Mercatone Uno, la testimonianza di un ex dipendente terlizzese: «Noi, lasciati al nostro destino»

La Redazione
Mercatone Uno

Una cronistoria, vissuta dall’interno, della lunga crisi che ha portato al fallimento una delle catene italiane “no food” più importanti

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta rivolta da un ex dipendente terlizzese del gruppo Mercatone Uno ai suoi concittadini.

Il 25 maggio del 2019 il lavoratore, come centinaia di suoi colleghi in tutta Italia, si è trovato senza occupazione letteralmente dalla notte al giorno: la chiusura definitiva del punto vendita, come si ricorderà, è stata notificata ai dipendenti con un semplice messaggio whatsapp.

Il nostro concittadino ripercorre tutte le fasi della crisi dell’azienda, con tutte le ripercussioni sul piano personale e le difficoltà economiche vissute dai dipendenti da qualche anno a questa parte. La sua testimonianza è una sorta di cronistoria, vissuta dall’interno, del fallimento di una delle catene italiane “no food” più importanti. Di seguito il testo integrale della lettera.

Cari concittadini,

provo a raccontarvi la storia, ormai nota, del fallimento di una delle catene no food più grandi in Italia: “Mercatone uno”. La fase calante inizia nel lontano 2012 quando, con una lettera alle organizzazioni sindacali, viene comunicato che l’azienda è in crisi e pertanto deve licenziare un numero considerevole di “esuberi”. Dopo lunghe trattative firmiamo un contratto di solidarietà, lavorare meno ma lavorare tutti.

Sembrava che con la solidarietà andasse tutto bene, il lavoratore percepiva comunque il suo stipendio per intero perché l’Inps versava l’80% e il restante 20% lo versava l’azienda, ma nel gennaio 2015, dopo aver ristrutturato con grande successo il punto vendita di Terlizzi solo l’anno prima, l’azienda consegna i libri contabili in tribunale: è l’anticamera del fallimento. L’esito è un “concordato preventivo in continuità”: il panico. Quel cielo azzurro con poche nubi all’orizzonte diventa nero e carico di cattivi presagi.

Iniziano gli scioperi e i presidi all’esterno dei cancelli di molti punti vendita; ciò porta il “Governo” ad assumersi le sue responsabilità e, grazie alla legge “Marzano”, entriamo in amministrazione straordinaria. Vengono nominati tre commissari che devono garantire la continuità del gruppo e renderlo appetibile a possibili compratori. Premetto che in amministrazione straordinaria non è possibile sommare ulteriori debiti a quelli preesistenti al momento del fallimento.

L’operato dei commissari sembra dare nuovo slancio commerciale al gruppo, che riprende la propria attività commerciale alla grande. Si riaprono parecchi punti vendita chiusi con il fallimento, c’è ottimismo. Due bandi pubblici per la vendita del gruppo vanno deserti, sembra che il Mercatone Uno non sia appetibile. Con il terzo, non più pubblico ma privato, compaiono i compratori. Il gruppo viene venduto per numero 15 punti vendita alla “Cosmo”, i restanti 55 punti vendita alla Shernon. La vendita a tali aziende è avallata dal ministro del lavoro Calenda e ne porta in calce la firma. Anche il comitato di sorveglianza, dopo i controlli di rito, da il beneplacito alla vendita. Dopo una lunga trattativa i nostri contratti subiscono una radicale trasformazione passano da full time a part-time per evitare licenziamenti. I nuovi moduli orari tagliano drasticamente i nostri stipendi ma noi, fiduciosi delle istituzioni, accettiamo anche questo.

La Shernon holding ed il suo amministratore delegato mostrano subito la loro incapacità. Le giacenze di magazzino vengono vendute ad una azienda inglese (la Gordon Brother) che si occupa di svendite. Le svendite riguardano le giacenze di magazzino che subiscono riduzioni sino al 90%. Si svendevano prodotti appena acquistati, e mai pagati. Mentre avveniva tutto ciò in nome di un restyling imminente, emblematici i cartelli “stiamo rifacendoci belli” o “stiamo lavorando per voi”; arrivavano video in cui l’amministratore delegato ci invitava alla serenità perché era in arrivo il nuovo assortimento. Nel mentre, fornitori storici abbandonavano la nave, stanchi di fornire merce e non essere pagati. I commissari sollecitavano il pagamento dei ratei relativi all’acquisizione del marchio e delle licenze, ma anche per loro era predicare nel deserto. La situazione era ormai critica e si intravedevano, di nuovo, gli spettri di un fallimento che puntualmente si concretizzava il 24 maggio con un comunicato su Whats App in cui si diceva che i cancelli dei punti vendita erano definitivamente chiusi.

La vicenda Mercatone Uno è piena di contraddizioni in essere: può un’azienda in amministrazione straordinaria accumulare ulteriori 200 milioni di debito nel suo percorso? Può un ministro, Calenda, affermare di aver riscontrato poca affidabilità nel patrimonio e nella serietà di intenti di questa azienda e dare comunque il suo consenso alla cessione? È possibile che nessuno abbia mai provveduto a verificare l’esistenza reale di una sede commerciale? A questi ed ad altri quesiti finora non abbiamo ricevuto risposte. Quello che è certo e che 1860 famiglie sono senza lavoro e senza prospettive per il futuro. In questi mesi abbiamo assistito alla passerella fatta dai politici locali, regionali e nazionali che hanno speculato sulle disgrazie altrui senza poi fare nulla.

Abbiamo avuto il contentino di una cassa integrazione straordinaria che scade il 23 novembre 2020 calcolata sugli orari attuali, percepiamo somme che vanno da € 400 a € 600, che non ci consentono di sopravvivere e la promessa, che mai si realizzerà, di un’integrazione al reddito da parte della Regione. Sono state disattese tutte quelle promesse che parlavano di imminenti corsi di formazione atti a riqualificare il personale. Sono stati smantellati i punti vendita per raccogliere denaro al fine di pagare i debiti accumulati nella inadeguata gestione dei commissari. Il procedimento legale nei confronti della famiglia Cenni si è concluso con un niente di fatto dimostrando, come sempre, che la giustizia non è uguale per tutti. Alcuni punti vendita sono stati ceduti ad acquirenti che hanno preteso di assumere solo parte dei lavoratori e lavoratrici con orari ancora più ridotti di quelli già ridotti precedentemente. La prospettiva, ora, è quella di un ultimo anno di cassa integrazione con l’attuazione del “Decreto salva Genova” per cessazione di attività. La pandemia ha reso ancora più difficile la ricerca di una nuova occupazione che già era complicata. Oggi siamo dimenticati da tutti, non fa più scalpore la situazione di migliaia di operai che non avranno nessun introito per sopravvivere né un lavoro in una “Repubblica fondata sul lavoro”. È doveroso ringraziare tutti quelli che, come il consigliere Giuseppe Volpe e la FILCAMS CGIL, si sono prodigati a rendere la nostra causa visibile all’opinione pubblica e a darci supporto legale gratuito, al contrario dei nostri amministratori che, dopo la passerella iniziale, si sono dileguati lasciandoci soli a combattere ogni giorno con i problemi quotidiani: tasse, bollette, affitti, mutui…

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