Don Tonino compie 88 anni. Renato Brucoli si racconta a cuore aperto: “L’Eternità gli appartiene”

«Ho ancora il mio volto a lui rivolto, abbacinato dal chiarore della sua santità.»

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L’infanzia e la giovinezza ad Alessano, nel Salento, dove ha voluto essere sepolto, accanto alla madre Maria. Gli studi a Bologna, l’esperienza in Seminario, poi nel 1982 l’elezione a Vescovo di Molfetta. L’impegno contro gli armamenti da Presidente di Pax Christi, lo stile austero e l’accoglienza verso i poveri.

Forbito e poetico scrittore, coniugava il magistero evangelico con il servizio di persona alle famiglie di sfrattati che aveva accolto nella propria abitazione del palazzo vescovile. Non temeva di esporsi anche nelle manifestazioni pubbliche partecipando ai cortei non violenti e pacifisti in occasione dei conflitti internazionali. Anche da Vescovo, scelse una vita sobria, semplice, di grande umiltà: andava spesso in bicicletta, in auto guidava da solo, discorreva al bar con la gente.

Oggi, il “Vescovo col grembiule” avrebbe compiuto 88 anni: una vita fatta di scelte forti e coraggiose, ma profondamente innamorato di Gesù e della Chiesa. Sempre sua la plastica immagine di convivialità delle differenze, definire lo stile del dialogo, fatto di ascolto e condivisione. Renato Brucoli, editore e giornalista, legato inesorabilmente alla figura di Don Tonino Bello, ha voluto regalarci uno spicchio della sua ineguagliabile spontaneità, una testimonianza d’amore tra i suoi ideali e fervide convinzioni. Un racconto, un augurio, un’ulteriore opportunità di vita capace di rischiarare anche la notte più buia, seguendo l’unica legge possibile: quella del cuore.

“Credo che don Tonino Bello sia nato e non sia mai morto. Oppure, se è morto, credo che viva nel Signore Risorto. Dico così perché penso l’eternità gli appartenga: è di chi ha fatto della propria esistenza un tempo d’amore. Ho incontrato in don Tonino un innamorato della «gente, dei poveri e di Gesù Cristo, il resto non conta nulla»; un uomo radicalmente evangelico, un costruttore di relazioni e di comunioni profonde: tutto Bibbia e giornale, contemplazione e azione, Chiesa e navata del mondo. Ho collaborato intensamente con lui come direttore del settimanale d’informazione religiosa della diocesi, come responsabile della Caritas cittadina di Terlizzi e del Settore emergenze della Caritas diocesana in coincidenza con i grandi esodi dall’Albania verso l’Italia, la Puglia in particolare. Dopo una settimana dall’inizio della mia opera a contatto di gomito con lui, ha espresso un gesto che mi ha commosso: si è fatto realizzare un duplicato delle chiavi dell’episcopio e me l’ha donato. Diceva che in quello spazio avrei dovuto accedere e circolare liberamente, come fosse casa mia… Un gesto di fiducia e di accoglienza che ha aperto la porta del mio cuore alla dedizione e all’amicizia.

Gli ho posto infinite domande. Ho scrutato ogni suo desiderio. Il suo sogno? L’umanità coesa e conviviale, che assume le differenze come fattore di ricchezza e di crescita, che cerca la pace come pienezza e somma dei beni più grandi di cui l’umanità possa godere: libertà, giustizia, salvaguardia del creato, rispetto della dignità umana, valorizzazione dell’alterità. Pace come dono e come valore fondante. «Pace è la prima parola del Risorto – diceva –, la Chiesa deve tenerne conto». Ha racchiuso l’enciclica della sua vita (l’Amoris mensura) in un solo periodo: «La misura dell’amore è di amare senza misura». A cui, semmai, ne ha aggiunto un altro a mo’ di consiglio per i cercatori d’infinito: «L’inedito di Dio è nella finitudine del volto dell’altro».

Luminoso il suo. Ho ancora il mio volto a lui rivolto, abbacinato dal chiarore della sua santità.»

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