“fraFranceschi”, nel chiostro dei Cappuccini l’arte moltiplica il volto di san Francesco

L’installazione di Paolo De Santoli, visitabile sino all’8 agosto, celebra il Santo attraverso ceramica, pluralità e dialogo con la storia del convento
Un contributo di Pasquale Guastamacchia
«Fra i Franceschi… fra Franceschi chi?». È un gioco di parole, ma anche la domanda da cui prende forma il significato più profondo di “fraFranceschi”, l’installazione di ceramiche-sculture realizzata da Paolo De Santoli nel chiostro del Convento dei Cappuccini di Terlizzi.
La mostra, visitabile sino all’8 agosto 2026, dalle ore 19 alle 22, si inserisce nel programma di iniziative religiose, culturali e artistiche organizzate in occasione dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi, avvenuta il 3 ottobre 1226. Un anniversario che offre l’occasione per interrogarsi non soltanto sulla figura storica del Patrono d’Italia, ma soprattutto sull’attualità del suo messaggio.
Il titolo scelto per l’esposizione suggerisce una moltiplicazione simbolica: non esiste un solo Francesco, immobile e consegnato a un’immagine convenzionale, ma tanti “Franceschi”, differenti per volto, sensibilità, esperienza e modo di abitare il mondo. Tutti riconducibili a una comune tensione verso la fraternità, la semplicità, la pace e il rispetto del creato.
Le opere di Paolo De Santoli sono busti in ceramica dai tratti fortemente espressivi. Ogni figura possiede una propria fisionomia e una precisa individualità. I volti non sono riproduzioni seriali, ma presenze diverse: c’è il Francesco contemplativo e quello incline all’azione, il sognatore, il viandante, l’uomo fragile e quello capace di trasformare la propria fragilità in apertura verso gli altri.
Su alcune figure compaiono candidi volatili, poggiati sul capo o sulle spalle. La loro presenza richiama immediatamente il rapporto del Santo con la natura, ma possiede anche una forte valenza visiva: collega simbolicamente la materia della ceramica al cielo aperto del chiostro, suggerendo un’armonia possibile tra gli esseri viventi e tra la dimensione terrena e quella spirituale.
La pluralità come chiave della mostra
La chiave di lettura dell’installazione risiede nella pluralità. L’armonia proposta da “fraFranceschi” non nasce dall’eliminazione delle differenze, ma dalla loro convivenza. Le opere mantengono riconoscibili le rispettive identità e, proprio attraverso la loro diversità, costruiscono un racconto unitario.
È una moltiplicazione dell’armonia, non una ripetizione dello stesso modello. Come nella grande lezione dell’arte giottesca, attorno a san Francesco non compaiono figure astratte o indistinte, ma persone dotate di volti, emozioni e caratteri riconoscibili. La spiritualità non annulla l’individuo: ne valorizza l’umanità concreta.
In questa prospettiva, anche la tolleranza assume un significato più profondo. Non è semplice sopportazione dell’altro, ma riconoscimento della sua unicità come ricchezza. La diversità non rappresenta un ostacolo da rimuovere o una distanza da colmare attraverso l’omologazione, bensì una risorsa capace di generare dialogo e trasformazione reciproca.
Alla domanda «Fra Franceschi chi?», dunque, la mostra non risponde indicando una sola persona. La risposta è corale: tutti, nella singolarità irripetibile di ciascuno.
Un messaggio antico che continua a interrogare il presente
San Francesco continua a essere una figura sorprendentemente contemporanea perché propose un modello di vita radicale e alternativo alla società mercantile della propria epoca. La sua scelta della povertà non fu una passiva accettazione della miseria, ma una liberazione dai vincoli del possesso e dalla necessità di difendere con la forza ciò che si possiede.
Il suo messaggio mise al centro gli ultimi e coloro che la società considerava inavvicinabili, come i lebbrosi. In questa comunanza umana trovò spazio anche una fratellanza più ampia, estesa agli animali, agli elementi naturali e all’intero creato.
Il “Cantico delle creature” non costituisce soltanto una pagina poetica, ma esprime la visione di un mondo profondamente interconnesso. Il sole, la luna, l’acqua, il fuoco, la terra e perfino la morte diventano parti di una stessa realtà. L’essere umano non domina questa comunità universale, ma vi partecipa assumendosi la responsabilità di custodirla.
Altrettanto attuale è la forza disarmata del dialogo testimoniata dall’incontro tra Francesco e il sultano d’Egitto Malik al-Kamil, avvenuto durante l’epoca sanguinosa delle Crociate. Quel confronto mostrò la possibilità di incontrare l’altro senza rinunciare alla propria identità, sostituendo alla logica dello scontro il rispetto e l’ascolto.
Anche la scelta di comporre il “Cantico delle creature” in volgare, anziché nel latino dei dotti, ebbe un valore profondamente innovativo: rendere il messaggio comprensibile e accessibile a tutti. La spiritualità usciva così dagli spazi riservati alle élite religiose e culturali per camminare lungo le strade, tra il popolo.
Il dialogo con il Convento dei Cappuccini
La forza di “fraFranceschi” deriva anche dal rapporto instaurato con il luogo che ospita l’installazione. Il chiostro non è una semplice cornice espositiva, ma una parte essenziale dell’opera. Le sculture sono state pensate e collocate per misurarsi con la sua architettura, la sua memoria e la sua originaria funzione spirituale.
La presenza dei Cappuccini a Terlizzi risale al 1582. In quel periodo, la presenza di un convento costituiva per una comunità non soltanto un motivo di prestigio, ma anche un importante riferimento religioso, culturale e sociale. Terlizzi sviluppò un rapporto particolarmente intenso con gli ordini di ispirazione francescana, ospitando nel tempo Minori Osservanti, Clarisse e Cappuccini.
Il convento sorse lungo l’antica strada per Corato, in un periodo segnato dalle conseguenze di una grave pestilenza e dalle tensioni provocate dal passaggio della contea di Terlizzi dagli Orsini ai Grimaldi. In quel contesto di sofferenza e instabilità, la popolazione trovò conforto nella predicazione di padre Marco di Terlizzi, cappuccino ricordato come uomo colto, eloquente e vicino al popolo.
L’edificio rispecchia i principi dell’architettura povera cappuccina. Realizzato con materiali semplici, presenta una struttura quadrangolare raccolta intorno al chiostro. Al piano inferiore si trovavano gli ambienti della vita comunitaria, come cucine e refettorio; al piano superiore correvano i corridoi sui quali si affacciavano le piccole celle dei frati.
Nel corso dei secoli questi spazi furono destinati anche a numerose attività di accoglienza e solidarietà. Ospitarono anziani, persone senza dimora e bambini; durante l’epidemia di influenza “Spagnola” furono utilizzati per l’isolamento degli ammalati e, successivamente, accolsero un’infermeria provinciale, una palestra e uno studentato liceale e filosofico. Preghiera, assistenza e formazione si intrecciarono così nella storia del complesso.
Dal cammino esteriore a quello interiore
Nella tradizione cappuccina il chiostro rappresenta il cuore della vita comunitaria. È il luogo di passaggio tra la preghiera solitaria e il servizio rivolto agli altri, tra contemplazione e azione. Il pozzo collocato al centro possiede insieme un valore pratico e simbolico: garantiva l’acqua necessaria alla comunità e alla coltivazione dell’orto e delle erbe medicinali, richiamando nello stesso tempo l’immagine cristiana dell’acqua viva.
Il percorso regolare sotto i portici accompagnava i frati dalla dimensione operosa della vita quotidiana a quella raccolta della meditazione. È lungo questo stesso tragitto che oggi si dispongono i “Franceschi” di Paolo De Santoli.
Le figure sembrano abitare il chiostro e osservarne i visitatori. I loro occhi, resi intensi dalla lavorazione ceramica, evocano contemporaneamente spiritualità e fragilità umana. L’apertura centrale verso il cielo completa il dialogo tra architettura e scultura, trasformando la visita in un attraversamento simbolico dalla dimensione orizzontale del cammino a quella verticale dell’interiorità.
Un’opera corale tra arte e artigianato
Paolo De Santoli, ceramista, pittore, scenografo, già docente e protagonista di numerosi progetti d’arte contemporanea, ha costruito l’esposizione attraverso una ricerca che mette in relazione arte, design, artigianato e comunicazione.
Le opere sono anche il risultato di un’esperienza corale condotta con giovani creativi e maturata nel percorso dell’Edicola RaRa, fondata dallo stesso De Santoli per recuperare spazi urbani dimenticati e mettere in comunicazione il mondo accademico con le botteghe artigianali pugliesi.
La ceramica diventa così materia capace di custodire l’identità locale e, contemporaneamente, di affrontare questioni universali. I busti non si limitano a rappresentare il Santo, ma ne moltiplicano simbolicamente la presenza, invitando a riconoscerla nei poveri, nei deboli, negli infermi, nei lontani e in ogni persona incontrata lungo il cammino.
“fraFranceschi” propone, in definitiva, una rilettura contemporanea della spiritualità francescana. Il visitatore è invitato a camminare tra le opere, a lasciarsi osservare dai loro volti e a riconoscere nell’altro non qualcuno da uniformare, ma una presenza da accogliere.
L’installazione sarà visitabile nel chiostro del Convento dei Cappuccini di Terlizzi sino all’8 agosto 2026, dalle ore 19 alle 22. Un omaggio a san Francesco che, attraverso la pluralità delle forme, ricorda come la vera armonia non coincida con l’essere tutti uguali, ma con la capacità di restare uniti nelle differenze.
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