«A Sovereto è ancora possibile vivere a misura d’uomo. Qui si vive meglio perché c’è meno»

© terlizzilive
Abbiamo incontrato il musicista-viandante Giovannangelo de Gennaro, molfettese di nascita ma soveretano d’adozione, per parlare di pellegrinaggi, modi di vivere, musica, storia. «Qui le pietre sembrano parlare e ascoltare»
Giovannangelo de Gennaro è un uomo maturo, robusto, dall’incarnato e lo sguardo marcatamente mediterraneo, per non dire saraceno. Il modo in cui ti accoglie è coerente con questo carisma, ovvero caloroso e avvolgente, ma fiero. Mentre parla di sè guarda il fuoco del caminetto, acceso sin dal primo mattino nella frugale dimora di Sovereto, dove abita ormai da qualche anno, lui che è nato e cresciuto a Molfetta.
48 anni compiuti, musico-viandante, come ama definirsi lui, negli anni ’90 ha fondato assieme ad altri musicisti l’Ensemble Calixtinus – un progetto di musica medievale –; in seguito ha collaborato con rinomate formazioni del calibro dell’Ensemble Micrologus di Assisi, dell’Ensemble Organum o della band jazz del francese Michel Godard. Dal dicembre del 2015 fa parte della line-up di Vinicio Capossela, con cui attualmente è in tour, in giro per l’Italia e l’Europa. Il suo strumento è la viella, un “arco” originario dei paesi arabi usato in passato – specifica lui – dai trovatori, i cantastorie per intrattenere e tramandare racconti.
“In Albania la chiamano lauta e in Montenegro guzli, ma viene sempre utilizzata per accompagnare le storie – afferma ancora -. La viella è anche un mezzo di connessione tra est e ovest, e Sovereto è un punto di incrocio perfetto con le rotte balcaniche, anche grazie alla presenza della madonna bizantineggiante”.
Appena pochi giorni fa Giovannangelo ha fatto da cicerone ad Antonella Gaeta di “Repubblica” per un tour guidato alla (ri)scoperta del patrimonio culturale terlizzese: il santuario della Madonna Nera, assieme al casale di Cesano, è stato una delle tappe scelte dal musicista, che ormai si sente soveretano a tutti gli effetti.
Cosa ti ha portato qui a Sovereto?
“Il mio primo concerto è stato all’ospedaletto dei crociati di Molfetta. Dopo molti anni sono giunto qui, in questo santuario che è stato dei Gerosolimitani. Lo vedo come un ciclo che si è compiuto. Già da piccolo Sovereto mi incuriosiva, ci passavo con mio zio commerciante di fiori per andare al mercato di Terlizzi. All’epoca c’era la strada asfaltata, e quando ho iniziato ad avvicinarmi alla musica medievale giravo con gli amici per le campagne, per i casali, e mi colpiva molto che oltre alla chiesa ci fosse un vero villaggio in pietra, molto antico come concezione. Ho scelto di vivere qui due anni fa per tradurre in pratica uno stile di vita, un modus vivendi in cui credo. È stata una decisione spontanea, non ho neanche visto prima la casa in cui abito, dato che in quel momento ero a New York…”
C’è qualcosa che lega posti come questo a luoghi di culto più famosi?
“La mia passione per i luoghi di culto, e per il viaggiare a piedi, mi fa pensare che questo borgo abbia connessioni con posti come Monte Sant’Angelo, che amo, e Santiago de Compostela. La via principale di Sovereto è larga e testimonia di un transito anche commerciale nel passato. Molti paesini in Spagna hanno questo tipo di urbanistica. Io del resto ho vissuto in campagna tra Terlizzi e Molfetta e mi sentivo come il carro della leggenda dell’Icona nera, diviso tra un paese e l’altro. Spesso venivo a Terlizzi per fare la spesa e per assaporare un po’ di quella quotidianità che a Molfetta sta venendo meno. Qui il campo visivo è diverso, molto più in armonia con la natura. Le pietre sembrano ascoltare, parlare, e il concetto di camminare e di vivere a misura d’uomo è ancora vivo”.
L’anno scorso alcuni abitanti di Sovereto hanno organizzato nel borgo la Fiera delle Autoproduzioni. C’è spazio per un modello Sovereto?
Certo, stiamo sviluppando una sorta di laboratorio sociale, grazie a iniziative partite dai residenti: l’idea è quella di mettere in pratica un modello sostenibile di vita e di cittadinanza attiva. Abbiamo formato il primo comitato di quartiere del Comune di Terlizzi. Rivendichiamo una maggiore attenzione da parte dell’amministrazione non soltanto in momenti dell’anno legati a ricorrenze liturgiche e festive, ma anche nel quotidiano. Vogliamo sviluppare un’alternativa: lo stesso strumento del “comitato di quartiere” può essere esportato altrove, a Terlizzi. Non è però soltanto un modo per chiedere, esprimere bisogni: è anche un mezzo per proporre, creare novità, un modello di convivenza che recupera il senso migliore della comunità, in cui i bisogni, i ritmi, i tempi sono regolati e scanditi da un ciclo naturale. A Sovereto non ci sono negozi, non c’è nulla di superfluo, e questo è un incentivo anche allo scambio diretto. La merce non è tutto qui. In un momento storico dove tutto è veloce, un luogo così sicuramente dona benessere, salute. Qui si vive meglio, perché c’è meno”.
Sovereto sa essere anche “glamour”. Corre voce che di qui sia passato Vinicio Capossela.
“Anche lui è un viandante, ed è quasi inevitabile che i viandanti passino almeno una volta nella vita da luoghi come questo. Vinicio ha iniziato a scrivere il suo prossimo album a casa mia. È rimasto colpito anche lui dalle pietre, dal loro colore, dalla luce, dal sistema di relazioni che vige tra i residenti… Ma di qui è passato anche uno dei responsabili degli Amici del Cammino di Santiago, Padre Jose Ignacio, attualmente a capo della casa di accoglienza di Logroño e fautore del concetto di accoglienza povera per i pellegrini”.
A proposito di pellegrinaggi: nel 2015 hai fatto un lungo cammino a piedi lungo l’asse pugliese della via Francigena.
“Due anni fa ho camminato lungo la Via Langobardorum da Celle San Vito fino a Santa Maria di Leuca, passando per Cesano. Alla fine di ogni tappa ho suonato con musicisti del posto in cambio di ospitalità. Questa esperienza diverrà un documentario, intitolato “Passi sonori”. L’insediamento di Santa Maria di Cesano è un luogo di accoglienza speciale, ci sono pitture esplicite che rimandano a Gerusalemme, le tre caravelle, simboli di palme. Si trovava prima di Bitonto, poco prima di Bari, dove i pellegrini si imbarcavano per la Terra Santa. Era quasi una frontiera, un confine di mare”.
A inizio anno, invece, hai percorso sotto la neve il “cammino dell’angelo”, da Benevento a Monte Sant’Angelo.
“È stato un viaggio molto significativo, mettersi in cammino all’inizio dell’anno è stato un gesto per me simbolico. La prima volta che ho camminato con la neve è stato a Santiago diciassette anni fa, ora sono tornato a camminare nella mia terra nelle stesse condizioni… una esperienza incredibile. Il cammino è una sintesi della vita, in cui si riflette la quotidianità stessa, ma con chiavi di lettura più essenziali. Fa selezione rispetto alle priorità della quotidianità e quindi della vita stessa. Sono un sostenitore dei cammini d’inverno perché in questo periodo la dimensione è più intima e personale rispetto all’estate. Non c’è quasi ombra, un elemento importante per i camminatori; l’ombra rappresenta tutto quello che è nascosto e inconscio, ti aiuta a farti a domande, ci dialoghi, diventa una compagna di viaggio… e la neve cancella l’ombra rendendoti ancora più libero… Il cammino è stato quindi ancora più essenziale. L’obiettivo dei miei cammini è arrivare alla meta il più leggero possibile”.
Da questo cammino è nato un disco.
“Covavo da tempo l’idea di fare un disco di musiche inedite che si basasse sul principio di improvvisazione. Così riesco a visualizzare i luoghi che ho percorso in maniera spontanea, trasformando le impressioni e le emozioni in suono, musica. L’ho registrato al Mat di Terlizzi, grazie alla disponibilità dei ragazzi di Zebù, un incrocio di energie e esperienze che ho incontrato anche altrove, ad esempio a Bruxelles, Parigi, in Germania a Berlino, e che ritengo il riflesso di un movimento europeo che vive a pieno quello che è davvero la cultura, ovvero comunità, condivisione. Il progetto è un solo con viella, flauti, voce, inciso su diverse tracce. Ne è venuta fuori una “polifonia” in cui spero di essere riuscito a trasmettere una armonia. Bisogna imparare a convivere con l’altro dentro e fuori di noi”.
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