Un incontro culturale a Terlizzi per conoscere la Sacra Sindone

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Una manifestazione curata dall’Università della Terza Età
Per la ricorrenza della Santa Pasqua, Lunedì 11 aprile , nella Sala – Teatro “G. Albanese” l’Università della terza età “Angela Stragapede” di Terlizzi promuove la conferenza ” La Sacra Sindone -Specchio del vangelo”, relatore lo studioso della sindone Edmondo Adduci.
Di seguito un contributo storico della professoressa Giuseppina Piemontese.
La Sindone, il lenzuolo funebre conservato a Torino, che la tradizione cristiana venera come il telo che ha avvolto il corpo di Gesù nel sepolcro, continua ad essere oggetto di studi e ricerche, ma anche di dibattiti e controversie, in particolare sulla sua autenticità. L’argomento appassiona laici e credenti , in una disputa che non sembra avere mai fine. Il termine “sindone” deriva dal greco σινδών (sindon), che indicava un ampio tessuto, come un lenzuolo, che poteva essere di lino di buona qualità o tessuto d’India, lungo 4,4 m e largo 1,1 m, che avvolse il cadavere di un uomo torturato, flagellato, incoronato di spine, crocifisso e trafitto da una lancia. Anticamente il termine “sindone” era generico e non collegato alla sepoltura. Molti sono convinti che la ST sia il telo sepolcrale di Gesù Cristo ivi risorto dopo circa una quarantina di ore dall’avvolgimento. “Pur non esistendo una prova certa della sua autenticita’, i numerosi e recenti studi – come riferito dal relatore – contribuiscono a sciogliere alcuni dubbi , a dare risposte più certe su una reliquia molto controversa, oggetto al tempo stesso di grande fascino, mistero e segno di fede”.
La presenza della Sindone è stata accertata nel 1353, quando il cavaliere Goffredo di Charny annunciò a Lirey, in Francia, di essere in possesso del telo che aveva avvolto il corpo di Cristo nel sepolcro. Margherita di Charny, discendente di Goffredo, vendette nel 1453 il telo ai duchi di Savoia, che lo portarono a Chambéry. Il sacro Lino fu esposto nella cappella del castello di Chambery fino al 1532, quando la chiesa fu travolta da un incendio, ma la Sindone ne uscì intonsa. Con un astuto stratagemma dei Savoia il viaggio della reliquia parte dalla città di Chambery, dopo l’ incendio, per giungere a Torino , secondo alcuni il 14 Settembre, secondo altri 9 ottobre 1578. I torinesi rimasero talmente estasiati dalla Sindone che decisero di farne un loro simbolo, non solo per la città, ma per tutta la comunità cristiana cattolica. Gli esami sull’autenticità arrivarono diversi secoli dopo. La Sindone fu fotografata per la prima volta nel 1898 ed è stata proprio in quest’occasione che si capì che quell’immagine era un negativo (e non un positivo). Apparve chiaro che si trattava della figura di uomo, con la barba e i capelli lunghi. Molto evidenti erano i segni delle torture subite: i tagli sul costato, le ferite ai polsi e la piaga causata dallo sfregamento di una grossa trave di legno portata a spalle (la croce probabilmente).
È ovvio che la comunità scientifica si stia, ancora oggi, interrogando sull’autenticità.
Una prova molto interessante è quella ricavata nel 1988 dall’analisi del carbonio 14, che ha permesso di datare il lenzuolo tra il 1260 e il 1390. La datazione potrebbe però dipendere dal prelievo dei campioni analizzati da parti rammendate dopo l’incendio, che colpì il lino, nel 1532 a Chambéry. Purtroppo nel 1997 un altro incendio ha minacciato l’incolumità del lenzuolo, quando le fiamme nella notte tra l’11 e il 12 aprile hanno devastato la Cappella del Guarini nel Duomo, dove è esposta ancora oggi.
La Sindone di Torino è l’unica reliquia che vanta non solo decine e decine di pubblicazioni scientifiche specializzate, ma anche centinaia di libri in decine di lingue diverse e non si possono contare gli articoli e le note che escono quasi quotidianamente sui giornali e sul web. Gli storici sono d’accordo nel ritenere documentata con sufficiente certezza la storia della Sindone di Torino a partire dalla metà del XIV secolo. Sulla sua storia precedente e sulla sua antichità non vi è accordo. La doppia immagine corporea impressa è stata oggetto di intensi studi soprattutto durante il XX secolo, ma ancora oggi non è tecnicamente riproducibile e nemmeno pienamente spiegabile scientificamente.
“La Sindone è destinata a produrre scompiglio. A restare un mistero, una provocazione alcun concreto appiglio; impegna i credenti, perché non dà loro conferme e li costringe a parlare prudentemente e genericamente di “Uomo della Sindone”; sconvolge la Chiesa, qualora l’immagine sindonica fosse l’autentica prova della Resurrezione, perché introdurrebbe un elemento di certezza in un percorso che invece deve essere di fede, di fiducioso abbandono nelle mani di Dio. ( Sergio Bocchini)
In ogni caso, aveva ragione Giovanni Paolo II, che dopo essere stato privatamente rimbrottato dai suoi consiglieri perché una volta gli era scappato di definire pubblicamente la Sindone una “reliquia”, definì quell’immagine sul telo come il “testimone silenzioso” che provoca riflessioni, discussioni, incertezze e ci interpella come scienziati, credenti, agnostici, atei, insomma come esseri umani. I “pro” e i “contro” non mancano di certo e sembrano rincorrersi senza via di soluzione. Vera o artefatta che sia, l’immagine impressa sul telo di Torino è un «simbolo potentissimo» che ricorda a tutti che il Dio cristiano è incarnato, vive in mezzo agli uomini e ha il volto di chi soffre. Questo è il messaggio che la pur controversa “icona” della Sindone offre ai credenti e ai non credenti: ricorda la violenza sempre presente nella storia, la tortura, l’umiliazione, il sangue e la sofferenza innocente, anche quella nascosta e invisibile ai più, proprio come quel volto sfocato e velato impresso sul lino. La Sindone: un’“icona” preziosa, vera “finestra di luce” che può aiutarci a penetrare il mistero divino.
Giuseppina Piemontese
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