In tanti da Terlizzi per l’undicesima Marcia diocesana della Pace

In piedi costruttori di pace
Sulle parole del Papa, ricordando la figura di Don Tonino Bello
Domenica, 25 gennaio, si è tenuta l’undicesima edizione della marcia diocesana della pace, che ha coinvolto la comunità ecclesiastica e laica della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, le confraternite, le associazioni e i gruppi informali giovanili. Il titolo di questa manifestazione “Pace a tutti voi. Verso una pace disarmata e disarmante” è stato il leitmotiv di tutta la serata, messaggio tratto dal discorso di Papa Leone XIV consegnato nell’ultima giornata mondiale della pace. Il raduno è avvenuto nell’androne dell’antico seminario vescovile di Molfetta, nei pressi della centralissima piazza Garibaldi, che in poco tempo ha raccolto schiere di giovani e adulti accompagnati da striscioni e bandiere a strisce colorate, simbolo di pace.
La segretaria generale della consulta diocesana delle aggregazioni laicali Francesca Bisceglia ha tenuto i saluti istituzionali e ha esortato la comunità presente: «Se la pace è un dono– diceva Giovanni Paolo II nel messaggio mondiale della pace- l’uomo non è mai dispensato dalla responsabilità di ricercarla e di sforzarsi di stabilirla con l’impegno personale e comunitario. Anche don Tonino ci metteva in guardia: La pace è un cammino in salita, un cammino tortuoso, fatto di passi in avanti e battute d’arresto. E talvolta di passi indietro sul versante dei diritti umani, della giustizia, della democrazia e del diritto internazionale. Ce lo ricorda la guerra che continua a devastare l’Ucraina, la situazione a Gaza, dove nonostante la tregua la morte continua; ce lo ricorda la repressione nel sangue delle proteste popolari contro il regime in Iran; il riemergere di barriere culturali, dei nazionalismi e delle involuzioni autoritarie che si vanno diffondendo in Europa e nel mondo. La tentazione è sempre la stessa: ritenere la guerra e la violenza come qualcosa di ineluttabile. (..) Eppure siamo chiamati ad essere pellegrini di speranza, a metterci dunque in cammino, non solo per portare speranza dove si è affievolita o spenta, ma anche per organizzarla. E per farlo urge, come sollecitato nell’ultima nota pastorale dei Vescovi approvata ad Assisi, un’educazione alla pace: nelle scuole, nelle famiglie, nelle parrocchie e nelle comunità».
La figura di don Tonino Bello è stata ricordata anche dal Commissario prefettizio di Molfetta, Armando Gradone: «Questa atmosfera ricorda molto la sera del 18 marzo di qualche anno fa, quando don Tonino, benché fosse ancora malato si affacciò dalla sua stanza, e fu accolto dai cori e dalle bandiere della pace. (…)Le parole di don Tonino risuonano ancora oggi: La pace non si costruisce con le armi, ma con le coscienze. In piedi, costruttori di pace, perché la pace è un cantiere sempre aperto. Non sempre questi messaggi sono accolte dagli uomini che detengono le sorti dei popoli, proprio per questo occorre mettersi in marcia affinché le strade della pace siano percorribili sulle strade di tutti».
La marcia si è propagata e ingrandita accogliendo gente lungo le strade della città di Molfetta, dal centro si è ramificata per i vicoli della città vecchia, fino alla Banchina San Domenica, per giungere in ultima battuta alla Basilica della Madonna dei Martiri, dove è stata celebrata la messa dal vescovo Mons. Domenico Cornacchia, accompagnato dal rettore della Basilica Gianni Gelato e da alcuni frati francescani della Comunità dei Frati Minori.
L’intervento iniziale è stato ampliato dalle parole del Vescovo che come prima lettura ha scelto una parte significativa della liturgia Antologhion di San Giovanni Crisostomo: “(…) L’amore dà forza, offre consolazione, porta vittoria, cura ogni infermità sia dell’anima che del corpo, moltiplica ogni cosa buona, ogni ricchezza, ogni gloria terrena, e supera ogni conoscenza.”
Dopo la prima lettura del Vangelo, è seguita la lettura della Nota pastorale dei vescovi, incentrata sul tema dell’educazione alla pace, rivolto soprattutto alle famiglie e alle scuole:
“L’educazione alla pace si fa prima di tutto nel quotidiano. La famiglia è la prima palestra di educazione alla pace e vive questo ruolo essenzialmente nel dialogo intergenerazionale, evitando imposizioni di tipo autoritario o esercizi perversi di potere, che talvolta sfociano nel fenomeno tragico del femminicidio o in tragedie familiari. (…) Anche alla scuola si chiede una quotidiana conversione a una partica di comunità educante che faccia emergere l’importanza e la bellezza di relazioni significative come elementi di una cultura di pace. Una prospettiva nuova e più realistica è necessaria per lo studio della storia: non mera successione di guerre, ma esame critico di dinamiche e possibilità, attenta anche alla vita quotidiana di famiglie, lavoratori e bambini, che partecipano alla storia stessa-talvolta subendone le conseguenze, talvolta contribuendo a processi di liberazione e cambiamento.”
A questa riflessione è seguita la lettura del prof. Massimiliano Arena, docente di religione ma anche direttore della Pastorale sociale e del Lavoro dell’Arcidiocesi di Manfredonia-Vieste- San Giovanni Rotondo.
“ Indubbiamente tante situazioni conflittuali sono generate da situazioni di inequità che esplodono a vari livelli, e come ha ricordato papa Francesco: l’inequità non colpisce solo gli individui, ma Paesi interi, e obbliga a pensare ad un’etica delle relazioni internazionali. (…) La pace è possibile a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana. Se la pace nella giustizia è affidata agli esseri umani, essa è soprattutto primo compito della politica. (…) La ricerca del bene comune si fa sempre con gli altri, mentre fallisce con approcci identitari, che dividono e separano. Quello che è il bene per tutti e tutte va costruito col concorso di tutti e tutte: l’esclusione di qualcuno o la competizione sono solo premesse per altri conflitti e inimicizie. Serve invece un respiro planetario, che sappia ascoltare attese e paure altrui e tessere dialoghi come tra compagni di un viaggio di pace. (…) La scelta di non rispondere alla crisi con la debolezza della violenza, ma con la forza del confronto ha guidato Giuseppe Dossetti (1913-1996), il quale ammonì sulle conseguenze del ricorso alla violenza delle armi, di fronte alla guerra in Iraq del 1990/1991, invitando a gestire la crisi col dialogo e con la tessitura di relazioni, per delineare esiti condivisi da tutti e di cui da tutti e di cui tutti avrebbero avuto responsabilità.”
A queste parole è seguito un video che testimonia la recente situazione in Iraq, che dal 1990 ad oggi continua a vivere una situazione complessa, politicamente instabile con le elezioni dal blocco politico sciita di Nouri al-Maiki, le minacce dell’ISIS e le reciproche rappresaglie tra autorità iraniane ed esponenti terroristici, l’ingente influenza degli Stati Uniti nelle decisioni di politica interna.
A queste immagini e riflessioni, è seguito prima dell’intervento del vescovo e della sua benedizione l’ultimissimo richiamo alla pace, letto da un amministrante della segreteria della Consulta delle Aggregazioni laicali: “La pace è dunque un lungo percorso, perché è sfida complessa, impegno che tocca molte dimensioni della vita personale e sociale e che chiede un discernimento attento. E tuttavia la radicalità dell’annuncio evangelico va presa sul serio: la chiamata ad essere operatori di pace deve farsi storia e vita delle comunità. (…) L’annuncio al Principe della pace esige un no deciso alla logica bellica e scelti coerenti con esso. Esige l’impegno umano fino ai confini del mondo, per tracciare confini sentieri che superino la violenza, nella cura dell’altro, nella pratica della misericordia e nella fraternità vissuta, per una pace disarmata e disarmante, per dire “Mai più la guerra”!. “
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