel e paragona la sua vita a “Itaca” di Kavafis. Lucrezia, che insegna a Trento, ammette che Trento è ricca e offre un sacco di possibilità, ma lì non avranno mai il nostro “priscio”; Michele spiega che l’università nel Regno Unito abitua a ritmi incalzanti e serrati che allenano alla concretezza della vita vera, ma non sa se riuscirà mai a tornare; Giuseppe è funzionario delle Nazioni Unite a Brindisi e viaggia molto per i progetti a cui collabora, ma si sente terlizzese malgrado sia, a tutti gli effetti, cittadino del mondo; Maria frequenta il college nel New Jersey e per mantenersi fa la nanny in una famiglia yankee, a cui è riuscita a insegnare un po’ il dialetto terlizzese, ma non la ricetta giusta della carbonara…
“Quando te ne vai?”, il primo meeting dei terlizzesi fuori sede – organizzato ieri sera da La Corrente nella galleria Ra – è stato un indiscutibile successo di partecipazione e verrà ricordato come un evento inedito nella storia recente della nostra città.
La serata, affollatissima, è cominciata con una dedica a due figli eccellenti di Terlizzi, che hanno rappresentato la nostra città in maniera esemplare: Gioacchino Gesmundo e Don Pietro Pappagallo, due tra le centinaia di martiri della Fosse Ardeatine, la strage perpetrata dai nazisti nel 1944. “Il secondo era maestro, di studi e di vita, del primo. Li univa un forte legame di affetto e rispetto delle loro culture e delle loro biografie. Quando furono arrestati dalle SS Gioacchino Gesmundo ospitava a casa sua la sede clandestina dell’Unità, Don Pietro Pappagallo nascondeva a casa sua ed aiutava soldati, partigiani, alleati, ebrei ed altre persone ricercate dal regime. Siamo capaci di grandi gesti di coraggio, noi terlizzesi”, ha ricordato Roberto Covolo, introducendo la festa-assemblea.
Dopo, spazio ai loro “pronipoti”, ventuno giovani e adulti nati e cresciuti a Terlizzi che hanno deciso a un certo punto per necessità di studio e di lavoro – o per legittima scelta di vita – di andare a cercar fortuna altrove, con la consapevolezza però di avere le radici ben piantate qui, in questa terra povera, ma non arida, anzi fertilissima, capace di nutrire nel profondo i suoi figli, instillando loro la linfa più importante e decisiva: la vitalità, l’entusiasmo, la verve tipica dei “terroni”, in una parola il priscio.
Ognuno di loro ha condensato in cinque minuti cinque la propria esperienza di “migrante” con al seguito un bagaglio di esperienze brillanti e negative, gioie e delusioni, fallimenti e inaspettati successi – e la speranza non tanto nascosta di tornare, un giorno. Il refrain della serata è stato ovviamente la domanda “Quando te ne vai?”, posta ironicamente al termine di ogni intervento da Michele Altamura, che ha condotto la serata.
Il diagramma delle emozioni è stato vario, dalla commozione alla nostalgia, dall’ironia all’orgoglio, fino a toccare le corde della malinconia e, purtroppo, del rammarico, della giustificata rabbia per le potenzialità enormi di una comunità piena di talenti e risorse che troppo spesso non riescono a esprimersi e si disperdono in una tragica diaspora, penalizzati da ogni sorta di deficit e carenza di ordine socio-economico o, peggio, dalla mancanza spesso dolosa di politiche che li favoriscano.
Quel che non è mancato è stato il dialogo, l’entusiasmo del racconto e la disposizione all’ascolto, accompagnato da una particolare lucidità dell’analisi, da parte di tutti, fuori sede e residenti: nessuno ha gettato la croce addosso a una comunità di per sé già lacerata e pesantemente depauperata, ma consapevole e fiera della propria capacità spontanea di rinnovamento, di quello che riesce a creare dal nulla, malgrado le difficoltà strutturali, con la sola forza della creatività e della determinazione.
“Nessuno sarebbe capace fuori dalla nostra terra di organizzare una serata così vera, gioiosa, partecipata. Loro una cosa così se la scordano”, ha affermato il “cantastorie” Ivan Dell’Edera, esibitosi nel finale in una chiosa satirica cantata e applaudito dal coro di unanime approvazione del pubblico, che ha gremito gli ampi spazi di Ra dal primo all’ultimo minuto di questo happening.
“Abbiamo giocato una scommessa e l’abbiamo vinta: ricreare un legame di comunità tra i terlizzesi che vivono fuori per studio e per lavoro e i terlizzesi che hanno scelto di rimanere nel proprio paese”, afferma una nota de La Corrente, diffusa in mattinata. “Questa rete ha un potenziale di cambiamento enorme, se saremo attenti a metterci in ascolto, a manutenerla, a creare occasioni perché il capitale di conoscenza, esperienza e buone pratiche che i terlizzesi che stanno fuori rappresentano possa trovare un terreno fertile per attecchire a queste latitudini”.
Per cambiare Terlizzi – continua il movimento – bisogna avere “radici nel passato e sguardo nel futuro: vogliamo fare di Terlizzi un laboratorio di progresso e innovazione sociale, economica ed ambientale. Per farlo dobbiamo essere uniti, chi è lontano e chi vive il territorio”.
Tutti hanno del resto svolto, da volontari, un compito preciso perché il primo meeting dei fuori sede riuscisse così bene: “chi è intervenuto, chi si è occupato di sistemare la sala, di riscaldarla e di provvedere alla tecnica, chi ha cucinato per tutti, chi ha portato da bere, chi ha condotto le danze, chi ha tenuto il tempo, chi è venuto ad ascoltare ed emozionarsi immaginando la Terlizzi che sarà”.
L’appello lanciato da La Corrente è adesso a non perdere l’occasione, anzi il treno del cambiamento: molti sono andati via, in tanti fanno la spola, ma Terlizzi è un vivaio pressoché inesauribile di talenti, forze, capacità: “Ieri abbiamo stretto un nodo, a tutti la responsabilità di rinsaldarlo giorno dopo giorno”.
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