I volontari terlizzesi in Friuli per commemorare l’affondamento della nave Galilea

La Redazione
I volontari terlizzesi in Friuli per commemorare la scomparsa del carabiniere Oreste

Nel tragico episodio, accaduto durante la Seconda Guerra Mondiale, scomparve il carabiniere terlizzese Domenico Oreste

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Una delegazione dei volontari dell’Associazione Nazionale Carabinieri e di quella dei Bersaglieri ha rappresentato la nostra città a Muris (Udine), dove domenica scorsa si è svolta una giornata di commemorazione degli oltre 1000 soldati (di cui 700 alpini) periti nell’affondamento della nave Galilea nel 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nell’episodio scomparve anche un carabiniere terlizzese, Domenico Oreste, padre di uno dei soci dell’Anc di Terlizzi, Gioacchino Oreste. La manifestazione nel 76esimo anniversario del tragico evento è stata organizzata dall’Associazione del gruppo Alpini “Julia” in collaborazione con la Anc di San Daniele del Friuli. La cerimonia si è svolta nella chiesetta della Julia sul Monte di Muris di Ragogna, con una messa accompagnata dal coro “Amici della Montagna”.

Alle sette del mattino del 27 marzo 1942 il Galilea, ormeggiato già da qualche giorno nel nella rada di Lutraki (Canale di Corinto) dov’era precedentemente giunto dal Pireo, iniziò l’imbarco di reparti alpini della Divisione alpina «Julia», che rimpatriava dalla Grecia per essere inviata sul fronte russo. Sul piroscafo salirono l’intero Battaglione «Gemona» dell’8° Reggimento Alpini, gli ospedali da campo 629, 630 ed 814, l’8a Sezione Sanità, l’8° Nucleo Sussistenza, l’Ufficio Riservato Ufficiali del Comando 8° Alpini, l’aiutante maggiore in prima, alcuni ufficiali del Comando del Reggimento ed altri due ufficiali della Divisione.

I soldati venivano traghettati dalla terraferma alla nave mediante dei pescherecci; via via che gli alpini salivano sul piroscafo, si procedeva al loro conteggio per controllare i ruolini d’imbarco, poi il comandante in seconda del Galilea li indirizzava nei locali assegnati per il loro alloggio e pernottamento. Ogni alpino riceveva un salvagente; il maestro di casa provvedeva ad istruire ciascun gruppo sull’utilizzo del salvagente, nonché sulla necessità di tenere le scarpe slacciate (per liberarsene agevolmente in caso di affondamento, perché in acqua sarebbero state d’impaccio), di non avere addosso – in caso di affondamento – abiti che potessero intralciare il movimento, e di non accendere fiammiferi o sigarette sui ponti esterni o comunque in qualunque punto dal quale si potesse essere visti dall’esterno. Non furono invece effettuate esercitazioni di abbandono nave.

Il comandante del battaglione «Gemona», il quarantacinquenne capitano teramano Carlo D’Alessandro, fu uno degli ultimi a salire a bordo. La sua prima preoccupazione fu di verificare personalmente le condizioni nelle quali erano alloggiati i suoi uomini; accompagnato da un ufficiale per ogni compagnia, fece pertanto il giro di tutti gli accantonamenti. Sia D’Alessandro che gli ufficiali che lo accompagnavano avevano il salvagente indosso.

Le operazioni d’imbarco furono completate verso le tre del pomeriggio; oltre agli uomini, vennero imbarcati anche i materiali delle compagnie del Battaglione «Gemona» e dei reparti minori. Altri repati della «Julia» s’imbarcarono sul piroscafo Francesco Crispi e sulla motonave Viminale, anch’essi ormeggiati in quella rada.

Gli alpini non erano i soli “passeggeri” in questo affollato viaggio: al Pireo, infatti, il Galilea aveva imbarcato anche 70 detenuti politici greci (64 uomini e 6 donne, queste ultime alloggiate in cabina a loro riservata) ed un gruppo di detenuti militari italiani, inviati in Italia a scontare la pena, scortati da un picchetto di carabinieri al comando di un maresciallo. Oltre ad essi, erano saliti in quel porto anche numerosi ufficiali e soldati isolati appartenendi ad unità varie, diretti in Italia per periodi di licenza: fanti, artiglieri, autieri. Il numero totale di uomini imbarcati è stato oggetto di dibattito per lungo tempo. Secondo il primo ufficiale del Galilea, Licinio Schivitz, la nave aveva a bordo in tutto 1199 passeggeri (i militari delle varie armi ed i prigionieri) nonché 99 membri dell’equipaggio civile e 16 membri dell’equipaggio militare addetti alle artiglierie di bordo (normalmente sarebbero dovuti essere, rispettivamente, 114 e 22, ma il loro numero era ridotto dalle licenze e dai permessi). In tutto, quindi, 1314 persone. Altre fonti parlano di 1275 uomini a bordo, di cui 965 erano alpini, 97 membri dell’equipaggio, 80 carabinieri, 46 bersaglieri e 153 militari di varie formazioni. Quel che è certo è che l’affondamento della Galilea è stato uno degli episodi più tragici del secondo conflitto mondiale.

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