Come sono nate le varietà di cannabis autofiorente?

Come sono nate le varietà di cannabis autofiorente?
Come sono nate le varietà di cannabis autofiorente? Se ti stai facendo domande in merito, nelle prossime righe di questo articolo puoi trovare diverse informazioni preziose
Oggi come oggi, tantissimi coltivatori di cannabis, soprattutto principianti, scelgono ogni giorno di comprare semi autofiorenti. Il motivo del loro successo commerciale è legato al fatto che, quando li si chiama in causa, si inquadrano sementi che, non essendo fotoperiodiche, riescono a crescere sulla base dell’età e non del ciclo di luce.
Come sono nate le varietà di cannabis autofiorente? Se ti stai facendo domande in merito, nelle prossime righe di questo articolo puoi trovare diverse informazioni preziose.
La cannabis ruderalis
Per capire quali sono stati i primi passi del percorso della cannabis autofiorente, bisogna fare assolutamente riferimento alla ruderalis, una varietà di cannabis originaria della Siberia e, per questo motivo, in grado di crescere bene anche in condizioni climatiche avverse.
Negli anni ‘70-’80, periodo d’oro quando si parla dell’attività dei breeder, la sua esistenza era nota a pochi. Per amor di precisione, è il caso di rammentare che chi la conosceva, non aveva però alcuna idea di come gestirla per creare degli ibridi.
Le cose sono cambiate grazie a Joint Doctor, personaggio oggi mitico nel mondo breeder e allora giovanissimo studente universitario. La svolta è arrivata quando ricevette in dono da un amico alcuni semi molto particolari che, al primo impatto, sembrava fossero un incrocio tra la cannabis ruderalis e alcune varietà messicane.
Una volta piantati, questi semi colpirono subito per una peculiarità su tutte: la velocissima fioritura. La pianta, chiamata Mexican Rudy, ancora oggi è una pietra miliare nella storia del mondo breeder. Viene infatti considerata dai grandi appassionati come un tentativo di dare un boost alla potenza della ruderalis, riuscendo nel contempo a mantenere la sua peculiarità principale, ossia la fioritura veloce.
In seno alla community dei breeder, l’intenzione di dare una svolta alla potenza della cannabis ruderalis sussisteva in quanto, quest’ultima, era nota per il fatto di essere meno ricca di THC rispetto alle altre varietà.
Il caso Dutch Passion
Parlare di come sono nate le piante di cannabis autofiorente vuol dire, per forza di cose, chiamare in causa anche il caso di Dutch Passion, una delle poche banche di semi attive ancora oggi dal sopra menzionato periodo.
La realtà in questione – ma anche la seed bank SSSC – sono famose per aver condotto, a metà degli anni ‘80, degli esperimenti in contesti outdoor. Con lo scopo di migliorare la qualità delle genetiche autofiorenti provenienti dagli USA sia dal punto di vista del gusto, sia per quel che concerne la potenza, si arrivò, inizialmente, a un risultato deludente.
Da allora tutto si fermò per un po’ fino a quando, all’inizio del nuovo millennio, grazie a una collaborazione tra Joint Doctor e la seed bank Dutch Passion fu possibile dare il via al successo commerciale che caratterizza oggi le piante di cannabis autofiorente.
Entrando nel vivo dei risultati della sopra citata collaborazione, ricordiamo innanzitutto i ceppi noti come Auto Mazar e Think Different. Già dalla loro coltivazione fu possibile evincere una caratteristica che, oggi come oggi, fa parte dei motivi per cui la cannabis autofiorente ha successo: la semplicità nella gestione dei processi di coltivazione, aspetto che rende i semi a cui stiamo dedicando queste righe particolarmente apprezzati dai principianti.
Nel corso degli anni successivi alla commercializzazione delle sopra menzionate varietà, diversi breeder si sono impegnati in un processo di monitoraggio del profilo terpenico, portato avanti con lo scopo di migliorare la qualità e, soprattutto, di aumentare la quantità di THC. Il massimo ottenuto per quanto riguarda quest’ultimo aspetto riguarda la varietà Auto Cinderella Jack di Dutch Passion che, oggi come oggi, è l’autofiorente con la percentuale più alta di THC, pari al 25,9.
La corsa non è fermata e al giorno d’oggi il numero di varietà è altissimo. Basti pensare che è ormai prassi creare la versione autofiorente delle principali varietà fotoperiodiche.
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