«Ho perso mio figlio. Giovani, state attenti»

La Redazione
Un'ambulanza del 118

L’appello della giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno” Daniela D’Ambrosio, che nel 2008 ha perso suo figlio, morto in un incidentein moto

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Nel 2008 la giornalista de “La Gazzetta del Mezzogiorno” Daniela D’Ambrosio ha perso suo figlio Marco in un incidente stradale con la moto.

Sull’edizione di ieri del giornale barese è apparsa una lettera aperta a sua firma rivolta a tutti i ragazzi. “Ho perso mio figlio, vi dico state attenti”, è il suo appello.

Daniela, in particolare, rivolge il suo estremo saluto ai due giovani terlizzesi periti nell’incidente dell’altro giorno, Giuseppe De Chirico e Armando Bali. Ecco la sua testimonianza.

Ciao Giuseppe, ciao Armando, ciao Francesco, ciao a voi, nuovi angeli sacrificati alla strada e alle due ruote. Ciao ragazzi spensierati, fiori della vita recisi troppo presto da un destino che, noi che siamo qui, non riusciremo mai a comprendere. Stavate correndo nel vento, andando chissà dove ed eravate felici di farlo quando il fato ha detto stop. Un’altra vostra amica, compagna di destino del bollettino di guerra della strada di questi giorni, ora sta lottando fra la vita e la morte. Non vi ho conosciuti ma riesco a immaginarvi. Scorrazzavate allegri e spensierati, senza nemmeno lontanamente immaginare di andare incontro al pericolo, nonostante – ne sono certa – mille volte le mamme e i papà vi avranno detto che in moto si muore. Vi prego, non ripetetemelo ancora che «in moto si muore ma non esiste maniera migliore per vivere»… Lo so, lo so a memoria.

nLa Preghiera del motociclista fa parte della mia vita da un sacco di anni, troppi ormai. Me l’ha ripetuta mille volte mio figlio, che vi ha preceduto nel paradiso dei motociclisti già un bel po’ di anni fa, ormai, e ha incominciato a ripetermela quando aveva più o meno la vostra età, adolescente o poco più. E me l’ha ripetuta fino alla nausea, fino a convincermi a comprarla, quella tanto amata moto con cui poi, un giorno, è uscito per non tornare più. Immagino, ragazzi miei, quante volte i vostri genitori vi avranno ripetuto le tanto noiose «prediche» di prudenza che mille volte ho fatto io. Di quelle «prediche» che sicuramente non avrete voluto sentire, oggi resta solo l’eco mescolato alle lacrime, davanti alle vostre bare bianche. Che dirvi, quando ogni parola non ha più senso? Che dire se non unirsi al pianto straziato dei vostri genitori? Quali parole provare a tirare fuori per tentare di dare pace a chi pace non l’avrà mai più?

nA voi, Giuseppe, Armand e Francesco non posso dire più nulla, posso solo immaginarvi correre sulle nuvole, posso solo augurarmi che siate felici, lì dove siete ora, come da anni ormai mi sforzo di immaginarlo e di augurarmelo per mio figlio. A voi questa storia avrei voluto raccontarla prima. Avrei voluto avere la possibilità di dirvelo prima, di non correre, di essere prudenti, di usare il casco, quello omologato, e ben chiuso, di non sottovalutare i rischi, di pensare che per quanto vi sentiate bravi, potreste incorrere in una fatalità, in un autista distratto o ubriaco, in una buca, in un incrocio pericoloso, in uno qualsiasi di quegli accidenti che mettono la parola fine a una splendida gioventù. Avrei voluto dirvi prima di dare ascolto ai vostri genitori, di non fare di testa vostra. Non ce l’ho fatta, non ho potuto, posso solo piangere insieme ai vostri cari. Allora vi chiedo un favore: aiutatemi a diffondere queste parole perché arrivino ai vostri amici, ai vostri fratelli e sorelle, ai bimbi, ai motociclisti di oggi e domani, alle istituzioni. Non ce l’ho una ricetta magica per far sì che queste cose non accadano più, non ho la forza e nemmeno la voglia di eliminare le moto dalla strada, perché non sarei credibile se dicessi che la colpa è solo delle moto. So solo che sono stanca di vedere ingrossare in cielo le fila degli angeli su due ruote e di versare e asciugare lacrime inconsolabili quaggiù. La vita è un soffio, un bene prezioso e qualche volta anche una «rottura», ma sempre bellissima da vivere. Per favore, ragazzi miei: dal posto dove siete ora, spero bellissimo, aiutatemi a diffondere la cultura della prudenza, la scelta della vita sulla morte con ogni mezzo possibile.

nDaniela D’Ambrosio (da “La Gazzetta del Mezzogiorno”)

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