
Casina Fazzadio
Il cibo come espressione dei popoli: giunge al termine il 21° anno accademico dell’Ute Terlizzi
Tutte le iniziative
È terminato il ventunesimo anno accademico dell’Università della Terza Età “Angela Stragapede” di Terlizzi con una serie di iniziative.
Il 16 maggio mostra dei manufatti artistici realizzati dai corsisti/e dell’U.T.E. nei vari laboratori di pittura, di ricamo-tombolo-macramè, di sartoria, pittura su vetro, di cibo in tavola, di scrittura creativa e di musicoterapia – art terapy; saggio di ballo. Il 17 maggio: relazione finale a.a.20023/2024 a cura della presidente prof.ssa Pina Piemontese; testimonianze di alcuni corsisti, esibizione corale U.T.E. Il 21 maggio: Presso Casina Fazzadio convegno con lectio magistralis della dot.ssa Laura dell’Erba su “il cibo come espressione dei popoli”, cena conviviale. Il cibo può essere considerato un elemento culturale. Questa affermazione è provata dal fatto che pur essendo onnivoro l’uomo non si nutre degli stessi cibi in tutte le culture. La predilezione verso alcuni cibi e il rifiuto di altri ha una origine culturale, ogni cultura ha una propria condotta alimentare che privilegia determinati cibi e ne vieta o rende indesiderabili altri. Esso è determinato dalle componenti geografiche, ambientali, economiche, storiche e nutrizionali che caraterizzano la cultura stessa.Nell’approdare a culture diverse e distanti, sopratutto quando la permanenza in questa è prolungata, sorge il desiderio di rimanere ancorati alla propria identità, di tenere aperti i collegamenti con le proprie radici, con le proprie abitudini e con la propria cultura. L’essere umano attraverso le pietanze che produce crea, prepara, trasforma e consuma, esprime una propria identità culturale, determinata anche dalle proprie componenti ambientali, geografiche, storiche, economiche e nutrizionali che caratterizzano la cultura stessa. La cultura altro non è che il processo degli eventi storici costruiti e gestiti dall’uomo e le pietanze sono la massima espressione di tale processo.
Il motivo per il quale il cibo viene fatto rientrare nelle tradizioni, quindi nella cultura di ogni popolo, è da ricondursi alle diverse occasioni in cui lo stesso viene trattato: durante la produzione, in quanto l’uomo, a differenza degli altri animali che abitano la Terra, ambisce a creare il proprio cibo; durante la sua creazione, preparazione e trasformazione affinchè, una volta acquistati gli ingredienti, gli stessi possano essere trasformati per mezzo di strumenti tecnologici (si pensi alla farina); infine, il cibo può definirsi ancora elemento culturale in riferimento all’atto della consumazione, dato che è l’individuo che sceglie i criteri legati alla dimensione nutrizionale (un esempio, può essere la colazione americana rispetto a quella europea). L’uomo, pur facendo parte del mondo animale, è l’unico essere vivente che prima di consumarlo, trasforma il cibo a seconda delle sue esigenze, preferenze e identità.Se diciamo spaghetti al pomodoro oppure pizza? Ovviamente non tarderai a ricollegare questo cibo al nostro bellissimo Paese. Pertanto, possiamo sostenere che questi due piatti possono essere definiti un simbolo di identità culturale dell’Italia, ossia uno strumento che aiuta la nostra comunità a esprimere la sua cultura.
L’essere umano, quindi, attraverso il cibo che produce, crea, prepara, trasforma e consuma, esprime una propria identità culturale, determinata anche dalle componenti ambientali, geografiche, storiche, economiche e nutrizionali che caratterizzano la cultura stessa. Non solo in Italia, ma ovunque nel mondo è pratica di uso comune attribuire determinate pietanze alle relative culture, così come identificarne altre in base alle rispettive abitudini a tavola, in sostanza “siamo ciò che mangiamo.” Se pensiamo, ad esempio, a quanto è accaduto in Italia nel secondo dopoguerra, non possiamo che avere, all’interno del nostro territorio, un riscontro di quanto la cultura del cibo sia legata alle nostre radici: la migrazione dal Mezzogiorno di coloro che cercavano lavoro in città, nelle fabbriche deve farti pensare a quanto il cibo abbia contribuito a mantenere vivo in queste persone il ricordo dei loro Paesi d’origine, mitigando in loro quel senso di disagio fisico, ma soprattutto psicologico causato dall’allontanamento dalle proprie famiglie e abitudini di vita. Ma forse, ancora oggi è così: se si analizzano le comunità studentesche delle università più importanti italiane, non si può fare a meno di notare che le medesime abitudini di riappropriarsi del proprio gusto attraverso l’inoltro di alimenti fatti provenire dal proprio Paese è pressoché rimasto immutato nello spirito degli studenti fuori sede.
Quindi, ognuno di noi nasce in una cultura diversa e cresciamo mangiando la cucina delle nostre culture. Perciò, la nostra cucina locale diventa parte di ciò che ognuno di noi è. Infatti, continuare a preparare il cibo della propria cultura è un’espressione di affermazione della propria appartenenza regionale. Diventa anche il ‘cibo di conforto’ che cerchiamo per affrontare la nostalgia di casa o nei momenti di frustrazione e stress. Così, un modo di apprezzare il nostro patrimonio è abbracciare il cibo della nostra cultura. Il condividere il cibo in compagnia è un veicolo di trasmissione di valori, di riconoscimento dell’identità e di coesione sociale. Tutto trasmette emozioni e stabiliscono relazioni sociali. Mangiare insieme rappresenta momenti di convivalità, d’incontro, di scambio fra componenti di una stessa comunità e rafforzano le relazioni suggellando accordi fondati su legami di cooperazione e di scambio culturale. In definitiva il cibo è espessione dei popoli e lo stare insieme coniuga in modo esemplare lo scambio delle idee e condivedere le proprie esperienze di vita.
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