La testimonianza di Maurizio, “angelo del fuoco”: «Tra le lamiere, sotto il sole. Le ore che ci hanno segnato per sempre»

Pasquale Caputi
Inchiesta disastro ferroviario

Vigile del fuoco, è stato tra i primi soccorritori ad arrivare sul luogo dell’incidente ferroviario tra Corato e Andria

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L’inferno ha il frinire delle cicale e il sole che picchia in testa. Ha un treno, anzi due, che non fanno più fermate. Ha il colore del sangue e il disegno infame del futuro spezzato. Poi ci sono gli angeli delle lamiere. I vigili del fuoco. Quelli che hanno provato a ribellarsi all’inferno.

Maurizio è un vigile del fuoco. Fa parte della squadra di Molfetta, martedì è stato chiamato urgentemente, assieme ad altri quattro colleghi, per recarsi all’incrocio tra la vita e la morte. Lì, tra Corato e Andria, dove il binario unico diventa binario morto. È stato tra i primi a soccorrere i feriti, ma anche a raccogliere i corpi privi di vita. Minuti, ore, con il fiato sospeso.

«Siamo arrivati poco dopo i vigili del fuoco di Corato – racconta Maurizio – intorno alle 11.30. Quando ci hanno chiamati non sapevamo a cosa andassimo incontro. Ho intuito che fosse qualcosa di grave solo quando ho visto gli elicotteri dei vigili del fuoco e della polizia di Stato che sorvolavano la zona».

Lì il primo sospiro, la paura di intervenire in un luogo di dolore, ma anche la speranza di lenire, fino ad annullare, ogni dolore possibile. All’ingresso di Corato, Maurizio e gli altri sono accolti dalla polizia locale, che li scorta fino al punto fatale. Si va al massimo della velocità su una strada sterrata, con il motore che romba, la polvere che si alza. Una nuvola che di lì a poco si diraderà, aprendo il sipario sul palcoscenico del dramma.

«Inizialmente – prosegue Maurizio – siamo approdati nella zona più densa di alberi. Poi, arrivati al punto dello scontro, tra i vagoni semidistrutti, abbiamo usato una scala come se fosse un “ponte” tra i vagoni, con l’obiettivo di trasportare le attrezzature e quindi di soccorrere. A un certo punto ho alzato lo sguardo e ho visto feriti dappertutto, il vagone praticamente in piedi, le lamiere ovunque».

Qui inizia l’attività frenetica ma dolorosa dei vigili del fuoco. In condizioni estreme, tra lamiere da tagliare, rottami da spostare, un caldo tremendo, l’elmetto e la giacca anti fiamme.

«Abbiamo dato il massimo, il mille per mille – dice ancora – Ne abbiamo tirati fuori quattro. La seconda persona mi ha profondamente colpito. Era rannicchiata in un angolino, circondata dall’inferno, sembrava illesa. Era vigile, e questo ci rincuorava, ci dava fiducia e speranza. Ecco, mi piacerebbe rivederla e salutarla, sarei felice di dire che, sì, ce l’abbiamo fatta».

Tra le altre persone ferite, ma salve, un bambino, forse quello di sette anni di cui si parla in queste ore in tanti tg. Poi comincia la pagina nera del  libro di quel giorno.

«È stato tutto un recuperare vittime. Sembrava un film – si sforza di ricordare – c’era concitazione, frenesia. Corpi ovunque, uno sull’altro, incastrati nel ferro. Tante le scene che mi sono rimaste impresse. A un certo punto ho visto una mano, con la fede al dito. Ho pensato che  qualcuno, da qualche parte, stesse aspettando quella persona. Non l’avrebbe più vista. E non riesco a scordare, durante la ricognizione, lo squillare di un telefono. Era di una delle vittime». Il disperato tentativo di mettersi in contatto con il proprio caro. La risposta che non arriva. E dall’altra parte della cornetta il cuore in tumulto.

Altra scena mozzafiato è quella legata al silenzio. «Per tre o quattro volte – narra – ci hanno detto di non fare neanche il minimo rumore. Circa cinque minuti in cui si faceva i conti solo con il frinire delle cicale. Con l’obiettivo di sentire voci e lamenti, di salvare vite»..

Maurizio trattiene a sforzo le lacrime. Le parole escono veloci, in modo quasi nervoso. Costruiscono immagini per chi ascolta, le ricostruiscono in chi le pronuncia. C’è spazio, certo, per un moto d’orgoglio, per i soccorsi che hanno funzionato benissimo, per la consapevolezza di aver dato tutti se stessi. Al punto da restare per ore e ore, anche dopo il cambio turno. C’era troppo da fare, in quella giornata maledetta.

 «Impossibile dimenticare queste scene – conclude – Sei lì e ti rendi conto che certe cose possono capitare a chiunque. La sera ho avuto bisogno di incontrare un amico. Era troppa la voglia di sfogarmi, di parlare, di avere qualcuno vicino».

Troppo cuore, troppa umanità. Maurizio e i suoi colleghi, di Corato, Molfetta, Barletta e Bari. Angeli del fuoco, quelli della speranza. Che deve vincere sempre. Anche quando tutto sembra nero. E il binario unico non lascia scampo.

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