“Oblomov” di Ivan A. Gončarov

Un uomo soccombe alla ferocia implacabile della sua pigrizia
Oblómov, il protagonista del romanzo omonimo, trae sostentamento dalla sua proprietà terriera, senza che alcuno sforzo sia da lui compiuto per aumentarne la rendita o per migliorarne la produzione del. Lontano dai campi che gli appartengono, dai raccolti che gli danno ricchezza e nutrimento, dai profumi dei frutti di cui pure gode al momento di cibarsene, Oblómov trascorre quasi l’intero arco della giornata sdraiato sul suo divano o tutt’al più, tanto per mutare lievemente scenario, sul suo letto.
La pigrizia si è impossessata di lui al punto che perfino indossare e allacciare le scarpe rappresenta una fatica indescrivibile: come per tutto il resto, anche per questa incombenza Oblómov deve ricorrere al fedele servitore, Zachar. Egli vive a San Pietroburgo, in una casa che è, nonostante il servitore Zachar, immersa costantemente in un disordine indescrivibile, tra ragnatele, mobili coperti dalla polvere e libri ingialliti che nessuno sfoglia mai.
A causa di un errore sul posto di lavoro, Oblómov, temendo una dura reazione del capoufficio, ha preferito rassegnare le dimissioni ancor prima che gli siano state comunicate ufficialmente le conseguenze del suo errore. Il terreno però gli garantisce una rendita sicura per cui, abbandonato il posto di lavoro, non deve preoccuparsi di trovare altre fonti per soddisfare le necessità primarie. La proprietà terriera, che potrebbe rendere molto di più se Oblómov se ne occupasse con attenzione e maggiore oculatezza, sembra garantire ai contadini e agli amministratori, che se ne interessano direttamente, più agiatezza di quanta ne gode il suo legittimo proprietario; il disinteresse per gli affari e la profonda pigrizia hanno fatto sì che Oblómov sia costantemente ingannato sui reali profitti e il vero rendimento.
Oltre al fedele servitore, Oblómov può contare sull’amicizia incondizionata di Andréj I. Stolz, la cui compagnia è preziosa quanto i suoi consigli. Proprio questi tenta in tutte le maniere di scuotere Oblómov dal suo intollerabile torpore, dal suo insopportabile letargo esistenziale. In uno di questi tentativi Stolz gli presenta Ol’ga: se l’amore può tutto, potrebbe allora far squillare echi di una vitalità sopita nelle dure orecchie di Oblómov. Sembra che il tentativo di smacchiare l’anima del protagonista dalla coriacea pigrizia sia andato a buon fine, Ol’ga e Oblòmov si innamorano. Accade però che, oberato dai debiti contratti a causa della sua condotta avventata e dalla sua sostanziale indifferenza per gli affari agricoli, Oblómov continua a rimandare il giorno del fidanzamento ufficiale con Ol’ga. L’inevitabile presto si avvera: i due si lasciano e Oblómov ricade nella disperazione. Solo con l’aiuto dell’amico Stolz, Oblómov riesce a salvare miracolosamente la sua tenuta. Nulla però può sostenerlo altrettanto prodigiosamente e trarlo alla salvezza nella sua vicenda personale: il marchio della sua istintiva quanto inguaribile pigrizia riaffiora netto e chiaro sulla sua pelle, come un’impronta che presagiamo resisterà fino alla fine. Il divano, che solo faticosamente aveva abbandonato per provare l’ebbrezza della vita vera, profonda, autenticamente vorticosa e passionale, ritorna ad essere la sola isola in cui Oblómov trova conforto e riparo.
Tutta la speranza e tutta l’esaltazione con cui, in qualità di lettori, avevamo accolto la bella notizia dell’innamoramento di Oblómov, sembra dissolversi nella indefinibile rassegnazione che ci afferra nel momento in cui leggiamo le ultime pagine del romanzo: l’alienazione morale, oltreché fisica, appare invincibile e totalizzante, serpeggia come un timore sotterraneo per tutte le pagine del libro, fino a giganteggiare nella parte finale. La passività e la rassegnazione non possono che indurre il passo ad incedere verso un abisso da cui non ci si può più salvare. L’apatia, viziata da una volontà rassegnata, fa retrocedere l’anima verso la più orribile delle catastrofi, laddove il sogno non perseguito, ma trasformato in solitaria visione notturna, diviene la dura catena che soggioga la vita, mentre questa, priva di qualunque spinta, finisce per tramutarsi in mera e decadente sussistenza. “Si trovava e si preparava sempre a cominciare a vivere, si disegnava di continuo nella mente il quadro della propria vita: tuttavia, a ogni anno che gli passava rapidamente sul capo, doveva cancellare e mutare qualche cosa in quel disegno”.
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