
Antonio Galeota
60 anni dal disastro del Vajont, la testimonianza del carabiniere Antonio Galeota
“Una ferita ancora aperta, un dolore difficile da spiegare a distanza di anni”
Sono passati 60 anni dal disastro del Vajont, uno degli episodi più tragici della storia italiana: nella sera del 9 ottobre 1963 morirono infatti 1.910 persone in seguito alla frana che ha colpito la diga del Vajont, nel comune di Erto e Casso, in provincia di Pordenone, in Friuli Venezia Giulia, utilizzata per la produzione di energia idroelettrica. A distanza di sessant’anni, la tragedia è ancora una ferita aperta e il ricordo del disastro è rimasto indelebile, soprattutto per Antonio Galeota, ex carabiniere, originario di Ginosa, cittadino ormai da diversi anni di Terlizzi.
Antonio, 85enne, ha voluto condividere con noi la sua esperienza, i ricordi vividissimi di una tragedia che ha segnato profondamente la sua esistenza. Le sue parole racchiudono dolore e grande senso di responsabilità. La stessa responsabilità che fu chiamato a dimostrare a soli 25 anni.
“Un boato fortissimo. Una volta giunti sul posto non credevamo ai nostri occhi. Interi paesi distrutti, corpi mai ritrovati. La desolazione più totale” racconta Antonio, senza aver paura di mostrare le proprie emozioni. Occhi colmi di gratitudine e di sofferenza, immagini che ancora oggi arrecano dolore.
Una frana di oltre 270 milioni di metri cubi di roccia si abbattè sul bacino artificiale del Vajont a una velocità di 110 chilometri orari, spazzando via tutto e tutti. Bambini, anziani, soggetti fragili. Intere comunità rase al suolo, nel cuore della notte.
“Non mi sarei mai aspettato una cosa del genere. Così giovane, ancora inesperto. Il 9 ottobre 1963 la mia vita è cambiata. Un’enorme frana si staccò dal Monte Toc per finire nelle acque del bacino generato dalla diga del Vajont. L’onda che si generò, alta oltre 250 metri, provocò un disastro inimmaginabile” continua.
“Il silenzio era assordante. Uno scenario apocalittico che ancora oggi faccio fatica a dimenticare. Così come non dimentico gli abbracci dei parenti sconvolti, di tutta quella gente che avevo conosciuto e per cui ormai rappresentavo un punto di riferimento. Quella del Vajont è una storia che ho sempre raccontato ai miei figli e che oggi ripeto ai miei nipoti: ha segnato la mia vita in maniera indissolubile e mi ha insegnato ad amarla ancora di più” spiega Antonio.
“Vi chiamò il dovere, trovaste l’orrore, vi sostenne l’amore”: è questa la frase riportata sulla medaglietta d’onore che, insieme all’attestato di benemerenza, fu consegnato ad Antonio e a tutti i carabinieri che prestarono servizio quel tragico 9 Ottobre del 1963.
Nella testimonianza di Antonio Galeota è racchiuso tutto l’amore per la divisa che, con grande rispetto, ha onorato fino al suo ultimo giorno di servizio. Quando gli abbiamo chiesto di poterlo riprendere attraverso uno scatto fotografico, Antonio ha preferito di no: “Il mio è un atto di discrezione. Ancora oggi continuo a parlarne affinchè nessuno dimentichi ciò che è stato, ma custodisco gelosamente il mio dolore e la sofferenza che ho vissuto. Lo faccio per il rispetto che porto verso quelle vite spezzate, di cui sento ancora il profumo”.
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