«Maggio, andiamo. È tempo di migrare», in migliaia ammirano la transumanza

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Tantissimi pugliesi hanno assistito al viaggio della famiglia Colantuono che ha accompagnato 300 mucche podoliche da San Marco in Lamis ai pascoli di Frosolone, in Molise
«Settembre, andiamo. È tempo di migrare», diceva il buon Gabriele D’Annunzio riferendosi ai pastori del suo Abruzzo. Ebbene, seppur in una stagione diversa rispetto a quella celebrata dal Vate e in un contesto storico completamente immerso nella tecnologia e nella velocità, sembra proprio che sperimentare e “vivere” la transumanza sia diventato di moda.
Almeno stando alle migliaia di persone che ne hanno assaporato il gusto antico fino al weekend appena conclusosi. L’happening rurale è stato organizzato dalla famiglia Colantuono di Frosolone, piccolo comune nella provincia molisana di Isernia, in collaborazione con Asvir Moligal, e ha raccolto attorno ai vecchi tratturi anche tantissimi pugliesi, oltre a un buon numero di turisti provenienti da più lontano.
I Colantuono, unici in Italia a tenere viva questa tradizione, hanno accompagnato 300 mucche podoliche, marchigiane e maremmane, partite mercoledì scorso da San Marco in Lamis, nel foggiano, dove le avevano portate a svernare, fino ai loro pascoli. Quattro giorni, 180 km di cammino, una cornice di pubblico entusiasta al passaggio della mandria e dei cavalieri.
Due mesi fa, i Governi di Italia, Austria e Grecia hanno formalmente depositato la candidatura della transumanza a patrimonio Unesco. Forse anche questa circostanza ha acceso i riflettori e richiamato gli amanti delle tradizioni legate alla cultura del territorio, ai bei paesaggi e al buon mangiare.
Significativa la presenza di tanti bambini, alcuni arrivati con i loro insegnanti, rimarcando la portata formativa della transumanza come esperienza a contatto con la storia, gli animali e il territorio.
Al termine del “viaggio”, alla famiglia Colantuono è stato donato un enorme campanaccio realizzato dall’artigiano lucano Mario Valenzano.
Lungo il percorso, che ha alternato strade d’asfalto a sentieri ancora intatti, solo commenti entusiastici e applausi. Forse perché rallentare e “perdersi” nel mezzo del niente è diventata una vera e propria necessità.
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