Nel silenzio di GraVa, il caos diventa colore

Un contributo di Maurizio Vino
Ci sono inaugurazioni alle quali si partecipa. E poi ce ne sono alcune alle quali, in qualche modo, si arriva insieme.
Quella di oggi, per me, è stata una di queste.
Entrare nello spazio di corso Vittorio Emanuele 48, per qualche giorno trasformato in una piccola, intima galleria, significava entrare in un luogo che non esponeva soltanto quadri. Alle pareti c’erano colori, paesaggi, tramonti, orizzonti e forme. Ma, tra una tela e l’altra, sembrava di intravedere anche qualcosa di molto più difficile da appendere a un muro: il tempo.
Il tempo di Valeria Grassi, oggi GraVa.
La conosco da circa vent’anni, forse ventiquattro. Un tempo sufficientemente lungo da aver attraversato insieme quella stagione della vita nella quale si crede che le giornate siano infinite e che gli amici possano vedersi sempre, che le notti non debbano necessariamente finire e che il domani sia una parola lontanissima.
Erano gli anni dei ventenni degli anni Duemila: la spensieratezza, le risate, le compagnie numerose e variopinte, i primi amori, le serate improvvisate, le confidenze, le piccole follie e quelle esperienze che, mentre le vivi, sembrano normali e che invece, molti anni dopo, scopri essere diventate memoria.
Poi, come accade, la vita ha cambiato ritmo.
Sono arrivati il lavoro, le responsabilità, le famiglie, i figli. Gli incontri si sono fatti più radi, le telefonate più sporadiche, incastrate tra orari diversi e giornate che sembrano non avere mai abbastanza ore.
Ma ci sono amicizie che non hanno bisogno di presenza quotidiana per essere presenti.
E oggi, davanti alle tele di GraVa, questa cosa è diventata improvvisamente evidente.
Quando ci siamo abbracciati durante l’inaugurazione, non è stato il classico abbraccio di circostanza che accompagna un vernissage. È stato quasi un abbraccio liberatorio.
Come se dentro ci fossero tutti gli anni trascorsi.
Quelli vissuti insieme e quelli vissuti lontani.
Come se quel gesto dicesse: “Eccoci. Siamo ancora qui.”
E forse non poteva esserci modo migliore per entrare nel mondo di GraVa.
Il titolo della mostra, Il silenzio nel caos, sembra già contenere la chiave per leggere questo viaggio.
Valeria racconta di una quotidianità complessa e delle difficoltà legate alla condizione di suo figlio Felice, ma racconta anche di quello spazio di quiete che la pittura riesce ad aprire dentro di lei: quando dipinge, il rumore si ferma e rimangono soltanto lei e i colori.
Ed è proprio questa sensazione che si percepisce entrando nella mostra.
Non c’è bisogno di conoscere tutta la storia per lasciarsi coinvolgere.
Le tele sembrano infatti parlare una lingua autonoma, fatta di materia, luce e movimento. Una lingua che non impone una spiegazione, ma invita all’interpretazione.
È il bello di un vernissage: davanti a un’opera, per qualche minuto, l’artista e il visitatore si incontrano a metà strada.
In una delle tele sembra di scorgere una laguna veneziana.
Non necessariamente quella che conosciamo attraverso fotografie e cartoline, ma una Venezia filtrata dalla memoria e dall’immaginazione.
L’acqua diventa superficie del ricordo, mentre l’orizzonte sembra perdere i propri confini.
E forse è proprio questo che fanno certi quadri: non raccontano necessariamente un luogo, ma il modo in cui quel luogo ci fa sentire.
Davanti a quella tela viene quasi naturale pensare al viaggio, alla distanza, a qualcosa che si allontana lentamente lasciando però una traccia.
Come accade con gli anni.
Come accade con le persone.
Come accade con le amicizie che cambiano forma senza cambiare sostanza.
E poi c’è il rosso.
Petali che sembrano precipitare sulla tela, quasi sospesi nell’istante in cui la fioritura decide di trasformarsi in caduta.
È difficile non pensare ai ciliegi giapponesi, ai sakura, alla loro bellezza tanto intensa quanto provvisoria.
Il fiore sboccia, incanta e poi cade.
Una metafora semplice e potentissima della vita: la bellezza non sta soltanto nella sua durata, ma anche nella consapevolezza che non durerà per sempre.
E allora quel rosso non è soltanto colore.
È primavera.
È passaggio.
È rinascita.
È ciò che resta quando qualcosa finisce e, proprio perché finisce, acquista un valore diverso.
Guardandolo, viene da pensare che forse anche la pittura di GraVa funzioni così: raccoglie ciò che rischierebbe di perdersi e gli concede una seconda vita sulla tela.
Tra le opere c’è anche La linea del Sahel.
Il riferimento geografico è preciso: il Sahel è quella grande fascia di transizione climatica ed ecologica che attraversa l’Africa subsahariana, tra il deserto del Sahara e le regioni più meridionali del continente.
Ma sulla tela la geografia sembra diventare soltanto un punto di partenza.
La linea reale si trasforma in una linea interiore.
Un confine.
Una soglia.
Quel punto indefinito in cui non sai più se stai guardando un paesaggio oppure un pensiero.
Ed è forse una delle caratteristiche più interessanti di questa esposizione: GraVa non sembra voler riprodurre il mondo, ma trasformarlo.
Prende luoghi, atmosfere, suggestioni e li restituisce alterati dalla propria sensibilità.
Così un paesaggio può diventare un’emozione e un’emozione può assumere la forma di un paesaggio.
Ci sono poi tele nelle quali il visitatore può perdersi.
Paesaggi insoliti, quasi onirici, dove la realtà sembra essersi fermata un attimo prima di diventare sogno.
È qui che il pubblico viene chiamato a fare la propria parte.
Perché non tutto deve essere spiegato.
Anzi, forse l’arte comincia proprio quando smettiamo di cercare una didascalia per ogni cosa.
Un colore può essere un ricordo.
Una sfumatura può essere una speranza.
Una linea può diventare una strada.
Un orizzonte può essere una promessa.
E il mare, che ritorna con diverse intenzioni nella produzione esposta, sembra raccogliere tutto questo.
Il mare di GraVa non è soltanto acqua.
È profondità.
È attesa.
È movimento.
È quello spazio enorme davanti al quale i pensieri sembrano finalmente avere abbastanza posto per respirare.
Forse sono proprio i tramonti a racchiudere meglio lo spirito dell’esposizione.
Non tramonti definiti, da cartolina.
Piuttosto orizzonti che sembrano sciogliersi nel colore, lasciando aperta la domanda su ciò che verrà dopo.
E forse è qui che la storia personale di Valeria incontra definitivamente quella artistica.
Perché un tramonto è, per definizione, una fine.
Ma è anche l’annuncio di un nuovo giorno.
E allora quei cieli sospesi diventano quasi una dichiarazione di intenti: guardare avanti.
Nonostante tutto.
Con la consapevolezza di ciò che è stato, ma senza smettere di immaginare ciò che ancora può essere.
Osservando le opere una accanto all’altra, viene spontaneo pensare che questa mostra sia molto più di un debutto artistico.
È quasi una presentazione di sé.
Valeria non scompare dietro lo pseudonimo GraVa. Al contrario, attraverso GraVa sembra concedersi la possibilità di mostrare una parte di sé che forse nella vita quotidiana rimane più nascosta.
La pittura diventa così una stanza dentro la stanza.
Un luogo nel quale il rumore della vita resta fuori e il colore prende la parola.
Ed è significativo che proprio una donna abituata a convivere con una quotidianità tutt’altro che semplice abbia scelto di intitolare la propria prima personale Il silenzio nel caos.
Perché il silenzio, qui, non sembra essere assenza.
È presenza.
È il momento in cui finalmente ci si ascolta.
Alla fine torno a quell’abbraccio.
Perché forse, per chi guarda questa mostra da fuori, sarà soltanto un dettaglio.
Per me no.
Dentro quell’abbraccio c’erano i vent’anni di una ragazza e di un ragazzo che non potevano sapere quanto sarebbe cambiata la vita.
C’erano le serate, gli amici, le risate, i primi amori.
C’erano le strade percorse insieme e quelle prese separatamente.
C’erano i figli, le famiglie, il lavoro, le responsabilità e tutto quello che nel frattempo la vita ci ha consegnato.
E c’era Valeria.
Quella di ieri.
Quella di oggi.
E forse anche quella di domani.
Quella che oggi ha avuto il coraggio di aprire una porta e dire agli altri: “Questo è ciò che ho dentro.”
E dietro quella porta non c’è soltanto una collezione di quadri.
C’è una donna che ha trasformato il proprio caos in silenzio, il silenzio in colore e il colore in possibilità.
Un vernissage dovrebbe lasciare qualcosa.
Non necessariamente una risposta.
Magari una domanda.
Un’immagine che rimane negli occhi.
Un colore che torna alla mente qualche ora dopo.
Un’emozione che non sai spiegare.
Il silenzio nel caos sembra fare proprio questo.
Ti invita ad entrare, a rallentare, a guardare.
Maurizio Vino
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