La Xylella alle porte di Terlizzi, Saldarelli: «Cruciale ridurre la trasmissione»

Flavia Fiore

Con il ricercatore del Cnr approfondiamo come si è evoluto il fenomeno negli ultimi anni e quali strategie siano oggi più concrete

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Il professor Pasquale Saldarelli

Un ulivo risultato positivo alla Xylella fastidiosa, nell’agro di Bitonto, è bastato a riaccendere l’allarme in una zona dove l’olivicoltura è ancora centrale. L’albero è stato espiantato ed eradicato dall’ARIF (Agenzia Regionale per le attività Irrigue e forestali) secondo le procedure nazionali, per ridurre il rischio di diffusione.

Il caso è al momento isolato, ma ha riportato l’attenzione sulla prevenzione e sul lavoro di ricerca. Per capire come si è evoluto il fenomeno negli ultimi anni e quali strategie siano oggi più concrete (dal monitoraggio alle misure di contenimento, fino alle cultivar più tolleranti), abbiamo intervistato Pasquale Saldarelli, ricercatore terlizzese del CNR – Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante (sede di Bari), impegnato anche nel progetto europeo Horizon 2020 BIOVEXO.

In che modo il fenomeno Xylella si è evoluto in questi anni? A che punto è oggi la ricerca scientifica sulla Xylella?

“Il disseccamento rapido dell’olivo, causato da un isolato di Xylella fastidiosa  è una patologia nuova. Trattasi del primo ritrovamento di questo organismo di quarantena in Europa, e del primo ceppo che si è rivelato capace di infettare l’olivo con sintomi così severi.  Le fasi iniziali hanno comportato la comprensione della epidemiologia della malattia (l’identificazione del vettore principale, la sputacchina Philaenus spumarius, le modalità di trasmissione, le altre specie ospiti e le cultivar di olivo fortemente suscettibili), della genetica del batterio e lo sviluppo di test diagnostici, conoscenze necessarie per una sua gestione in campo e contenimento. Attualmente, anche grazie ad un intenso programma di monitoraggio ed alle misure di contenimento disposte da parte del servizio fitosanitario regionale, programma che è un unicum al mondo in termini di risorse umane impiegate ed economiche, il batterio, dopo aver invaso gran parte della Puglia meridionale, ha rallentato la sua avanzata verso il nord della regione.”

Quali sono le principali difficoltà che i ricercatori incontrano?

“Il sistema olivo / Xylella è di per sé difficile da trattare a causa: della localizzazione del batterio nello xylema della pianta (il sistema di canalicoli che trasporta acqua e sali minerali dalle radici alle foglie), un distretto difficile da raggiungere con eventuali prodotti antimicrobici; della dimensione delle piante, spesso monumentali, in cui il batterio si distribuisce in maniera erratica nella chioma; dell’elevata efficienza di trasmissione dell’insetto  vettore, Philaenus spumarius; dell’estrema suscettibilità delle due cultivar dominanti nel territorio salentino, Cellina di Nardò e Ogliarola salentina; della presenza di un continuum di olivi sul territorio e infine, della difficoltà di effettuare sperimentazioni di campo che richiedono tempi molto lunghi (anche più di 5-10 anni) per la verifica dei risultati.”

Esistono cure efficaci per le piante infette?

“Al momento non sono note cure efficaci nel trattare piante infette; laddove per cura si intende un prodotto o trattamento in grado di eliminare completamente il batterio dalle piante infette. Nell’ambito di BIOVEXO abbiamo sperimentato dei prodotti di origine biologica che mitigano i sintomi su piante trattate sin dai primi tempi di impianto, ma che, anch’essi, non sono in grado di eliminare il batterio dalle piante infette. Occorre interrompere la diffusione dell’infezione dai primi stadi. Ridurre la trasmissione è cruciale. E, nel fronte avanzato dell’area infetta o laddove una pianta infetta è ritrovata nell’area indenne (i casi di Bitonto e Bisceglie per esempio), nella eliminazione della pianta, come pure di quelle circostanti, allo scopo di eliminare la fonte di inoculo.”

Quali cultivar di olivo hanno mostrato resistenza o tolleranza alla Xylella?

“La scoperta delle cultivar resistenti ha costituito un punto di svolta delle nostre ricerche, perché sono alla base di una possibile ripresa della olivicoltura nelle aree epidemiche. Al momento le cultivar autorizzate al reimpianto nelle aree epidemiche sono il Leccino, l’FS17 o Favolosa, il Leccio del Corno e Lecciana. Grazie alla collaborazione degli olivicoltori salentini, un esempio di  citizen science, abbiamo poi potuto identificare nel territorio epidemico dei semenzali di olivo (piante frutto di impollinazione spontanea) che sono sopravvissuti all’infezione. Trattasi di nuovi genotipi che abbiamo recuperato e sono ora in corso di ulteriori valutazioni in pieno campo. L’iter per la loro registrazione come  nuove cultivar, sebbene avviato già da qualche anno, richiede tuttavia ancora alcuni anni “

Qual è l’impatto della Xylella sul paesaggio e sulla biodiversità?

“E’ notevole, ci sarebbe tanto da dire. Perché spesso parliamo di olivi monumentali che rientrano nella cultura dei territori. Esistono anche studi di impatto economico che parlano della perdita sia di 132 milioni di euro per anno che di oltre un milione di giornate lavorative nelle aree infette.”

Come conciliare tutela del territorio e necessità di contenimento?

“Il contenimento si basa sulla posa in opera di strategie preventive di controllo delle popolazioni dell’insetto vettore, soprattutto nelle aree indenni, e nel comprendere che l’agricoltura, ora più di prima, è una attività in evoluzione, in cui eventi di introduzione di specie aliene in un territorio possono avvenire con maggiore frequenza rispetto al passato; ciò richiede, laddove questo avviene,  di adoperare tutte le strategie sopra riportate ed eventualmente anche l’adozione di nuove  cultivar risultate resistenti allo scopo di garantire un reddito per gli agricoltori. Oltre a ciò và pianificata ed attuata in maniera decisa la questione della rigenerazione dei territori devastati, adesso a forte rischio di abbandono e desertificazione “

Quali sono le priorità della ricerca nei prossimi anni?

“La conoscenza della genetica della resistenza, allo scopo di immaginare attività di miglioramento genetico classico (incroci tra Leccino, resistente ed altre cultivar) o non convenzionale basate su tecniche di evoluzione assistita. In ambedue i campi stiamo già lavorando.”

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